Spinacio Selvatico di Montagna

Farinello Comune (famiglia Chenopodiaceae)

Lo spinacio selvatico è una pianta spontanea perenne ed edule, un vero e proprio dono della natura. E’ molto ricercato in montagna ed apprezzato per il suo valore nutritivo.
Quando si sente il bisogno di respirare aria pulita ci si avventura nelle malghe tra i i 500 e i 2000m per raccogliere gli abbondanti spinaci, ricchi di proprietà salutari. Si possono anche trovare lungo i margini delle strade dove pascolano i greggi di pecore, ma è sconsigliato raccoglierli in caso di intenso traffico di veicoli e smog.
Erano già conosciuti e consumati dagli antichi Romani, esistono infatti molte leggende a riguardo.
Vengono raccolti solitamente all’inizio della primavera, tagliando il gambo alle piantine più giovani e tenere.
La pianta è provvista di una grossa radice e alcune radici secondarie e ha un’altezza che varia dai 5 ai 50cm. Le sue foglie, lievemente pelose, sono molto gradevoli se passate in padella, utilizzate per gli gnocchi verdi o per il ripieno dei ravioli.

Sinonimi:
Farinello, volatre, orla, olaci, colubrina, vallari, songia, zampa d’oca, ecc.

Diffusione:
Vicino agli stazzi delle pecore, ai margini delle strade campestri, in montagna tra i 500 e i 2000m, lungo i recinti erbosi.

Periodo di raccolta:
Fine inverno/primavera.

Sostanze attive:
Iodio, zinco, potassio, sodio, calcio, fosforo, rame, ecc.

Parti utilizzabili:
La pianta verde.

Usi:
In cucina per le zuppe, le frittate, i risotti, le frittelle, ecc.

Altri usi:
Erboristico.

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La mia ricetta:

TORTINO DI ERBE SELVATICHE (Tradizione locale)

Ingredienti per 4 persone:
400 g erbette (spinacio selvatico, valerianella o songino, tarassaco, silene, timo, erba cipollina)
50 g burro di malga
2 uova
150 g ricotta di malga
50 g formaggio Castelmagno
Pane di segale grattugiato q.b.
1 rotolo pasta sfoglia
Sale q.b.

Procedimento:
Lavate con cura le erbette, tritatele finemente e passatele in padella con il burro. Lasciatele cuocere pochi minuti coprendole con un coperchio. Nel frattempo sbattete le uova in una terrina, aggiungete la ricotta e mescolate fino ad ottenere un composto morbido. Unite le erbette e aggiustate di sale. Srotolate la pasta sfoglia in una tortiera e bucatela con i rebbi di un forchetta. Versate all’interno il composto ottenuto e distribuite dei dadini di formaggio Castelmagno in superficie. Ripiegate il bordo della pasta sfoglia e spolverate con del pane di segale grattugiato. Cuocetela in forno preriscaldato a 200°C per circa mezz’ora, fino a completa doratura. Lasciatela raffreddare 10-15 minuti prima di servirla.

Mirtillo Nero di Bosco

Vaccinium Myrtillus (famiglia Ericaceae)

L. G.

Il mirtillo di bosco non si deve confondere con il mirtillo gigante coltivato. Cresce nelle brughiere e nei pascoli montani tra i 700 e i 2500 metri di altitudine. E’ una bacca sferica e carnosa di colore nero/violaceo.
La pianta è formata da cespugli a lenta crescita il cui fusto eretto varia dai 30 ai 70 centimetri. Presenta numerosi rami con dei fiori a corolla pendenti e delle piccole bacche dal sapore acidulo ma molto gradevole.
Il mirtillo di bosco cresce spontaneamente in grandi estensioni di brughiere e nei boschi di latifoglie o conifere tipicamente umidi e chiusi.
I suoi bellissimi fiori bianchi e rosa sono ricchi di nettare, ottimo alimento per le api.
Le proprietà del mirtillo sono molteplici, alcune molto conosciute: in primis aumenta la resistenza delle pareti capillari e acuisce la visione notturna. Anche le sue foglie essiccate al sole hanno diverse utilità. Dal succo di mirtillo si ricava inoltre un vino a bassa gradazione alcolica, che spesso in cucina accompagna i piatti di selvaggina. I contadini austriaci sono soliti preparare un liquore unendo ai mirtilli delle radici di genziana.

