L’ultima sigaretta

L ultima sigaretta

 

[…]

Le prime sigarette ch’io fumai non esistono più in commercio. […]
Così avvenne che rubai. D’estate mio padre abbandonava su una sedia nel tinello il suo panciotto nel cui taschino si trovavano sempre degli spiccioli: mi procuravo i dieci soldi occorrenti per acquistare la preziosa scatoletta e fumavo una dopo l’altra le dieci sigarette che conteneva, per non conservare a lungo il compromettente frutto del furto.
Tutto ciò giaceva nella mia coscienza a portata di mano. Risorge solo ora perché non sapevo prima che poetesse avere importanza.
Perciò, per provare, accendo un’ultima sigaretta e forse la getterò via subito, disgustato.
Poi ricordo che un giorno mio padre mi sorprese col suo panciotto in mano.
Io, con una sfacciataggine che ora non avrei e che ancora adesso mi disgusta (chissà che tale disgusto non abbia una grande importanza nella mia cura) gli dissi che m’era venuta la curiosità di contarne i bottoni. Mio padre rise e non s’avvide che avevo le dita nel taschino del suo panciotto. A mio onore posso dire che bastò quel riso rivolto alla mia innocenza quand’essa non esisteva più, per impedirmi per sempre di rubare.
Cioè… rubai ancora, ma senza saperlo.
Mio padre lasciava per la casa dei sigari virginia fumati a mezzo, in bilico su tavoli e armadi. Io credevo fosse il suo modo di gettarli via e credevo anche di sapere che la nostra vecchia fantesca, Catina, li buttasse via. Andavo a fumarli di nascosto. Già all’atto di impadronirmene venivo pervaso da un brivido di ribrezzo sapendo quale malessere m’avrebbero procurato. Poi li fumavo finché la mia fronte non si fosse coperta di sudori freddi e il mio stomaco si contorcesse.
Non si dirà che nella mia infanzia io mancassi di energia. […]
Ricordo di aver fumato molto, celato in tutti i luoghi possibili.
Ricordo un soggiorno prolungato per una mezz’ora in una cantina oscura insieme a due altri fanciulli di cui non ritrovo nella memoria altro che la puerilità del vestito: due paia di calzoncini che stanno in piedi perché dentro c’è stato un corpo che il tempo eliminò. Avevamo molte sigarette e volevamo vedere chi ne sapesse bruciare di più nel breve tempo. Io vinsi ed eroicamente celai il malessere che mi derivò dallo strano esercizio. Poi uscimmo al sole e all’aria. Dovetti chiudere gli occhi per non cadere stordito. Mi rimisi e mi vantai della vittoria. […]
Allora io non sapevo se amavo o odiavo la sigaretta e il suo sapore e lo stato in cui la nicotina mi metteva.
Quando seppi di odiare tutto ciò fu peggio. E lo seppi a vent’anni circa. Allora soffersi per qualche settimana di un violento male di gola accompagnato da febbre. Il dottore prescrisse il letto e l’assoluta astensione dal fumo. Ricordo questa parola assoluta!
Mi ferì la febbre la colorì: un vuoto grande e niente per resistere all’enorme pressione che subito si produce intorno al vuoto.
Mi colse un’inquietudine enorme.
Pensai: <<Giacché mi fa male non fumerò mai più, ma prima voglio farlo per l’ultima volta>>.
Accesi una sigaretta e mi sentìì subito liberato dall’inquietudine nonostante la febbre aumentasse e che ad ogni tirata sentissi alle tonsille un bruciore come se fossero state toccate da un tizzone ardente. Finìì tutta la sigaretta con l’accuratezza con cui si compie un voto. E sempre soffrendo orribilmente, ne fumai molte altre durante la malattia.
Mio padre andava e veniva col suo sigaro in bocca dicendomi:
<<Bravo! Ancora qualche giorno di astensione dal fumo e sei guarito!>>
Bastava Questa frase per farmi desiderare ch’egli se ne andasse presto, per permettermi di correre alla mia sigaretta. Fingevo anche di dormire per indurlo ad allontanarsi prima.
Quella malattia mi procurò il secondo dei miei disturbi: lo sforzo di liberarmi dal primo. Le mie giornate finirono coll’essere piene di sigarette e di propositi di non fumare più […] Sul frontespizio di un vocabolario trovo questa mia registrazione fatta con bella scrittura e qualche ornato:
<<Oggi, 2 febbraio 1886, passo dagli studi di legge a quelli di chimica. Ultima sigaretta!!>>
Era un’ultima sigaretta molto importante. Ricordo tutte le speranze che l’accompagnarono.
Adesso che sono vecchio e che nessuno esige qualche cosa da me, passo tuttavia da sigaretta a proposito, e da proposito a sigaretta.
Che cosa significano ora quei propositi? Come quell’igienista vecchio, descritto dal Goldoni, vorrei morire sano dopo di esser vissuto malato tutta la vita?
Una volta, allorché da studente cambiai di alloggio, dovetti far tappezzare a mie spese le pareti della stanza perché le avevo coperte di date. Probabilmente lasciai quella stanza proprio perché essa era divenuta il cimitero dei miei buoni propositi e non credevo più possibile di formarne in quel luogo degli altri.
Penso che la sigaretta abbia un gusto più intenso quand’è l’ultima.
Anche le altre hanno un loro gusto speciale, ma meno intenso.
L’ultima acquista il suo sapore dal sentimento della vittoria su se stesso e la speranza di un prossimo futuro di forza e di salute.
Le date sulle pareti della mia stanza erano impresse con i colori più varìì.
Certe date erano da me preferite per la concordanza delle cifre.
<<Terzo giorno del sesto mese del 1912 ore 24>>. Suona come se ogni cifra raddoppiasse la posta.
L’anno 1913 mi diede un momento d’esitazione. Mancava il tredicesimo mese per accordarlo con l’anno. Ma non si creda che occorrano tanti accordi in una data per dare rilievo ad un’ultima sigaretta.
Molte date che trovo notate su libri o quadri preferiti, spiccano per la loro deformità. Per esempio il terzo giorno del secondo mese del 1905 ore sei! Ha un suo ritmo quando ci si pensa, perché ogni cifra lega la precedente.
Molti avvenimenti, anzi tutti, dalla morte di Pio IX alla nascita di mio figlio, mi parvero degni di essere festeggiati dal solito ferreo proposito.
Tutti in famiglia si stupiscono della mia memoria per gli anniversari lieti e tristi nostri e mi credono tanto buono!
Per diminuire l’apparenza balorda tentai di dare un contenuto filosofico alla malattia dell’ultima sigaretta.
Si dice con un bellissimo: <<mai più!>>. Ma dove va l’atteggiamento se si tiene la promessa? L’atteggiamento non è possibile di averlo che quando si deve rinnovare il proposito.
Eppoi il tempo, per me, non è quella cosa impensabile che non s’arresta mai.
Da me, solo da me, ritorna.
[…]

