Agosto 1950

di Cesare Pavese

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Immagine: Casa natale

16 agosto

Cara, forse tu sei davvero la migliore – quella vera. Ma non ho più il tempo di dirtelo, di fartelo sapere – e poi, se anche potessi, resta la prova, la prova, il fallimento.

Vedo oggi chiaramente che dai 28 a  oggi ho sempre vissuto sotto quest’ ombra – qualcuno direbbe un complesso. E dica pure: è qualcosa di molto più più semplice.

Anche tu sei la primavera, un elegante, incredibilmente dolce e flessibile primavera, dolce, fresca, sfuggente – corrotta e buona  – « un fiore della dolcissima valle del Po », direbbe chi so io.

Eppure, anche tu sei soltanto un pretesto. La colpa, dopo che mia, è soltanto
dell’ « inquieta angosciosa, che sorride da sola ».

Perché morire? Non sono mai stato vivo come ora, mai così adolescente.

Nulla si assomma al resto, al passato. Ricominciamo sempre.

Chiodo schiaccia chiodo. Ma quattro chiodi fanno una croce.

La mia parte pubblica l’ho fatta –  ciò che potevo. Ho lavorato, ho dato poesia gli uomini, ho condiviso le pene di molti.

17 agosto

I suicidi sono omicidi timidi. Masochismo invece che sadismo.

Il piacere di farmi la barba dopo 2 mesi di carcere – di farmela da me, davanti a uno specchio, in una stanza d’albergo, e fuori era il mare.
È la prima volta che faccio il consuntivo di un anno non ancora finito.
Nel mio mestiere dunque sono re.

In 10 anni ho fatto tutto. Se penso alle esitazioni di allora.

Nella mia vita sono più disperato è perduto di allora. Che cosa ho messo assieme? Niente. Ho ignorato per qualche anno le mie tare, ho vissuto come se non esistessero. Sono stato stoico. Era eroismo? No, non ho fatto fatica. E poi, al primo assalto dell’ « inquieta angosciosa » sono ricaduto nella sabbia mobile. Da marzo mi ci dibatto. Non importano i nomi. Sono altro che nomi di fortuna, nomi casuali – se non quelli, altri? Resta che ora so qual è il mio più alto trionfo – e a questo trionfo manca la carne, manca il sangue, manca la vita.

Non ho più nulla da desiderare su questa Terra, tranne quella cosa che 15 anni di fallimenti ormai escludono.
Questo il consuntivo dell’anno non finito, che non finirò.

Ti stupisci che gli altri che passino accanto e non sappiano, quando tu passi accanto a tanti e non sai, non t’ interessa, Qual è la loro pena, il loro cancro segreto?

18 agosto

La cosa più segretamente temuta accade sempre.
Scrivo: o Tu, abbi pietà. E poi?

Basta un po’ di coraggio.

Più il dolore è determinato e preciso, più l’istinto della vita si dibatte, e cade l’idea del suicidio.

Sembrava facile a pensarci. Eppure donnette l’hanno fatto. Ci vuole umiltà, non orgoglio.

Tutto questo fa schifo.
Non parole. Un gesto. Non scriverò più.

 

Autore  Cesare Pavese
Da Il mestiere di vivere
Editore Giulio Einaudi Torino Nuovi Coralli59

Gavroche

Di Victor Hugo

                                                                             Immagine dal web

Una sera in cui una di tali brezze soffiava così aspramente da dare l’impressione che  fosse tornato gennaio, ed i borghesi avevano rimesso il mantello, il piccolo Gavroche sempre allegramente intirizzito sotto i suoi stracci, stava in piedi e come in estasi davanti alla bottega di un parrucchiere.
[…]
Mentre Gavroche esaminava la vetrina di saponi, due fanciulli di statura diversa, abbastanza ben vestiti e ancora più piccoli di lui, che dimostravano l’uno 7 e l’altro 5 anni, girarono timidamente la maniglia della porta e entrarono nella bottega chiedendo non si sa che cosa, la carità forse, con un mormorio piagnucoloso che rassomigliava  piuttosto ad un gemito che ad una preghiera. Parlavano tutt’e due insieme, e le loro parole erano inintelligibili perché i singhiozzi troncavano la voce del più piccolo, e il freddo faceva battere i denti del maggiore. Il barbiere si voltò con un viso da arrabbiato e, senza lasciare il rasoio, spingendo il maggiore con la mano sinistra e il più piccolo col ginocchio, li ributtò tutt’e due nella strada e chiuse la porta dicendo:

– Venir qui a raffreddare la gente per niente!

I due fanciulli si rimisero in cammino piangendo. Intanto, il tempo si era fatto nuvoloso e cominciava a piovere. Il piccolo Gavroche corse dietro ai fanciulli, e disse loro:

– Che cosa avete dunque marmocchi?
– Non sappiamo dove andare a dormire, -rispose il  più grande.
– E questo è tutto? – disse Gavroche. – Che gran cosa! e per questo si piange? Che sciocchini!