Il nome Myrtillus deriva dal latino “mirtus” per la somiglianza delle sue foglie e del suo frutto al mirto.
Già nel I secolo d.C. i mirtilli venivano impiegati per guarire la dissenteria e le afte in bocca. Inoltre, le donne romane lo utilizzavano come detergente per il viso e per dilatare i pori contro i punti neri.

Sinonimi:
Bluet, muriun, lambrune, muret, vaciet, uva dei boschi, bagola, cesarelle, ampulette, canestrei, bacceri, baeule, ecc.

Diffusione:
Macchia submontana e montana.

Periodo di raccolta:
Le foglie a giugno/luglio, mentre i frutti ad agosto/settembre.

Parti utilizzabili:
Sia foglie che frutti.

Proprietà:
Diuretiche, antiossidanti, vasodilatatrici, antinfiammatorie, antireumatiche, antigottose, astringenti, antisettiche, ipoglicemizzanti.

Sostanze attive:
Glucidi, acido citrico, acido tartarico, acido malico, acido ascorbico, pectine, antociani, tannini, mirtillina, vitamine B, C e P, sali minerali (calcio, fosforo, ferro, sodio e potassio).

Usi:
Succhi, sciroppi, vini, liquori, confetture, guarnizioni di torte, gelati, estratti, infusi di foglie.

Altri usi:
Farmaceutico, cosmetico, omeopatico.

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La mia ricetta:

ORZO PERLATO CON MIRTILLI

Ingredienti per 4 persone:
1 cipolla

2 cucchiai olio evo
250 g orzo perlato
Vino bianco q.b.
1 l brodo vegetale
40 g burro

80 g mirtilli neri
125 g yogurt greco
1 cucchiaino miele
1 pizzico zenzero grattugiato

Sale q.b.
Formaggio grattugiato q.b.

Procedimento:
Sbucciate la cipolla, lavatela e tritatela fine, poi mettetela in un tegame con l’olio e fatela stufare a fuoco basso finché sarà diventata tenera e trasparente. Unite l’orzo e fatelo tostare, poi sfumate con il vino bianco e lasciatelo evaporare a fiamma viva. Aggiungete il brodo un po’ alla volta e lasciate cuocere, mescolando di tanto in tanto. Quando l’orzo è pronto mantecate con il burro. Unite la purea di mirtilli che avrete nel frattempo preparato mescolando lo yogurt greco, un cucchiaino di miele, un pizzico di zenzero e i mirtilli lavati. Salate il tutto, mescolate di nuovo e servite con una spolverata di formaggio grattugiato.

Nespolo Comune

Nespilus germanico (famiglia Rosacee – Pomacee)

Nespolo comune
                     Elaborazione grafica di Lucia Giordano

Questo arbusto selvatico originario della Grecia cresce spontaneo in zone collinari e montane. Viene coltivato nei giardini a scopo ornamentale per il fogliame verde ramato e bellissimi fior bianchi.
I frutti sono ormai dimenticati. Nei tempi di economia di sopravvivenza erano molto apprezzati dai bambini ansiosi di trovarli in mezzo alla paglia dove venivano sistemati per maturare.

     Si dice “con il vento e con la paglia maturano le nespole”.

Nelle fiere di fine autunno, le nespole erano presentate in ceste di vimini e acquistate per fare le confetture.
A maturazione raggiunta venivano sbollentate e passate al setaccio per eliminare i noccioli, buccia e la corona ruvida.
I frutti acerbi allappano come i caci.
Se maturi hanno un sapore tannico e leggermente acidulo come quello del vino rosso.

Sinonimi:
pocio, puciu, cul du can…

Diffusione:
zone collinari e montane, tra ruderi abbandonati e vecchi giardini soleggiati.

Periodo di raccolta:
ai primi geli, si fanno maturare nella paglia in ambienti a temperatura costante.

Parti utilizzabili:
frutti e foglie

Proprietà:
astringenti, antiglicemiche, diuretiche, nelle affezioni di bocca, gola e funzioni intestinali.

Sostanze attive:
tannino, carboidrati, acido citrico e tartarico, mucillaggini e vitamine…

Usi:
infuso di foglie, confetture, sciroppi, gelatine, liquori…

Altri usi:
erboristeria, tintoria e concerie…

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La mia ricetta: 

CROSTATA DI NESPOLA COMUNE

Ingredienti:
pasta per crostate (Brisée)
confettura di nespole (oggi introvabile nei supermercati)
confettura di pere
scorza di arancia grattuggiata finemente
liquore di mirtillo


Procedimento:
Distendete un foglio di pasta brisée nella teglia. Lasciate un margine per contenere la confettura.
Tenete un poco di pasta da parte per fare delle striscioline. 