Italo Svevo da “La coscienza di Zeno”

Tratto da “DIORAMA” antologia per il biennio delle scuole medie superiori

Foto rielaborate dal web

 

Il ladro Luca

il ladro luca - Bozza 2

[…]
Al ladro Luca, nella notte annuvolata, bastò la luce di poche stelle per scendere in una casa dall’abbaino e farvi un bottino di prim’ordine. Ora ne riusciva con piena la sacca e l’animo contento. Alzò gli occhi un attimo al cielo che si stava sgombrando, poi guardò il tetto lentamente in giro. Tutto il mondo era in silenzio e vuoto, non c’era nel mondo altro che lui Luca su quel tetto vicino al cielo. […]
La vista delle tegole lo riposava. Lui sa camminare sui tetti come un gatto. Pregustava la maraviglia dei suoi compagni e forse un elogio del Capo. […]
Ma girando frattanto lo sguardo verso la cresta del tetto, agghiacciò.
Da dietro quel vertice era spuntata una testa grossa e nera, due occhi lucidi traverso l’ombra lo saettarono, poi di colpo un uomo fu in piedi a sommo del tetto col braccio teso e la rivoltella puntata verso Luca, e nel silenzio sonò il suo comando – Mani in alto! – Il Ladro Luca alzò tremando le braccia. – E fermo! – aggiunse colui. […]
Aveva riconosciuto l’uomo, era uno dei poliziotti più abili e implacabili della città. […]
Lo sbirro s’ergeva verso la parte estrema della cresta del tetto. […]
E parlò a Luca, sempre con quella rivoltella spianata: – Attenzione a quello che dico: alzati, vieni qua, mani in alto; al primo gesto che fai per abbassarle o per cambiare direzione, sparo. Forza, don Luca!-  Mentre quello parlava il ladro Luca aveva infatti rapidamente esaminato la possibilità di buttarsi a destra verso il cornicione, ma il colpo dell’arma lo avrebbe raggiunto. Scomparire nell’abbaino era mettersi in trappola. Non poteva che ubbidire. […]
– Avanti, don Luca, hai lavorato bene, è giusto  che ti porti a dormire. Altrimenti…Cristo!
Il cuore di Luca balzò di sorpresa e di gioia, perchè lo sbirro per un piccolo moto inconsulto del piede aveva barcollato un attimo ed era precipitato scivolando sulle tegole. Subito Luca vide il grosso corpo rotolare giù per la china del tetto, egli allora si mise a correre su verso la cima. L’altro s’era smarrito, s’afferrò con la sinistra a una tegola ma questa si staccò di netto e lui mandò un gemito sentendosi straziare le unghie alla radice, tentò invano afferrarsi con l’altra che lasciò andare la rivoltella, rotolò ancora, batté la testa contro il comignolo ma non si fermò; e il ladro Luca raggiunta la cima si voltò e vide lo sbirro arrivare all’orlo della discesa e il corpo scomparire nel vuoto. […]
Tese l’orecchio per essere pronto a sentire il tonfo. […]
D’improvviso qualche cosa d’ignoto brillò nell’animo del ladro Luca […]
Chiuse e strinse gli occhi e subito li riaperse di laggiù sentì un rantolo, e pareva venisse da quelle mani. Il ladro Luca non capiva più niente, ma senza capire, di colpo s’alzò, in un lampo sfilò dalle spalle la sacca e la posò sulle tegole; un’altra volta chiuse e riaperse per un attimo gli occhi, si passò una mano sulla fronte, e senza sapere perchè, senza sentire quello che stava facendo, corse giù diritto, fin là; arrivato là si  gettò ventre a terra, s’apprese con una delle sue mani di ferro allo spigolo del comignolo, si tese in avanti, porse l’altra gridando: – attaccati! – e abbrancò la mano alzata dell’uomo che si dibatteva. La sentì stringere, la tirò a sè con tutta la forza, come un pescatore tira la rete pesante: vide venir su la testa e le spalle, tirò ancora; l’uomo aiutava il suo sforzo, arrivò tutto.
Luca gli dette un ultimo strattone, poi aiutò l’uomo a porsi a sedere sull’angolo del tetto. […] – Fa freddo -. Luca si sentiva a disagio. L’altro si prese la testa tra le mani e cominciò a singhiozzare piano. […]
Il ladro Luca si cercò in tasca un fiammifero e una sigaretta, la accese e la porse:
– Prendi -. Lo sbirro si voltò e Luca vide che aveva il volto rigato di lagrime. Ripeté:
– Prendi – e chinandosi gli pose la sigaretta tra le labbra. La sigaretta tra le labbra dello sbirro tremava. Dopo un poco lo sbirro balbettò: – Grazie -; la sigaretta gli cadde di bocca, sull’orlo del cornicione. Il ladro Luca fu lesto a raccoglierla, scrollò le spalle, finì lui di fumarla. […]
La Luna era scomparsa e non c’era più una nuvola in cielo. Il Ladro Luca pensò con orgoglio alla meraviglia dei compagni, all’elogio che forse il Capo gli farà per il bottino. Prima di lasciare il tetto e abbracciarsi al doccione, guardò una volta ancora il cielo. Aveva cento volte lavorato di notte ma non s’era mai accorto che ci fossero tante stelle.