E assumendo attraverso la sua superiorità un po’ canzonatoria, un accento d’autorità intenerita e di dolce protezione, disse:  – mocciosi venite con me.
–  Si, Signore – fece il più grande.
E i due fanciulli lo seguirono, come avrebbero seguito un arcivescovo. Avevano cessato di piangere.
Gavroche li condusse per la via Sant’Antonio in direzione della Bastiglia, e camminando, gettò un’occhiata indignata all’indietro alla bottega del barbiere.

–  Non ha cuore quel taglia pidocchi, – brontol​ò.
[…]
– E così, monelli, abbiamo mangiato?

Signore, – rispose il più grandicello, – non abbiamo mangiato da questa mattina.

–  Siete dunque senza padre e senza madre?
[…]
–  Calmiamoci marmocchi.

Ecco di che mangiare tutti e tre. E trasse da una delle sue tasche un soldo. Senza lasciare ai due piccini il tempo di restare a bocca aperta, li spinse entrambi davanti a se nella Bottega del fornaio, e mise il soldo sul banco, gridando:

–  Garzone, cinque centesimi di pane!

Il fornaio, che era il padrone in persona prese un pane e il coltello.

– In tre pezzi, garzone!  – riprese Gavroche, aggiungendo con dignità: –  Siamo in tre .–  Pane bianco, garzone! Ho degli invitati.

V’era un pezzo più piccolo degli altri, lo prese per se.

–  Rientriamo nella strada – disse Gavroche.
E ripresero la direzione della Bastiglia.
[…]
C’era un elefante di 40 piedi d’altezza costruito in legno e in muratura che portava sul dorso la sua torre rassomigliante ad una casa…

–  Marmocchi, non abbiate paura.

Poi entro`per un’apertura dello steccato nel recinto dell’elefante e aiuto i piccini a scavalcare la breccia. I due ragazzi, alquanto spaventati, seguivano Gavroche senza dire parola e si affidarono a quella piccola provvidenza in cenci che aveva dato loro il pane e promesso un ricovero.
[…]
Gavroche indicò la scala ed il buco ai suoi ospiti, e disse loro: – salite e entrate.
I due piccini si guardarono atterriti.
–  Avete paura monelli? – esclamò Gavroche. E soggiunse: – ora vedrete, afferrò il piede rugoso dell’elefante, e, in un batter d’occhio, senza degnarsi di ricorrere alla scala giunse al crepaccio. Come una biscia che penetri in una fenditura, vi si sprofondò e, un momento dopo, i due fratelli videro la sua testa pallida apparire vagamente, come una forma biancastra e sbiadita, sull’orlo del buco pieno di tenebre.

Ebbene -gridò – salite dunque bambocci! Vedrete  come si sta bene qua dentro! Sali, tu! -disse al più grande. – Io ti stendo la mano. I piccini si spinsero l’un l’altro con la spalla; il birichino faceva loro paura e li rassicurava ad un tempo; e poi pioveva forte.
[…]
–  Bambocci siete in casa mia.
Gavroche era infatti a casa sua. Cominciamo -disse – col dire al portinaio che non siamo in casa. E immergendosi nell’oscurità con sicurezza, come chi conosce il proprio appartamento, prese una tavola ed otturò-il buco.
[…]
I due ragazzi osservavano con rispetto timoroso e stupefatto quel essere intrepido e immaginoso, vagabondo come essi, isolato com’essi, meschino com’essi, che aveva qualche cosa di miserabile e di onnipotente, sembrava loro soprannaturale, e aveva una fisionomia composta di tutte le smorfie d’un vecchio saltimbanco, unite al più ingenuo ed al più incantevole sorriso.
[…]
–  Russate! E spense il lucignolo.
[…]
– Signore!
– Eh? – Fece Gavroche che aveva appena chiuso gli occhi?
– Che cos’è questo rumore? Sono i topi rispose Gavroche  e  rimise la testa sulla stuoia.
Le ore della notte passarono. L’ombra copriva l’immensa piazza della Bastiglia, un vento invernale, misto a pioggia, soffiava a folate, e le pattuglie che frugavano le porte, i viali, i  recinti, gli angoli oscuri, in cerca di vagabondi e notturni, passavano silenziosamente davanti all’elefante. Il  mostro, in piedi immobile, gli occhi aperti nelle tenebre sembrava meditare come soddisfatto della sua buona azione, e teneva al riparo dal cielo e dagli uomini i tre poveri fanciulli addormentati.

Autore Victor Hugo
Da i Miserabili
Editore Rizzoli Milano

Il giardino del Signor Swann

Di Marcel Proust

Le Blanc (mon jardin) Edouard Manet

La siepe lasciava vedere, nell’interno del parco, un viale fiancheggiato di gelsomini, di  viole del pensiero e di verbene, tra le quali dei garofani […] che avevano la tinta rosa olezzante e sbiadita d’un cuoio antico di Cordova. […]
D’un tratto mi fermai, senza potermi più muovere, come accade quando una visione non si rivolge solo al nostro sguardo, ma esige percezioni più profonde e dispone per intero del nostro essere intero.