Disponete sulla pasta la confettura di nespole e uno strato più sottile di confettura di pere.
Spargete un velo di scorza di limone ed uno spruzzo di liquore di mirtillo. 
Con le striscioline di pasta fate un reticolato.
Mettete a cuocere in forno fino a completa doratura.

Pungitopo

Ruscus aculeatus (famiglia ruscacee-liliacee-asparagee)

Elaborazione grafica di Lucia Giordano

Il pungitopo è una pianta perenne di colore verde intenso luminoso che cresce nei boschi, sottoboschi, in macchie asciutte sassose, ha estremità pungenti e sopravvive al freddo dei mesi invernali. Viene anche coltivato ad alberello vicino alle abitazioni come portafortuna e ornamento natalizio. Le bacche prodotte dai fiori femminili sono di un rosso acceso brillante, visibili a distanza e propagano senso di festa, bellezza, serenità.
Ha un fusto eretto striato ramificato, simile all’agrifoglio, ma  cespuglio e di dimensioni ridotte, a volte in simbiosi con il vischio.

Il rizoma strisciante ha un leggero odore di trementina.
Il pungitopo viene coltivato anche sui balconi in vaso con terriccio acido, posizionato in zone ombreggiate e non esposte a temperature rigide.

 


I getti nuovi, teneri, assomigliano agli asparagi e si cucinano allo stesso modo.
Un tempo venivano seccati, tostati e macinati come surrogato del caffe per il loro sapore amarognolo.
Sminuzzati e macerati aromatizzano il vino bianco.

Con i rami si facevano le spazzole per pulire il camino.

Sinonimi:
Agrifoglio, rusco, spongiarat, spimarat….

Diffusione:
Nelle boscaglie….

Periodo di raccolta:
I getti in primavera, aprile, maggio, i turioni ottobre, novembre.

Parti utilizzabili:
Turione, foglie, cortecce, getti.

Proprietà:
diuretico, antinfiammatorio, espettorante, antireumatico, depurativo, abbassa la pressione arteriosa, contrasta gli edemi (varici, cellulite, piedi gonfi)…

Sostanze attive:
Glicossidi, saponinici, tanini, ilicina, acido salicilico…

Usi:
Tisane, decotti, impacchi. In cucina, per insaporire risotti, antipasti, frittate ecc….

Altri usi:
Erboristeria e nella composizione dei farmaci…

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La mia ricetta: 

LOMBO DI SUINO CON GERMOGLI DI PUNGITOPO

Ingredienti:
Lombo di maiale
cipolline borretane
burro
pancetta
salciccia
brodo vegetale
vino bianco aromatizzato
germogli di pungitopo sott’olio


Procedimento:
Infarinate il lombo e rosolatelo nel burro, aggiungete salsiccia e dadini di pancetta, spruzzate abbondante vino bianco aromatizzato e lasciate sfumare, unite le cipolline borretane e appena appassite coprite il tutto con brodo vegetale.
A cottura ultimata guarnite il piatto con abbondanti germogli sott’olio.

Il crescione d’acqua

Nastrurzio officinale (famiglia Brassicacee – crucifere)

Elaborazione grafica di Lucia Giordano

E’ una pianta erbacea perenne, già usata nell’antichità, la cui fama si è conservata attraverso il tempo.
La sua infiorescenza è a grappolo, il frutto ha numerosi semi ed il fusto è alto fino ai 70 cm.
Cresce spontaneamente lungo i corsi d’acqua tranquilla a lieve scorrimento. E’ possibile anche coltivarlo in bacini di acqua sorgiva.
Si raccoglie in primavera prima della fioritura, è consigliabile evitare la cottura e il disseccamento per non perdere le proprietà medicinali.
La pianta di crescione è ottima per il sapore gradevolmente amarognolo e piccante. La principale caratteristica è la prevenzione delle alopecie e della caduta dei capelli, con frizioni costanti sul cuoio capelluto ne facilita la ricrescita.
Importante evitare la raccolta se la zona è inquinata o frequentata da greggi di pecore e montoni che posso trasmettere la malattia “Douve du fois”

Sinonimi:
ascione, agretto, sanacione, nastruzzu de riu…

Diffusione:
lungo i corsi d’acqua limpida a scorrimento lento in luoghi ombrosi fino a 2000 m  di altitudine…

Periodo di raccolta:
in primavera prima della fioritura.