[…] di  Massimo Bontempelli

Tratto da “DIORAMA” antologia per il biennio delle scuole medie superiori

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L’eresia catara

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Bernardino Lamis, professore ordinario di storia delle religioni, […] quel giorno, appena rincasato, si mise al lavoro febbilmente.
Aveva davanti a sé due giorni per finir di stendere quella lezione che gli stava tanto a cuore. Voleva che fosse formidabile. […]
Quando fu alla mattina del terzo giorno, che doveva dettar lezione, Bernardino Lamis si trovò davanti, sulla scrivania, ben quindici facciate fitte fitte, invece di sei.
Si smarrì.

Bisognava dunque, assolutamente, nelle poche ore che gli restavano, ridurre a otto, a nove facciate al massimo, le quindici che aeva scritte.
Questa riduzione gli costò un così inteso sforzo intellettuale, che non avvertì nemmeno alla grandine, ai lampi, ai tuoni d’un violentissimo uragano che s’era improvvisamente rovesciato su Roma.
Si avviò sotto quell’acqua, riparando alla meglio il rotoletto di carta, la su <<formidabile>> lezione.

Giunse all’università in uno stato compassionevole: zuppo da capo a piedi.
Lasciò l’ombrello nella bacheca del portinajo; si scosse un pò la pioggia di dosso, pestando i piedi; s’asciugò la faccia e salì al loggiato.
L’aula – buia anche nei giorni sereni – pareva con quel tempo infernale una catacomba; ci si vedeva a mala pena. Non di meno, enrando, il professor Lamis, che non soleva mai alzare il capo, ebbe la consolazione d’intravedre il essa, così di sfuggita, un insolito affollamento, e ne lodò in cuor suo i due fidi scolari che evidentemente avevano sparso tra i compagni la voce del particolare impegno con cui il loro vecchio professore avrebbe svolto quella lezione che tanta e tanta fatica gli era costata e dove tanto tesoro di cognizioni era con sommo sforzo racchiuso e tanta arguzia imprigionata.
In preda a una viva emozione, posò il cappello e montò, quel giorno, insolitamente, in cattedra. Le gracili mani gli tremolavano talmente, che stentò non poco a inforcarsi le lenti sulla punta del naso. Nell’aula il silenzio era perfetto. E il professor Lamis, svoltò il rotolo di carta, prese a leggere con voce alta e vibrante, di cui egli stesso restò meravigliato. […]

Leggeva così da circa tre quarti d’ora, sempre acceso e vibrante, allorchè lo studente Ciotta, che nel venire all’Università era stato sopreso da un più forte rovescio d’acqua e s’era riparato in un portone, s’affacciò quasi impaurito all’uscio dell’aula. Essendo in ritardo, aveva sperato che il professor Lamis con quel tempo da lupi non sarebbe venuto a far lezione.
Zitto zitto, in punta di piedi, il Ciotta varcò la soglia dell’aula e volse in giro lo sguardo. Con occhi un pò abbagliati dalla luce di fuori, per quanto scarsa, intravide anche lui nell’aula numerosi stundenti, e ne rimase stupito.
Possibile? Si sforzò di guardar meglio.
Una ventina di soprabiti impermeabili, stesi qua e là a sgocciolare nella buia aula deserta, formavano quel giorno tutto l’uditorio del professor Bernardino Lamis.
Il Ciotta li guardò, sbigottito, sentì gelarsi il sangue, vedendo il professore leggere così infervorato a quei soprabiti la sua lezione, e si ritrasse quasi con paura.
Intanto, terminata l’ora, dall’aula vicina usciva rumorosamente una frotta di studenti di legge, ch’erano forse i proprietari di quei soprabiti.
Subito il Ciotta, che non poteva ancora riprender fiato dall’emozione, stese le braccia e si piantò all’uscio per impedire il passo.
– Per carità, non entrate! C’è dentro il professor Lamis.
– E che fa? – domandarono quelli, meravigliati dall’aria stravolta del Ciotta.
Questi si pose un dito su la bocca, poi disse piano, con gli occhi sbarrati:
– Parla solo!
Il Ciotta chiuse lesto lesto l’uscio dell’aula, scongiurando di nuovo:
– Zitti, per carià, zitti! Sta parlando all’eresia catara!