Una ragazzina d’un biondo fulvo, che aveva l’aria di rientrare dal passeggio e teneva in mano una zappa da giardiniere, ci guardava, levando il suo viso cosparso di macchioline rosee. I suoi occhi neri brillavano.—- Per molto tempo, ogni volta che ripensavo a lei, il ricordo del loro splendore mi si presentava subito come una luce di vivo azzurro.

La guardavo, dapprima con quello sguardo che non è che la voce degli occhi, ma alla finestra del quale s’affacciavano tutti i sensi, ansiosi e stupefatti; lo sguardo che vorrebbe toccare, catturare, portare via con sé il corpo guardato e l’anima insieme; poi, tale era il mio timore che da un minuto all’altro il nonno e il babbo, scorgendo quella fanciulla, mi facessero allontanare dicendomi di correre un poco innanzi a loro, che cercavo di costringerla a portare l’attenzione su di me, a conoscermi!

Ella gettò davanti a sé e ai lati le pupille per prendere visione del nonno e del babbo, e senza dubbio l’idea che ne riportò fu che eravamo ridicoli, giacché si volse, e con un’aria indifferente e sdegnosa si fece da parte, per risparmiare al suo viso d’essere nel loro campo visuale; e mentr’essi, continuando a camminare senz’averla venduta, mi sorpassavano, lasciò scorrere lo sguardo in tutta la sua lunghezza fino a me, senza un’espressione particolare, senza mostrar di vedermi, ma con una fissità e un sorriso dissimulato, che, dalle nozioni che mi erano state impartite sulla buona educazione, non potevo interpretare se non come una prova di ingiurioso disprezzo; la sua mano al tempo stesso accennavo un gesto indecente che, quando era rivolto in pubblico a una persona che non si conoscesse, il piccolo dizionario di urbanità che portavo in me non dava che un solo senso, quello d’un’intenzione insolente.

– Su, Gilberte, vieni; cosa fai?- gridò con voce acuta ed autoritaria una signora vestita di bianco che non avevo  vista, mentre a breve distanza da lei, un signore a me sconosciuto, vestito di tela, mi fissava con degli occhi che gli uscivano dal capo; e, cessando bruscamente di sorridere, la fanciulla prese la zappa e s’allontanò senza più volgersi dalla mia parte, con un’aria docile, impenetrabile e sorniona.

Così passò accanto a me quel nome di Gilberte, donatomi come un talismano che mi permetterebbe forse un giorno di ritrovare quella di cui or ora aveva fatto una persona, e che, l’attimo prima non era che un’immagine incerta.

Così passò, proferito al di sopra dei gelsomini e delle viole, fresco ed acidulo come le stille dell’innaffiatoio verde; impregnando, iridando la zona d’aria pura che aveva percorso –e che isolava,–del mistero dell’esistenza di quella ch’esso disegnava agli esseri fortunati che vivevano, che viaggiavano con lei; spiegando sotto il cespuglio del biancospino rosa, all’altezza della mia spalla, la quintessenza della loro familiarità, per me così dolorosa, con lei, con l’ignoto della sua esistenza dov’io non sarei penetrato.

Per un attimo… l’impressione  lasciata in me dal tono dispotico in cui la madre di Gilberte le aveva parlato senza che lei replicasse, mostrandomela come costretta ad obbedire a qualcuno, facendomi apparire incompleta la sua superiorità, calmò un poco la mia sofferenza, mi rese qualche speranza o scemò il mio amore.

Ma quell’amore non tardò a levarsi di nuovo in me come una reazione per cui il mio cuore umiliato si voleva adeguare a Gilberte, o abbassarla fino a sè. L’amavo e rimpiangevo di non aver avuto il tempo è l’ispirazione di offenderla, di farle del male e costringerla a ricordarmi.

autore Marcel Proust
da LA STRADA DI SWANN
Einaudi Editore

Mamma è malata

di Scipio Slataper

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Foto dal web

Mamma è malata. Io sto sdraiato accanto a lei sul margine del letto, accarezzandole la fronte e le mani. Così passiamo qualche ora.
Ogni tanto ella mi guarda e mi domanda: – Credi che guarirò?- Io la sgrido come una bimba e le racconto di quando sarà guarita.
– Quando sarai guarita verrai un mese con me a Firenze, vuoi? C’è le colline gli ulivi, e staremo in pace. Ora son passati 3 mesi, poi passa ancora uno, e dopo facciamo una gran festa. Io butto il cappello in aria: mamma è guarita. Vuoi?

Ella tace rabbrividendo di gioia. E io le parlo e le racconto tante cose buone, ma sono stanco di questa triste camera oscura, con voce con poca aria, con l’orologio che batte il suo tempo. Vorrei rifugiarmi al mio tavolino e lavorare, scrivere un’allegra poesia, uscire in campagna ed essere solo con il sole e l’aria. Io avrei bisogno di prosperità e contentezza. Sono quasi irritato contro il suo male, contro l’oscurità che è calata da tanti, tanti anni nella nostra casa.