Parti utilizzabili:
la pianta intera.

Proprietà:
diuretiche, aperitive, digestive, anti-anemche, balsamiche, depurative, cicatrizzanti e rivitalizzanti dei bulbi piliferi (capelli) …

Sostanze attive:
vitamina D e altre, calcio e altri minerali, flavonoidi, carotene, acido nicotinico, cobalammina, gluconastuzzina …

Usi:
infusi, succhi, distillati, sciroppi, oli essenziali, guarnizioni pietanze …

Altri usi:
farmacia, erboristeria, cosmetica…

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La mia ricetta: 

INSALATA DI CRESCIONE

Ingredienti:
100 g crescione fresco
6 olive snocciolate
1 limone
1 uovo e 1 tuorlo sodi
1/2 cipolla bianca
1 mela renetta
scaglie di formaggio stagionato
olio e sale

Procedimento
lavate accuratamente il crescione, tagliate le cipolle e la mela a fettine sottilissime, unite subito il limone per evitare l’ossidazione della mela. In seguito unite le olive, le scaglie di formaggio e le uova sode. Condite con olio e sale quanto basta. Mescolate delicatamente.

IL TARASSACO

Tarassaco (famiglie composite)

 

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Nei periodi difficili, quando gli alimenti scarseggiavano, le persone si nutrivano di vegetali che raccoglievano nei prati e nei boschi. Il tarassaco nutriva anche gli animali da cortile, indispensabili per la sopravvivenza. Per questa ragione, un nome dialettale di questa erba è “Gallina grassa”.
Dal fiore giallo le api raccolgono il nettare da cui si ottiene l’ottimo “Miele di Tarassaco” di colore giallo vivo.

Sinonimi:

dente di leone, soffione, cicoria matta, fiorino d’oro, pissenlit…

Diffusione:

nei campi incolti, nei pascoli alpini fino a 2000 metri di altitudine, si trova anche nelle fessure del lastricato. I fiori gialli si trasformano in sfere piumose.

Periodo di raccolta:

foglie in primavera, radici in autunno.

Parti utilizzabili:

radici e foglie non oltre i 10/15 cm di altezza.

Proprietà:

toniche, lassative, antireumatiche, depurative del sangue, stimolanti del fegato…

Sostanze attive:

vitamine, minerali, tarassicina, flavonoidi, tanini…

Usi:

insalate, infusi, decotti, trito verde, torrefazione (simil caffé)

Altri usi:

foraggio, olio essenziale, vino, estratti per farmacia, erboristeria, cosmetica…

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La mia ricetta
Insalata di tarassaco

100 g tarassaco tenero
50 g songino (valerianella)
50 g spinacino
30 g radicchio dolce rosso
10 pomodorini datterino
10 ciliegine di mozzarella
2 uova bollite (8/9 minuti)
5 noci

Condite con olio aceto e sale (vinaigrette)

 

LA ROSA CANINA

Rosa canina (famiglia rosacee)

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La rosa canina è una rosa selvatica, che cresce nelle macchie e fra le siepi dal mare alla zona alpina, in prevalenza al margine dei sentieri e dei boschi.

SINONIMI:
Rosa selvatica, rosa di macchia, rosella, rosa delle siepi, grattacuille.

PERIODO DI RACCOLTA:
Petali maggio – Frutti settembre/ottobre – Foglie giovani.

PARTI UTILIZZABILI:
Petali – Frutti – Foglie.

PROPRIETA’:
Lassativa – Depurativa – Rinfrescante – Vermifugo.

SOSTANZE ATTIVE:
Vitamina C – Tanini – Polifenoli.

USI:
Infusi – Decotti – Confetture – Gelatine – Olio essenziale.

ALTRI USI:
Cosmetici – Farmaceutici

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 La mia ricetta 

Elisir al sapore di rosa canina
Si macera per un mese 100 gr di frutti secchi, 50 gr di zucchero e 300 gr di alcool a 50°.
Trascorso questo tempo si cola e si addiziona con 200 gr di acqua.