[…] di LUIGI PIRANDELLO

Tratto da “DIORAMA” antologia per il biennio della scuole medie superiori

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I due amici dell’usignolo

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[…]

Un usignolo aveva due amici.
Uno era un orso della montagna, un bell’orso dal pelame fitto, dai denti lucenti, che trottava tutto il giorno lassù, tra i sentieri delle pinete, tra i rovi e i cespugli selvatici, alla ricerca di bacche zuccherine e di frutti dolci con cui soddisfare la sua golosità.
Un giorno una lunga spina punse in profondità l’orso Martino e, mentre esso si batteva entro un cespuglio, un usignuolo, commosso dai suoi brontolii dolorosi, era venuto sino a lui volteggiando e con l’abile becco gli aveva strappata la spina..; poi improvvisatosi infermiere, aveva anche medicato la ferita con erbe di montagna, di cui conosceva le virtù.
In breve l’orso guarì e da quell’istante dimostrò un’immensa riconoscenza verso la fragile bestiola piumata.
E ogni giorno l’usignuolo volava fin sulla montagna a salutare il suo amico orso.
L’uccellino aveva pure un secondo amico, un uomo della valle, un vecchio cacciatore, al quale ogni sera alleviava la fatica con i suoi gorgheggi e vocalizzi gioiosi.
Il cacciatore, che viveva solo, si sentiva tutto ringalluzzito nell’ascoltare i ritornelli di quel gaio compagno.
E l’uomo e l’usignuolo, pur senza esserlo mai detto, erano uniti da una sincera e profonda amicizia.
A lungo l’usignuolo visse così tra i suoi due amici, andando dall’uno all’altro, dividendo tra loro la sua gentilezza e cordialità.
Ma un giorno il cacciatore, salito sulla montagna, si trovò proprio a faccia a faccia con l’orso.
Ne aveva seguito la pista e si preparava ad ucciderlo con una precisa fucilata. E non lo faceva, beninteso, per crudeltà, ma per mestiere.
L’orso aveva dunque i minuti contati quando, il nostro usignoletto si assunse il compito di difenderlo.
Volteggiando, saltellando e pigolando davanti all’uomo stupito, ne attrasse l’attenzione per qualche secondo tanto che l’orso Martino ebbe il tempo di fuggire.
Un altro giorno il cacciatore, addormentatosi ai piedi di un albero, era a sua volta minacciato mortalmente dall’orso, allorché sopraggiunse l’uccellino. Questa volta esso parlò all’amico orso che poteva comprenderlo, e la bestia, dopo aver fiutato l’uomo, s’allontanò convinta…
Così l’usignuolo gentile potè conservarsi i suoi amici e continuare a volteggiare lietamente dall’uno all’altro, durante lunghe e luminose stagioni.

[…] di GEORGES RIGUET

Tratto da “IMMAGINI” antologia per la scuola media

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I due orsacchiotti

[…]

Il Governo norvegese si rivolse la scorsa primavera al governo svedese per avere una coppia di orsi bruni da lasciare liberi nelle foreste perché cominciassero a ripopolarle.
Il governo svedese, che certo non potevo organizzare una spedizione di caccia grossa per catturare allo stato primitivo un paio di orsi già in età di riprodursi, mandò ai norvegesi due orsacchiotti che a vederli non sembravano punti diversi dagli altri. Erano due orsi bruni, maschio e femmina che dai normali orsi differivano solo per il carattere. Infatti essi non erano cresciuti nella foresta, ma erano stati tirati su da alcuni lapponi che li avevano catturati da cuccioli vicino a Jokmok.
I due orsacchiotti arrivarono a Oslo in aeroplano e poi furono spediti a un guardaboschi del nord perché li liberasse li lasciasse vivere in pace.
Tutti gli abitanti della zona, spaccalegna prevalenza, furono avvertiti di stare attenti.
Il guardaboschi caricò su un carretto la gabbia dei due orsi, si allontanò da casa una quindicina di chilometri e quando gli sembrò che la foresta fosse abbastanza folta da lasciar vivere tranquille le due bestie, apri la gabbia con molta prudenza e si preparò a tornarsene a casa di gran corsa dato che anche gli orsi bruni, dopotutto, sono belve.
Anzi per non correre un pericolo, il guardaboschi legò allo sportello della gabbia una corda abbastanza lunga da consentirgli un certo margine di sicurezza in caso di attacco improvviso, e solo quando fu lontano apri lo sportello tirando la corda.
Quando furono liberi i due orsacchiotti sembrarono molto contenti.
Certo la foresta era molto bella con la neve sui rami piegati, ma soprattutto piaceva i due orsacchiotti sentire la neve morbida sotto la pianta dei piedi. Non avrebbero mai creduto che la neve potesse essere tanto soffice. E per i due orsacchiotti il bello non finiva mai; non finivano mai le scoperte.
Scoprirono infine, è questa sì che fu bella, che bastava smuovere un poco di neve col muso per trovare del muschio amarognolo.
Quando ebbero scoperto tutte le meraviglie, i due orsacchiotti si rimisero sulle quattro zampe e camminando affiancati come sposi fecero per avviarsi verso il nord, là dove si apriva la grandissima ombra verde, ma prima girarono quasi contemporaneamente la testa per vedere se l’uomo c’era ancora.
Il guardaboschi infatti era ancora vicino, presso il carretto sul quale era stato buttato di traverso il gabbione vuoto.
Povero il nostro gabbione, dovette pensare uno dei due orsi. Addio addio, povero gabbione nostro, dovete dirsi l’altro dei due orsi.
Tuttavia le due bestie questa volta si incamminarono per davvero verso il nord e si fermarono solo quando, avendo ancora volto lo sguardo verso guardaboschi, non lo videro più.
Allora le prese un sentimento che non avevano mai provato prima perché non si erano mai trovato in quella situazione: un sentimento di timore quasi di paura.
Era la prima volta che non vedevano un uomo. Invertirono subito il cammino e tornarono galoppando pesantemente verso dove il guardaboschi doveva trovarsi. Fra l’altro, ora gli sembrava sgradevole al palato l’amarognolo del muschio e il freddo della neve, sotto le piante dei piedi, gli scottava come il fuoco. E che tristi erano i rami curvi sotto il peso della neve; e com’era pauroso il silenzio della foresta. Un silenzio tanto profondo, senza alcun rumore di parole, non avrebbe mai immaginato potesse esistere.
I due orsacchiotti correvano verso l’uomo affannosamente è più forte galoppavano, più dolorosi si facevano i pensieri nelle loro teste. Avevano già la lingua fuori dal gran correre e stavano per non farcela più quando riuscirono a intravedere, lungo sentiero della foresta, il guardaboschi che se ne andava col suo carretto.
Allora lanciarono un richiamo tanto acuto che il guardaboschi girò la testa e vedendo venire incontro le ombre scure dei due orsi bruni, fu preso anche lui dalla paura.
Frustò il cavallo e anche il cavallo si mise al galoppo davanti e due orsacchiotti che gli correvano appresso gridando sempre, chiamando sempre.
Per qualche tempo, poiché la neve frenava le ruote del carretto, orsi e guardaboschi si tennero alle viste, ma alla fine l’uomo scomparve col carretto e col gabbione dietro una macchia più folta.
Quando venne la sera il guardaboschi dormì nel suo letto dietro le porte sprangate e i due orsacchiotti si accucciarono poco lontano sotto il muro della casa.
Ma quella notte fu molto fredda e sul cominciare dell’alba il cuore dei due orsacchiotti non avrebbero dovuto ripopolare le foreste della Norvegia si fermò per sempre, vicino alla casa dell’uomo.
[…]