Si vive paurosi di svegliare negli altri certe cose che sono sempre presenti dentro di noi; si vive a bassa voce, guardandoci di sfuggita in viso dopo una risata. Molti giorni si imbocca la minestra e la carne senza dire parola, sforzandoci a interessarci dei piccoli che raccontano  della scuola. Si vive così da molti anni. E la mamma guarda i nostri occhi che s’abbassano come in colpa, e non può far niente per i suoi figlioli. Ella ti bacia il capo, e ti chiede scusa in silenzio.

Un giorno metteva ad asciugare alcuni panni alla stufa e piangeva. Io le chiesi: – Mamma, cosa hai? – essa piangeva e negava, cercava di trattenere lo spasimo, ed era stanca. Le chiesi ancora: – Che hai Mamma? perché piangi?
– Vedi figliolo, non è niente, gli affari del babbo vanno male.

E un giorno babbo torno’ da un viaggio, che era stato anch’esso inutile, e non c’era da far più nulla. Noi eravamo seduti intorno alla tavola e cenavamo.
Egli entro, ci salutò, e sedette al suo posto. Noi tacevamo. Egli prese la forchetta e ingoiò i bocconi. Ci disse:
– Mangiate dunque – La sua voce era senza tremito.
Mai ho visto piangere il babbo. Gli occhi gli si incassano nelle tempie, la sua fronte si fa gonfia, ed egli sta fermo con la testa dritta su.
Egli è un uomo, non si lamenta e s’irrigidisce. Babbo m’ha insegnato  a tacere e a disprezzare il dolore.

E così passarono i mesi e gli anni.  Ed io incominciai ad amare la mia famiglia ed ero consolato ch’essa credesse in me. E mamma una sera mi disse, poggiandosi sul mio petto:
– Figliolo, sono stanca, vai avanti tu.

Io amo i miei fratelli e i miei genitori perché la nostra vita è stata dolorosa e confidente.

Io vado avanti com’essi e non cedo. Noi vogliamo anche noi il nostro posto. Ci hanno fatto molto male. Alcuni sono stati buoni con noi, ma non ci hanno capiti. Noi vogliamo essere noi; con i nostri difetti e le nostre virtù, liberi di respirare l’aria che ci spetta.

Io sono contento di aver avuto una famiglia povera. Sono cresciuto con un dovere e uno scopo.  Essi mi vogliono bene, e il mio nome è il loro.

L’orologio batte ugualmente il suo tempo e la camera e stretta scura.

Che sarà di noi se la mamma non guarisce? La sua fronte sudata, e il suo pallido viso è pieno d’amarezza.

Autore Scipione Slataper
MAMMA E’ MALATA
(antologia per la scuola media “Spera di Sole”)

Temporale imminente

di Alessandro Manzoni

cielo nuvoloso
foto presa dal web

La nebbia s’era a poco a poco addensata è accavallata in nuvoloni che, rabbuiandosi sempre più, davano idea d’un annottar tempestoso; se non che, verso il mezzo di quel cielo cupo è abbassato, traspariva, come da un fitto velo, la spera del sole, pallida, che spargeva intorno a sé un barlume fioco è sfumato, e pioveva un calore morto è pesante.
Ogni tanto, tra mezzo al ronzio continuo di quella confusa moltitudine, si sentiva un borbottar di tuoni, profondo, come tronco, irresoluto; né, tendendo l’orecchio, avreste saputo distinguere da che parte venisse; o avreste potuto crederlo un correr lontano di carri, che si fermassero improvvisamente. Non si vedeva, nelle campagne d’intorno, muoversi un ramo d’albero, né un uccello andarvisi a posare, o staccarsene: solo la rondine, comparendo subitamente di sopra il tetto del recinto, sdrucciolava in giù con l’ali tese, come per rasentare il terreno del campo: ma sbigottita da quel brulichio, risaliva rapidamente e fuggiva.
Era uno di que’ tempi, in cui, tra una compagnia di viandanti, non c’è nessuno che rompa il silenzio; e il cacciatore cammina pensieroso, con lo sguardo a terra; e la villana, zappando nel campo, smette di cantare, senza avvedersene; di que’ tempi forieri di burrasca, in cui la natura, come immota al di fuori, e agitata da un travaglio interno, par che opprima ogni vivente, e aggiunga non so quale gravezza a ogni operazione, all’ozio, all’esistenza stessa.

autore Alessandro Manzoni
TEMPORALE IMMINENTE da I Promessi Sposi
(antologia per la scuola media “Spera di Sole”)

Le Langhe

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foto presa dal web

Di  Cesare Pavese

Già in altri tempi si diceva la collina come avremmo detto il mare o la boscaglia. Ci tornavo la sera, dalla città che si oscurava, e per me non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere. Per esempio, non vedevo differenza tra quelle colline e queste antiche dove giocai bambino e adesso vivo: sempre un terreno accidentato e serpeggiante, coltivato e selvatico, sempre strade, cascine e burroni. Ci salivo la sera come se anch’io fuggissi il soprassalto notturno degli allarmi, e le strade formicolavano di gente, povera gente che sfollava a dormire magari nei prati, portandosi il materasso sulla bicicletta o sulle spalle, vociando e discutendo, indocile, credula è divertita.