Viene utilizzato come tonico ed energetico consumato a bicchierini.

La luna e i falò

Di Cesare Pavese


vedi  Capitolo XIX

[…]  E avrei voluto ritrovarmi nel cortile della Mora, quel pomeriggio d’agosto che tutti erano andati in festa a Canelli, anche Cirino, anche i vicini, e a me, che avevo soltanto degli zoccoli, avevano detto: -non vuoi mica andarci scalzo. Resta a fare la guardia-. Era il prim’anno della Mora e non osavo rivoltarmi. Ma da un pezzo si aspettava quella festa: Canelli era sempre stata famosa, dovevano far l’albero della cuccagna e la corsa nei sacchi; poi la partita al pallone.

Erano andati anche i padroni e le figlie, e la bambina con l’Emilia,sulla carrozza grande; la casa era chiusa. Ero solo, col cane e con i manzi. Stetti un pezzo dietro la griglia del giardino, a guardare chi passava sulla strada. Tutti andavano a Canelli. Invidiai anche i mendicanti e gli storpi. Poi mi misi a tirar sassi contro La colombaia, per rompere le terrecotte, e li sentivo cadere e rimbalzare sul cemento del terrazzo. Per fare un dispetto a qualcuno presi la roncola e scappai nei beni,<<così,-pensavo,-non faccio la guardia. Bruciasse la casa, venissero i ladri.>> Nei beni non sentivo più il chiacchiericcio dei passanti e questo mi dava ancor più rabbia e paura, avevo voglia di piangere. Mi misi in caccia di cavallette e gli strappavo le gambe, rompendole alla giuntura. <<- Peggio per voi, gli dicevo,-dovevate andare a Canelli>>. E gridavo bestemmie, tutte quelle che sapevo.

Se avessi osato, avrei fatto in giardino un massacro di fiori.

Un carrozzino si fermò al cancello. -C’è nessuno? – Sentii chiamare. Erano due ufficiali di Nizza che avevo già visto una volta sul terrazzo con loro. Stetti nascosto dietro il portico, zitto. -C’è nessuno? signorine!- gridavano.- Signorina Irene!- Il cane si mise a abbaiare, io zitto.

Dopo un po’ se ne andarono, e adesso avevo una soddisfazione. Entrai in casa per mangiarmi un pezzo di pane. La cantina era chiusa. Ma sul ripiano dell’armadio in mezzo alle cipolle c’era una bottiglia buona e la presi e andai a bermela tutta, dietro le dalie. Adesso mi girava la testa e ronzava come fosse piena di mosche. Tornai nella stanza, ruppi per terra la bottiglia davanti all’armadio, come se fosse stato il gatto, e ci versai un po’ d’acquetta per fare il vino. Puoi me ne andai sul fienile.

Stetti  ubriaco fino a sera, e da ubriaco abbeverai i manzi, gli cambiai strame e buttai il fieno. La gente cominciava a ripassare sulla strada, da dietro la griglia chiesi che cosa c’era attaccato al palo della cuccagna, se la corsa era stata proprio nei sacchi, chi aveva vinto. Si fermarono a parlare volentieri, nessuno aveva mai parlato tanto con me. Adesso mi sembrava di essere un altro, mi dispiaceva addirittura di non aver parlato a quei due ufficiali, di non avergli chiesto che cosa volevano dalle nostre ragazze, e se credevano davvero che fossero come quelle di Canelli.

Quando la mora tornò a popolarsi, io ne sapevo abbastanza sulla festa che potevo parlarne con Cirino, con l’Emilia, con tutti, come ci fossi stato. A cena ci fu ancora da bere. La carrozza grande tornò a notte tardissimo, ch’ io dormivo da un pezzo e sognavo di arrampicarmi sulla schiena liscia di Silvia come fosse il palo della cuccagna, e sentii Cirino che si alzava per andare al cancello, e parlare, sbattere porte e il cavallo sbuffare. Mi girai sul saccone e pensai com’era bello che adesso ci fossimo tutti.L’ indomani ci saremmo svegliati, saremmo usciti in cortile, e avrei ancora parlato e sentito parlare della festa.