[…] di MAX DAVID

Tratto  da “”IMMAGINI” antologia per la scuola media – ed. Janus Bergamo 1966

Un mestiere anche per me

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[…]

Quella sera, finita la cena, intimai alla Pasionaria:
– La borsa!
La Pasionaria mi guardò, poi guardò verso Margherita:
– Il babbo vuole la borsa dell’acqua calda. Dov’è?
– Non ho chiesto la borsa dell’acqua calda! Voglio la tua borsa di scuola.
La Pasionaria parve molto stupita.
– La mia borsa? – borbottò – E cosa ti serve?
– Voglio vedere quello che fai a scuola.
– Però se ognuno si occuperebbe degli affari suoi, sarebbe meglio!…
Ebbi la borsa e incominciai a sfogliare i quaderni. Mi interessai particolarmente di quello del comporre, e, proprio in questo, trovai qualcosa che mi preoccupò vivamente:
Tema: <<Parla dei tuoi genitori. Descrivi la loro vita, il loro carattere, il loro lavoro>>.
Svolgimento: I miei genitori sono brava gente.
“Mia mamma è l’angelo del focolare e cucina sul liquigas le vivande saporite che rallegrano il nostro desco, ma io preferisco il salame, il culatello e le patate lesse.
Mio babbo è il sostegno della famiglia ed è molto laborioso perché è sempre in giro per la casa a piantare i chiodi per i quadri, stringere la vite del rubinetto dell’acqua, regolare il bruciatore della nafta per i termosifoni, oppure sorvegliare i muratori o il falegname.
Mio babbo ogni tanto lava l’automobile e poi l’asciuga con lo strofinaccio di pelle.
Mio babbo è anche capace di scrivere a macchina, in nero oppure in rosso.
Come carattere i miei genitori sono nervosi ma buoni e abbastanza simpatici e, anche se delle volte mi fanno inquietare, io li perdono sempre>>.
Lessi il componimento, poi mi rivolsi alla Pasionaria:
– Dunque tutto il lavoro di tuo padre consiste nell’appendere quadri, nel ricaricare l’orologio e andare in automobile a Milano. E i quattrini che servono a me e a voi per vivere, dove li prendo?
La Pasionaria si strinse nelle spalle:
Me non mi occupo degli affari degli altri.
– Non sai che io, oltre a riparare il rubinetto del lavandino e l’interruttore della luce, scrivo per i giornali e faccio dei libri?
– Si capisce che lo so, – rispose la Passionaria. – Ma quello lì non è un mestiere come il falegname, il medico, il meccanico o l’avvocato.
– E cos’è allora? – gridai.
– Tutti sono capaci di scrivere delle cose.
Mi indignai:
– Dunque tuo padre è semplicemente un disgraziato senza mestiere!
– Si dice mestiere quando uno fa qualcosa di cui c’è bisogno. Quando uno ha bisogno di un vestito chiama il sarto, quando uno ha bisogno di una medicina chiama il dottore, quando uno ha bisogno di fare una tavola chiama il falegname. Quelli sono mestieri. Nessuno chiama mai lo scrittore perché ha bisogno di una storia da piangere o da ridere.
Però, se un bambino ha le scarpe rotte e non c’è il calzolaio che gliele accomoda, deve camminare a piedi nudi, oppure se un uomo deve andare in tribunale e non c’è l’avvocato finisce in prigione.
– Ecco – intervenne Margherita. – I fatti mi danno ragione un’altra volta ancora. Quante volte ti ho detto: “Finisci gli esami, Giovannino: prenditi la tua laurea. Procurati un mestiere: nessuno ti impedirà poi di continuare a scrivere, ma sarai un uomo a posto, non un disgraziato senza arte né parte. Non ti lagnare se oggi i tuoi figli ti dicono che non hai un mestiere – .
– Se il babbo volesse potrebbe dare gli esami e prenderla Adesso la laurea!
– Troppo tardi! – disse Margherita – Dovrebbe ricominciare tutto da capo: non si ricorda più niente.
– Se non può prendere il diploma, potrebbe sempre fare un altro mestiere. Per esempio, aprire una bottega. Per fare il bottegaio non ci vuole il diploma!
Margherita rise:
– Darsi al commercio lui, un uomo che ha passato la sua vita sbagliando tutti i suoi affari, firmando i contratti più disgraziati, guadagnando dieci dove chiunque, al posto suo, avrebbe guadagnato cento!
– Potrebbe fare il rappresentante.
– E’ un sentimentale. nessuna forma di commercio è fatta per lui, – affermò Margherita.
– Potrebbe fare il camionista! – esclamò la Pasionaria. – Ha la patente e sa guidare.
Margherita scosse il capo:
– Mestiere duro! Ormai è vecchio; ha i nervi logori, l’occhio stanco.
La Pasionaria mi guardò sinceramente dispiaciuta.
– E allora – si rammaricò, – non può fare proprio più niente, poveretto?
– Niente di niente. Può soltanto continuare a tirare avanti alla giornata come ha fatto fino a oggi. Squinternato e incosciente come il primo giorno che l’ho conosciuto.
La Pasionaria si ribellò:
– Se era squinternato e incosciente perché l’hai sposato?
Margherita allargò le braccia:
– Forse perché io ero più incosciente di lui.
La Pasionaria rimase molto colpita dalla rivelazione materna. Troncò il discorso e si appartò per rimettere in ordine la sua borsa.
Vidi che, prima di riporre il quaderno del comporre, vi scrisse qualcosa, e quando tutti se ne furono andati a letto e io rimasi solo, cavai fuori il quaderno e trovai che lo svolgimento del tema sui genitori era stato aggiornato:
<<Mio babbo scrive i giornali, ma il suo mestiere è il camionista.
Anche mia mamma è capace di guidare il camion e, quando mio babbo deve fare i viaggi lunghi, mia mamma guida lei mentre suo marito si riposa nella cuccetta della gabina. Il nostro camion è un Fiat a nafta, ultimo modello. E’ molto bello e sul frontespizio della cabina c’è scritto in grande ” Dio ci salvi”>>.
La Pasionaria aveva spazzato via tutti gli impedimenti e mi aveva promosso ad autorità camionista. E, avuto riguardo dei miei acciacchi e per rendermi meno gravoso il lavoro, m’aveva messo al fianco, come secondo autista, Margherita.
Avevo un mestiere anch’io.
Spensi la luce e raggiunsi il secondo autista che dormiva nella cuccetta della cabina del nostro camion.