Si prendeva la salita, e ciascuno parlava della città condannata, della notte e dei terrori imminenti. Io che vivevo da tempo lassù, li vedevo a poco a poco svoltare e diradarsi, e veniva il momento che salivo ormai solo tra le siepi è il muretto. Allora camminavo tendendo l’orecchio, levando gli occhi agli alberi familiari, fiutando le cose e la terra. Non avevo tristezze, sapevo che nella notte la città poteva andare tutta in fiamme e la gente morire. I burroni, le ville e i sentieri si sarebbero svegliati al mattino calmi e uguali. Dalla finestra sul frutteto avrei ancora veduto il mattino. Avrei dormito dentro un letto, questo si. Gli sfollati del dei prati e dei boschi sarebbero ridiscesi in città come me, solamente più sfiancati e intirizziti di me. Era estate, e ricordavo altre sere quando vivevo e abitato in città, sere che anch’io ero disceso a notte alta cantando e ridendo, e mille luci punteggiavano la  collina e la città in fondo alla strada.
La città era come un lago di luce.

 

Autore  Cesare Pavese
da “Prima che il gallo canti”
Da antologia “Immagini” per la scuola media.

Capricci fanciulleschi

capricci-fanciulleschi
elaborazione L. G.

Di Gabriele D’Annunzio

      Un tratto della mia infanzia mi piace ancora.
Quando avevo qualche malanno, quando mi doleva il capo o mi si gonfiava una gengiva o mi s’ammaccava un ginocchio, e quando avevo in me il principio d’un male più grave, divenivo taciturno e selvaggio. Senza dir parola ne far lamento, mi ritraevo nella mia stanza e mi mettevo a sedere sul gradino d’un inginocchiatoio ch’era accanto al mio letto. Credendomi ai soliti giochi, per alcun tempo i famigliari non mi cercavano. Se una delle mie sorelle veniva a raggiungermi e mi domandava che avessi, rispondevo aspro scacciandola. M’accadeva talvolta di vedere l’oscurità del vespro entrare pe’ vetri, la stanza riempirsi d’ombra; e, per non muovermi, dominavo lo sbigottimento. Qualche sera, la` sull’inginocchiatoio, cominciavo a battere i denti, preso da una febbre improvvisa; e non mi muovevo ma mi rannicchiavo come un cucciolo. Udivo il mio nome chiamato per le stanze lontane; e una grande ira gonfiava il piccolo cuore. Qualcuno entrava rischiando il buio. “Ah sei qui?” “Sono qui”. “Perché?” “Perché voglio stare qui”. ” Che hai?” ” Nulla”. ” Non vuoi venire a cena?” “No”. “Ti senti dunque male?” ” No. Sto benissimo”. ” Non è vero”. “Benissimo”. “Scotti”. Iroso, scansavo la fronte, respingendo la mano. Soltanto la dolcezza e la pazienza di mia madre mi vincevano. Con le ciglia aggrottate, con i denti stretti, con le pugna chiuse, mi lasciavano spogliare, mettere a letto. Allora ficcavo il viso nel guanciale, non rispondevo, non mi volgevo più, tutto avviluppato e contratto intorno al nodo del mio cruccio, simile a una bestiola ferita cui la sua tana non sembri abbastanza fonda.

Di Gabriele D’Annunzio.

Tratto da Spera di sole – antologia delle scuole medie.

Quando ero ragazzo

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Elaborazione di Lucia Giordano

di Carlo Lorenzini – Collodi

La scuola, alla quale andavo io, era una bella sala di forma bislunga, rischiarata da due finestre laterali, e con un gran finestrone nella parete di fondo, il quale rimaneva nascosto dietro una grossa tenda di colore verdone cupo.

Gli scolari seduti a terra si chiamavano Romani e quelli a sinistra avevano il soprannome giocoso di Cartaginesi.

[…] E ora Indovinate un po’ in tutta la scuola, chi fosse lo scolaro più svogliato, più irrequieto e più impertinente?

Lo scolaro più irrequieto e impertinente ero io.

Fui confinato in fondo alla panca.

– Signor maestro, che fa smettere Collodi?
– Che cosa ti fa Collodi?
– Mangia le ciliegie, e poi mi mette tutti i noccioli nelle tasche del vestito.
Allora il maestro scendeva dal seggio: mi faceva sentire il sapore acerbo delle sue mani secche e durissime, come fossero di bossolo, e mi ordinava di cambiare posto.
Dopo un’ora che avevo cambiato posto, ecco un’altra voce che gridava:
– Signor maestro che fa smettere Collodi?
– Che cosa ti fa Collodi?
– Acchiappa le mosche e poi me le fa volare dentro gli orecchi.

Allora il maestro mi faceva mutare posto da capo. Fatto sta che, a furia di far posto tutti i giorni, sulla panca dei romani non c’era più un romano che volesse accettarmi per suo vicino.