[…] Giovanni Guareschi

Tratto  da “”IMMAGINI” antologia per la scuola media – ed. Grazzini

° foto scaricata dal web di truc-ors.ipg

 

Un salvataggio

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[…]
Piro, parte dal rifugio per un’escursione con due stranieri e rimane assente per tre o quattro giorni.
Al suo ritorno silenzio e facce lunghe, avvilite.
Il cane non compare a fargli festa, aveva seguito per un buon tratto di strada certi operai, poi s’era disperso.
Lo credono caduto in un crepaccio, avendo riscontrato nelle ricerche le sue impronte: ventre, zampe, muso su una sporgenza di neve dura a cui deve essersi tenuto con le unghie…chissà quante ore prima di scivolare giù, vinto dallo sfinimento.
“Che si fa?” Piro ha uno scatto: “Morto o vivo andiamo a vedere!”.
Non é ancora sera: sul ghiaccio la luce dura a lungo. Arrivano al punto indicato.
Piro si sporge: sul gradino di neve riconosce le impronte: rivive il supplizio della bestia impotente a risalire, condannata a cadere nel crepaccio.
Non vi è dubbio è laggiù. Lo chiama, senza speranza, due o tre volte.
Miracolo. Dal fondo di sessanta/settanta metri, la bestia risponde.
Il gemito sordo, strozzato non risuona che una volta sola. Ma basta per provare che è vivo e che si è in tempo per salvarlo.
Piro prende  corda e lanterna, si fa legare dai compagni, raccomanda d’assicurar bene la corda al paletto…scende.
A due terzi della discesa, scorge dal basso due occhi fuor dell’orbite, che s’avvertono verso di lui.
“Si eccomi  ti vengo a prendere”. Il Cane non può ulular la sua gioia, non ha più voce.
E se fosse che dopo tanto pericolo e tanto terrore fosse divenuto rabbioso, demente? Se lo addentasse?
Piro scaccia il triste pensiero. Si cala sempre più giù: Le zampe del cane gli afferrano improvvisamente le spalle, lo attanagliano, gli tolgono il respiro.
Sente sul petto il martellare spasmodico dell’altro petto, e una povera lingua arsa che tenta di leccargli il viso.
Rapido avvolge la corda al corpo della bestia che capisce, lo lascia fare, gli si abbandona.
Grida ai compagni che è pronta e che la tirino su. Così vien fatto. Ma i crepacci no hanno pareti lisce e un movimento falso del carico vivo in salita ha smosso un blocco di neve che rovina addosso all’uomo, spegnendogli la lampada.
Piro si adopera, nel buio fitto a ritrovar la corda calata per lui dai compagni. Non la trova e forse rimasta attaccata ad una sporgenza, non perde il sangue freddo, si arrampica alla cieca, come può.
Gran fortuna che egli ponga a caso la mano sul capo della corda penzolante da un rialzo, è trattenuta la.
Annodarsela a vita come ha fatto con il cane, dar d’avviso, risalire con un salto agile, superar l’ultimo tratto che lo separa dall’aria aperta, dal terreno sicuro: gli sembra un sogno.
Il cane è abbandonato al suolo, quasi senza vita, gli occhi chiusi.
Piro se lo carica sulle braccia, lo porta al rifugio.
Alcuni giorni dopo rimesso appena, alla vista di Piro la povera bestia si scuote, ricorda, striscia fino a lui, gli lecca i piedi e le mani, guaendo, tremando in tutto il corpo per dirgli: “Lo so che mi hai salvato, ti ringrazio!”.
Così sempre, ad ogni ritorno di Piro al rifugio e per il tempo che vi rimane diventa la sua ombra.
Così farà fin quando vivrà.