Fui mandato, per ultimo ripiego tra i cartaginesi; E mi trovai accanto al più buon figliuolo di questo mondo, un certo Silvano, grasso come un cappone sotto le feste di Natale, il quale studiava poco, questo è vero, ma dormiva moltissimo, confessando da sé stesso, che dormiva più volentieri sulle panche della scuola che sulle materasse del letto.

Un giorno Silvano venne a scuola con un paio di calzoni nuovi di tela bianca. Appena me ne accorsi, la prima idea che mi balenò alla mente fu quella di dipingergli sui calzoni un bellissimo quadretto, a tocco di penna.

Tant’ è vero, che quando l’amico, secondo il suo solito, si fu appisolato coi gomiti appoggiati al banco e con la testa fra le mani, io, senza mettere tempo in mezzo, inzuppai ben bene la penna nel calamaio, e sul gambale davanti gli disegnai un bel cavallo, col suo bravo cavaliere sopra.

E il cavallo lo feci con la bocca aperta in atto di mangiare dei grossi pesci, perché si potesse capire che questo capolavoro era stato fatto di venerdì, giorno in cui generalmente tutti mangiano di magro.

Confesso la verità: ero contento di me. Più guardavo quel mio bozzetto, più mi pareva di aver fatto una gran bella cosa. Così, però, non parve al mio amico Silvano, il quale svegliandosi, cominciò a piangere e a strillare con urli così acuti, da far credere che qualcuno gli avesse strappato una ciocca di capelli.

– Che cosa ti hanno fatto? – gridò il maestro, rizzandosi in piedi e aggiustandosi gli occhiali sul naso.
– Ih!… ih!… ih!… Quel cattivo di Collodi mi ha dipinto tutti i calzoni bianchi!… – E dicendo così alzò in aria la gamba, mostrando il disegno fatto da me con tanta pazienza e, oserei dire, con tanta bravura.
Tutti risero ma il maestro disgraziatamente non rise. Anzi, invece di ridere, scese giù dal suo banco, tutto infuriato come una folata di vento.

[…] Il giorno dopo fu per me una giornata nera, indimenticabile.
Appena entrato nella scuola, il maestro, con un cipiglio da far paura, mi disse, accennando un banco solitario in fondo la scuola.
– Prendi i tuoi libri e i tuoi quaderni e va a sederti laggiù!
Mogio mogio, come un pulcino bagnato, chinai il capo e ubbidii.

[…] Dietro le mie le mie spalle, come sapete, rimaneva un gran finestrone sempre chiuso e sempre coperto da una tenda di grossissima tela di colore verdone cupo. In un momento di grande noia e mentre cercavo qualche passatempo per divagarmi, ecco che mi venne fatto di accorgermi che in quella tenda e precisamente all’altezza del mio capo, c’era un piccolissimo bucolino. Appena visto quel bucolino,il mio primo pensiero fu quello di allargarlo fino al punto da poterci passar dentro con la testa. Alla fine quando il bucolino diventò una buca , feci subito segno ai miei compagni di scuola di stare attenti, perché avrebbero visto un magnifico spettacolo .

Cominciai a lavorare col capo. La buca era grande, ma il mio capo era più grande, non ci voleva entrare: io però pigiai tanto e poi tanto, che finalmente il capo c’entrò.

Figuratevi la risata sonora che scoppiò in tutta la scuola, quando la mia testa fu vista campeggiare in mezzo a quella tenda verdona, come se qualcuno ce l’avesse attaccata con quattro spilli. Ma il maestro al solito non volle ridere: e invece, muovendosi dal suo banco, venne verso di me in atto minaccioso. Io, come è naturale, mi provai subito a levare il capo della tenda: ma il capo, che c’era entrato sforzatamente non voleva più uscire.
La mia paura in quel punto fu tale e tanta che cominciai a piangere come un bambino. Allora il maestro si voltò agli scolari, e in tono canzonatorio disse loro:
– Lo vedete là, il vostro amico Collodi, tanto buono, tanto garbato con i suoi compagni di scuola? Non vedete, poverino, come piange? Muovetevi dunque a compassione di lui: alzatevi dalle vostre panche e andate ad rasciugargli le lacrime!

Vi lascio immaginare se quelle birbe se lo fecero dire due volte! Ridendo e schiamazzando, si schierarono in fila a uso processione: e passando a due per due dinanzi a me, mi strofinarono tutti i loro fazzoletto sul viso! E pensare che tra quei fazzoletti da naso, ve n’erano parecchi che non avevano mai visto in faccia la lavandaia né la stiratora. Meno male che, a quell’età, tutti nasi son fratelli tra loro!

La lezione fu acerba ma salutare.

 

di Carlo Lorenzini – Collodi
Tratto da antologia “IMMAGINI” per la scuola media.