cane caduto

[…] dal racconto “Un Salvataggio”  di ADA NEGRI (da “Erba sul sagrato” ed. Mondadori)

Tratto da “Immagini” antologia per la Scuola Media – ed. Grazzini

*foto scaricate dal Web

 

La leggenda dello sfortunato

zappare

[…]

C’era miseria nei campi in quella pianura fredda del nord.
Giacomo con le sue gambe sformate e le braccia magre, correva e lavorava senza posa.
L’inverno riduce la terra a una morte silenziosa.
L’estate brucia il foraggio.
Le piogge d’autunno fanno imputridire le sementi.
Malgrado ciò continuava a lavorare come un ragno diligente nella primavera ingannatrice, nelle scarse messi di luglio, fino alla comparsa dei corvi sulla neve.
Quell’anno, nel cuore dell’estate, che era molto calda, il raccolto sembrava addormentato e rassegnato a donarsi all’uomo, ma una nube color cuoio, quando fu sopra il campo di Giacomo, incominciò a brontolare nel cielo, con l’accompagnamento di un vento formidabile: come chicchi gelati, ne sprizzò la grandine a sciami saltellanti, e sminuzzò la segale, frustò la terra, annientò la vita.
Dopo l’uragano, quando il cielo si rifece luminoso, la pianura era un campo di battaglia devastato.
Giacomo entrò in casa, “donna mia” disse, “tu d’ora in poi mescolerai crusca alla farina. Io scaverò più solchi l’anno prossimo”.
La moglie rispose: “tu non sei che un povero imbecille” tuttavia obbedì.
Mescolò crusca alla farina e l’anno passò.
La primavera fu clemente e il gelo non bruciò i cereali, la grandine risparmiò il raccolto e la moglie dell’uomo sfortunato aveva ripreso la sua serenità, ma improvvisamente le acque del fiume invasero le terre, trascinando alla deriva i covoni delle messi.
“Ecco la fine” esclamò la moglie, “siamo dannati!”
“Bisogna sottomettersi o donna! Metti doppia quantità di crusca nella farina e io lavorerò il doppio, giorno e notte”.
Giacomo senza concedersi riposo, durante tutta la stagione favorevole, preparò la sua terra per le sementi. Vendette l’ultima pecora per avere del grano: davanti alla stalla vuota la moglie pianse a lungo.
La primavera passò senza gelate, venne l’estate e la grandine non cadde, le acque del fiume non danneggiarono i raccolti e l’uomo sfortunato poté finalmente raccogliere nel granaio il suo prezioso grano, raccomandando alla moglie di stare attenta al fuoco per evitare un incendio.
“Giacomo, io ora incomincio a impastare pane bianco, senza mescolarvi crusca. Da oggi la nostra sarà l’esistenza di persone felici”. Ma Giacomo la interruppe: “donna mia, bisogna pensare a quelli che vivono tra gli affanni. Mescola ancora un po’ di crusca alla farina: la mucca del vicino è morta questa notte”.
La donna sospirò ma cucinò come al solito pane nero e ne serbò una parte per il vicino.
Ma il mattino successivo, quando prese e tagliò uno dei grossi pani, oh miracolo, il pane era così bianco, che una colomba lo scambiò per uno dei suoi piccoli smarritisi, e cominciò a volteggiare intorno al tavolo!
Allora quei poveri si convinsero di non essere abbandonati: dall’alto il cielo li contemplava sorridendo.

[…] Gabriel Mauriere

Tratto da “IMAGINI” antologia per la scuola media – ed. Grazzini

* foto scaricata dal web di techeconomy.it

Dal Preside

15454134

[…]