 

Le prugnole

Elaborazione di Lucia Giordano

Autore CESARE PAVESE

La frutta, secondo il terreno, hanno molti sapori. Si conoscono come fossero gente. Ce n’è delle magre, delle sane, delle cattive, delle aspre. Io ne ho mangiato di ogni sorta, e specialmente la selvatica, le prugnole e le nespole acerbe.
Specialmente le prugnole mi facevano gola. Ancora adesso lascio tutto per le prugnole. Le sento a distanza: fanno siepi spinose, verdissime lungo le forre in mezzo ai rovi. Alla fine d’agosto i rami ingrossano di chicchi azzurri, più scuri del cielo, agglomerati e sodi. Hanno un sapore brusco e asperrimo che non piace a nessuno, eppure non mancano di una punta di dolce. Con novembre son tutte cadute
Che le prugnole sappiano di succhi selvatici, si capisce anche dai luoghi dove crescono. Io le trovavo sempre all’orlo delle vigne, dove il coltivo finisce è più nulla matura se non l’arido del terreno scoperto. Allora non pensavo a queste cose; avrei solamente voluto che mio padre, la Sandiana e tutti quanti mangiassero prugnole. Degli altri non so; la Sandiana diceva che le mordevano la lingua.
– Per questo mi piacciono, –  dicevo io, – loro sì che si sente che crescono nella campagna. Nessuno le tocca eppure vengono. Se la campagna fosse sola farebbe ancora delle prugnole. La Sandiana rideva e diceva: – Sapessi… –  Sapessi cosa? Fin che un giorno mi disse che di là dai suoi boschi, dopo un’altra vallata, alla Madonna della Rovere, la costa era tutta una prugnola.
– Ci andiamo? – Era troppo lontano. – Ma nessuno le coglie? –  chiedevo.
A questo ci pensavo sempre. Non soltanto non bastavo a scoprire tutte quelle delle nostre strade, ma tante colline c’erano nel mondo, tanta campagna sterminata, e dappertutto prugnole, su per le rive, nei fossi, in luoghi impervi, dove nessuno anche volendo arriva mai. Me le vedevo con le foglie ricciute, coi rametti pesanti di frutto, immobili, in attesa di una mano che non sarebbe mai venuta. Oggi ancora mi pare un assurdo tanto spreco di sapori e di succhi che nessuno gusterà. Raccolgono il grano, raccolgono l’uva, e non ce n’è mai abbastanza. Ma la ricchezza della terra si rivela in queste cose selvagge. Nemmeno gli uccelli, selvaggi anche loro, non potevano goderne, perché le spine dei rametti li ferivano negli occhi.
Allora pensavo alle cose, alle bestie, ai sapori, alle nuvole che la Sandiana aveva conosciuto quando stava nei boschi, e capivo che tutto perduto non era, che ci son delle cose che basta che esistano e si gode a saperlo. Anche le prugnole, diceva la Sandiana, non se ne mangia più di due, tre alla volta. Ma è un piacere sapere che ce n’è dappertutto.

Il posto delle fragole

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Rielaborazione grafica di Lucia Giordano

 

di INGMAR BERGMAN

All’età di settantasei anni, mi sento troppo vecchio per mentire a me stesso. Ma naturalmente non posso essere troppo sicuro. Quest’atteggiamento compiaciuto circa la mia sincerità potrebb’essere insincerità dissimulata, anche se non sappia esattamente che cosa potrei nascondere. Comunque, se per qualche ragione dovessi dare un giudizio su me stesso, sono certo che lo farei senza imbarazzo né scrupoli per la mia reputazione. Ma se mi si chiedesse di esprimere un’opinione sarei molto più cauto. E’ assai pericoloso esprimere tali giudizi: con grande facilità ci si può rendere colpevoli di errori, di esagerazioni, perfino di tremende falstà. Piuttosto che correre questi rischi, preferisco tacere.
Come risultato, di mia libera volontà, ho finito per ritirarmi quasi del tutto dalla società, poiché i nostri rapporti con gli altri consistono più che altro nel discutere e giudicare la condotta di coloro che ci circondano. Perciò, in vecchiaia, mi ritrovo piuttosto solo. Questa non è una lamentela ma la constatazione di un fatto. Tutto quello che chiedo alla vita è di essere lasciato in pace e di avere la possibilità di dedicarmi alle poche cose che continuano a interessarmi, per quanto superficiali possano essere.
[…] Questo è tutto ciò che ho da dire su me stesso. Forse dovrei aggiungere che sono un vecchio pedante, e a volte assai noioso, sia per me stesso che per la gente che deve starmi attorno.

[…] Più avanti tornerò sulla ragione che mi spinge a scrivere questa storia, che vuol essere, per quanto ne sarò capace, un fedele resoconto degli avvenimenti, dei sogni e dei pensieri che mi occorsero un certo giorno.

Verso l’alba di sabato I° giugno, feci un sogno strano essai spiacevole. Sognai che stavo compiendo la mia solita passeggiata mattutina per le vie della città. Era molto presto, e nessun essere umano era in vista. La cosa mi sorprese alquanto. Notai inoltre che non v’era alcun veicolo parcheggiato lungo i marciapiedi. La città appariva stranamente deserta, come fosse un mattino di vacanza in piena estate. Il sole splendeva con violenza, faceva ombre mere nette ma non mancava alcun calore. Pur camminando nella parte assolata, sentivo freddo.

[…] Cominciai a domandarmi che cosa fosse accaduto.
In quel momento passai dinanzi a un negozio i ottico-orologiaio che ha per insegna un grosso orologio che dà l’ora esatta. Sotto quest’orologio è appeso un cartello con un paio di giganteschi occhiali, con due occhi fissi. Nelle mie passeggiate mattutine avevo sempre sorriso, tra me, di questo particolare leggermente grottesco del paesaggio stradale.
Con mio stupore, le lancette dell’orologio erano scomparse. Il quadrante era vuoto, e sotto di esso qualcuno aveva schiacciato quei due occhi, talchè apparivano ora come due piaghe acquose, putrefatte.
Istintivamente, tirai fuori io mio orologio per controllare l’ora, ma mi avvidi che la mia vecchia e fedele cipolla aveva anch’essa perdute le lancette. Me la portai all’orecchio per sentire se continuava a camminare. Allora sentii il battito del mio cuore. Batteva molto in fretta e in modo irregolare. Mi sentii sopraffatto da un inspiegabile senso di smarrimento.
Rimisi in tasca l’orologio, e mi appoggiai per un poco al muro in attesa che l’agitazione mi passasse. Il cuore mi si calmò e decisi di far ritorno a casa.
Con mia gioia, vidi un tale ritto sull’angolo della strada. Corsi verso di lui, e gli toccai l braccio. Egli si volse di colpo, e con orrore scopersi che sotto il cappello di feltro morbido l’uomo non aveva volto.
Ritirai la mano, e nelle stesso momento l’intera figura crollò come fosse fatta di polvere o di trucioli. Sul marciapiede rimase un mucchio di panni La persona era scomparsa senza alcuna traccia.
Mi guardai attorno smarrito e i resi conto che avevo perduto a strada. Ero in una parte della città che mi era sconosciuta. Mi trovavo in un piazzale circondato da alti e brutti casamenti. Da questo  angusto piazzale si dipartivano strade in tutte le direzioni. Ma erano tutte morte, non si vedeva anima viva.
[…] Finalmente Trovai la forza di riprendere il cammino, e scelsi a casaccio una di quelle viuzze. Camminavo in fretta quanto me lo permetteva il mio cuore in tumulto, pure la strada sembrava senza fine.
Poi udii un suono di campane, e d’un tratto mi ritrovai in un’altra piazza, presso una brutta chiesuola in mattoni rossi circondata da ogni parte da grigi edifici.
Non lontano dalla chiesa, un corteo funebre si stava snodando lentamente per le strade, in testa veniva un vecchio carro mortuario, dietro il quale avanzavano alcune antiquate carrozze da nolo tirate da pariglie di ossuti ronzini che si piegavano sotto il peso di enormi gualdrappe nere.
Mi fermai e mi tolsi il cappello. Provavo un immenso sollievo al vedere delle creature viventi, all’udire il calpestio dei cavalli e le campane della chiesa.
Poi tutto avvenne molto rapidamente, e in modo così spaventevole che anche ora, mentre lo scrivo, me provo un vivo disagio. Il casso funebre stava proprio per voltare dinanzi al portale della chiesa, quando d’un tratto cominciò a ondeggiare e a beccheggiare come una nave in mezzo alla tempesta. Vidi che una ruota si era staccata e stava rotolando verso di me con gran fracasso. Dovetti buttarmi da un lato per evitare d’esserne colpito. Cozzò contro il muro della chiesa proprio dietro di me, fracassandosi.
Le altre carrozze si fermarono  a una certa distanza, ma nessuno ne scese per portare aiuto. Il grosso carro mortuario ondeggiava e traballava sulle sue tre ruote. D’un tratto la bara scivolò fuori e cadde in mezzo alla strada. Come liberato, il carro si raddrizzò, i cavalli indietreggiarono, e il convoglio imboccò una strada laterale seguito dalle altre carrozze.
Le campane della chiesa avevano cessa di suonare; ero rimasto solo con la bara rovesciata e in parte sfondata. Spinto da una trepida curiosità, mi avvicinai. Fuori dalle tavole spezzate sporgeva una mano. Quando mi chinai, la mano morta mi afferrò per un braccio e mi tirò giù verso la bara con una forza enorme. Cercai di resistere, lottando disperatamente mentre il cadavere si alzava lentamente dalla bara. Era un uomo in abito da cerimonia.
Con orrore constatai che il cadavere ero io stesso. Cercai di liberarmi, ma mi teneva afferrato per un braccio con gran forza. Per tutto questo tempo mi guardava senza emozione e sembrava sorridere beffardo.
In questo momento di orrore insensato, mi svegliai e mi alzai a sedere sul letto. Erano le tre del mattino, e il sole già si rifletteva sui tetti di fronte alla mia finestra. Chiusi gli occhi, e mormorai parole, parole reali da contrapporre a quel sogno – a tutti in sogni penosi e spaventevoli che hanno ossessionato in questi ultimi anni.

 

di INGMAR BERGMAN

Tratto da antologia “DIORAMA”