“Adesso come si rimedia?” domandò a se stesso Giuliano.
Molte altre volte in quell’anno aveva marinato la scuola e questa volta il Preside non si era accontentato di una delle indulgenti giustificazioni della mamma.
Aveva detto:
“Esigo la presenza di tuo padre”. Ma chi si sentiva di dire a papà…
Giuliano pensa e ripensa. Vuol riuscire ad essere riammesso a scuola per non essere escluso dagli esami. Ma come fare? Ed ecco che alzando gli occhi, scorge avanzare per la via lentamente una carrozza tirata da un cavallo. A cassetta sedeva un maestoso personaggio.
Era un uomo di mezza età, questo cocchiere; fornito di due grandi baffi grigiastri.
Aveva un aspetto pieno di dignità.
“Eureka!” gridò in greco Giuliano.
Gli era balenata per la testa un’idea meravigliosa.
Si avvicinò al cocchiere e gli domandò:
“Ti vuoi guadagnare cento lire?”
“Dove vuole che la porti?”
“Tu non mi devi portare in nessun sito, sono io che devo portarti. Ma prima vieni a casa mia”.
Quando furono a casa, Giuliano andò a pescare un vecchio abito nero, molto dignitoso, una grande cravatta, un paio di guanti neri e istruì il cocchiere.
Questi in principio parve esitare, ma pensò che le cento lire non erano disprezzabili e accettò.
Gli spiegò cosa doveva dire; anzi non fare e non dire, ma soltanto ascoltare e accennare sempre gravemente di si.
“Adesso hai capito?”
“Non c’è bisogno di una parola di più” rispose l’uomo.
Giuliano ordinò l’automobile e andando gli disse: “Tu adesso sei il mio papà. Oh, ma ricordati che devi fare le parti del papà sul serio!”.
L’uomo si mise la mano sul petto.
Nell’anticamera del Signor Preside, il grande cocchiere chiuso nel suo vestito nero, faceva un aspetto impressionante.
Giuliano chiamò il vecchio bidello, detto Pieveloce, perché portava su e giù registri e circolari:
“Di al Preside che sono qui con mio padre”.
“Si accomodi, Signor Commendatore” disse il Preside, allargando le braccia e indicando il divano. “E tu”, disse a Giuliano “rimani li in piedi”.
“Lei non può credere, Signor Commendatore, quanto io sia spiacente… ma il mio dovere…”
“Veda…Veramente… Permetta…”
“Mio figliolo caro, che cosa ti si domanda? Tu sano, ricco, intelligente. Ti si domanda di fare un poco il tuo dovere, venire qualche ora a scuola. Pensa a quanti figli di povera gente sarebbero felici di questa lieve fatica che io e tuo padre ti domandiamo”.
Allora l’uomo che fino a quel momento aveva ascoltato senza fare motto, immobile, si levò. Parve volesse parlare e il Signor Preside si apprestava pazientemente ad ascoltare le giustificazioni che ogni buon padre ha in serbo per i propri figli. Invece il Signor Preside  non udì proprio nulla; ma vide il braccio di quel grande abito nero distendersi:
Giuliano sventuratamente era alla portata di quel braccio. Si udì un gran colpo.
Percosso sulla guancia da un enorme ceffone, il giovane sarebbe caduto, se nella parete non avesse trovato sostegno.
Seguì una scena di vero spavento.
“Signore, Signore” diceva il Preside cercando di ammansire quel terribile padre.
“Io non domandavo tanto, mi bastava che lei fosse persuaso”…
“Adesso è persuaso anche lui” disse con voce cavernosa l’uomo in nero indicando Giuliano. E uscirono di lì.
“Lei mi perdonerà signorino, ma alle parole di quel buon uomo mi sono ricordato dei giovani come lei, che alla notte, dopo mezzanotte, conduco a casa dai ritrovi notturni”.
“Mi perdoni il braccio si è mosso senza la mia volontà…le cento lire per favore”.
E Giuliano fu ancora riammesso alla scuola.

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[…] Alfredo Panzini da “Rose di tutti i mesi” ed. Mondadori

Tratto da “Spera di Sole” antologia per la Scuola media

– foto Agriturismo Rosmari Vallino
– foto it.123rf.com

Per favore, regalatemi un ricordo

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[…]
Per favore.
Parlatemi di vostra madre. Vi ascolto.
Di certo la ricordate e di lei ricordate tante cose.
Lasciate stare le cose curiose.
Parlatemi soltanto delle cose più semplici, quelle che fa ogni madre, come rimboccarvi le lenzuola, per esempio, e darvi l’ultimo bacio della sera.
Parlatemi di quando vi rimproverava, severa, per un vostro capriccio.
Di quando vi riempiva le orecchie e gli occhi di sapone.
Di certo ricordate un mucchio di cose.
Ricordate la sua voce dolce, morbida, calda, qualche volta tramante per una paura, un timore di vedervi cadere, farvi male. O di sapervi soffrire.
Magari per un semplice raffreddore.
Parlatemi di vostra madre quando vi accompagnava a scuola e vi teneva per mano, o vi insegnava a reggere la penna.
Uno scapaccione ogni tanto.
Una tirata d’orecchie.
Quando vi vestiva. Certo vi ricordate ancora. Vi abbottonava la giacca, vi copriva la gola.
E poi: “Non bere, non correre, non prender freddo, non sudare”.
Di quante cose potete parlare.
Io vi ascolto.
Cominciate dal principio, frugate in fondo alla vostra memoria, cercate i giorni più lontani, quando i ricordi sono confusi, ma ritrovate nitide e precise, perfette nei loro contorni, le cose più care, quelle che non potete dimenticare.
L’immagine di vostra madre, il suo sguardo, il suo sorriso, le sue lacrime, i suoi timori, le sue speranze, le sue gioie.
Parlatemi delle cose che tutte le mamme fanno, e che riempiono il cuore di affetto.
Regalatemi un vostro ricordo. Non più di un ricordo per uno.
Chi un bacio, chi una carezza, chi uno schiaffo, chi una tirata d’ orecchie.
Un sorriso, una lacrima, un rimprovero, una lode.
Un ricordo per uno, voi che ne avete tanti, non vi accorgete nemmeno.
Io non ne ho nessuno.
Regalatemi un vostro piccolo ricordo da mettere davanti all’immagine di mia madre, come un piccolo mazzo di fiori.
Io ho tutto dimenticato il giorno in cui sono nato.

[…] Carlo Manzoni da “Annabella” anno XXIII, n. 20

Tratto da “IMMAGINI” antologia per la scuola media – ed. Grazzini

*foto scaricata dal web