Autore  Cesare Pavese
Da capitolo XIX da La luna e i falò

 

Battaglia di Don Chisciotte contro le pecore

Di Miguel De Cervantes

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Immagine dal web 

Andavano viaggiando Don Chisciotte e il suo scudiero, intrattenendosi in vari discorsi, quando Don Chisciotte vide che sulla strada da loro battuta veniva un grande e folto polverio; laonde, volto a Sancio, gli disse: -Quest’è il giorno, o Sancio, in cui s’ha da conoscere a quel bene  mi serba la sorte; il giorno è questo in cui più che in ogni altro ha da risplendere il valore del braccio,  in cui ho da operare meraviglie degne di essere registrate nel libro della fama per secoli tutti avvenire. Vedi tu, o Sancio, quel polverio che cola’ si solleva? Sappi che dentro vi è chiuso un esercito poderosissimo, composto di varie nazioni e di gente innumerabile venuta da diverse parti.

– Se questo è vero, saranno due eserciti- replicò Sancio:- perché anche dalla parte opposta sollevasi un polverio.

Voltasi Don Chisciotte a guardare, vide ch’era vero, e rallegrandosi oltre misura pensò che fossero due eserciti che venissero ad incontrarsi e abbattersi in mezzo a quella spaziosa pianura.  […]

Il polverio da lui visto proveniva da due branchi di pecore e di montoni che venivano a quella volta, da due parti; ma per la fitta polvere non era possibile ravvisare che cosa facessero veramente. Con tanta fermezza sostenea Don Chisciotte ch’erano eserciti, che lo credette anche Sancio, e gli disse:  – Signore, e che facciamo noi? […]

Farai l’obbligo tuo, Sancio-disse Don Chisciotte, -perché in simili battaglie non occorre di essere armato cavaliere.

– Questo va bene- replicò Sancio,- ma dove nasconderemo intanto questo mio asino, per recuperarlo dopo la battaglia? Perché non credo che nessuno finora usasse mai di mettersi a combattere con sifatta cavalcatura.

–  Rifletti saviamente – soggiunse Don Chisciotte, -e quello che puoi fare si è di abbandonarlo alla sorte; si smarrisca o no, nulla importa, perché dopo la vittoria avremo tanti cavalli al nostro comando, che anche ronzinante corre pericolo ch’ io non lo cambi con qualc’ altro. […]

– Quel cavaliere che vedi la con l’ armi gialle, che porta nello scudo tre corone d’argento in campo azzurro, è il temuto Micocolembo, granduca di Chirozia; l’altro, che ha le membra gigantesche e che sta alla mano dritta, è l’ardito Brandabarbarano di Boliche, signore delle tre Arabie, che viene armato di una pelle di serpente e tiene per iscudo una porta, che, a quanto si dice, e una di quelle del tempio fatto precipitare da Sansone allorché morendo si vendicò dei nemici.[…]

Sancio Panza era attonito e sbalordito, né apriva mai bocca; solo voltavaosi di  quando in quando, per vedere se comparivano i cavalieri e i giganti nominati dal suo padrone. E non vedendo nessuno, si volse a lui e gli disse: – Maledetto quell’uomo, quel gigante, quel cavaliere che di quanti vossignoria ha nominati io vegga apparire; qua vi sarà forse qualche incantesimo…

– Che dici tu?- rispose don Chisciotte: -non odi il  nitrir de cavalli, lo squillar delle trombe, il batter dei tamburi?

– Io non sento altro – rispose Sancio, – se non un gran belare di pecore e di montoni. – E ciò era vero, perché già si erano molto avvicinate le mandre.

– La tèma –  disse Don Chisciotte – t’ingombra per modo, che tu né odi né vedi a dovere; e, in verità, uno degli effetti della paura è quello di sconvolgere i sentimenti e di mostrare le cose diverse affatto da quello che sono. Ora, se sei così dappoco, ritirati e lasciami solo, che io solo basto a rendere vittoriosa la parte da me protetta e assistita.

– E detto questo spronò Ronzinante e con la lancia in resta discese dalla collina come un fulmine.

Sancio gridava:  – Torni addietro la signoria vostra, signor Don Chisciotte, chè giuro a Dio ch’ella va ad investire tante pecore e tanti montoni; torni addietro! Per la vita di mio padre, che pazzia fa ella mai? Guardi bene che v’ha non gigante né cavaliere né gatto né arme né scudi divisi né palle azzurre né indemoniate… Ma che fa ella mai? Ah poveretto me!

Non per questo Don Chisciotte mutava proposito, anzi andava gridando: –  Olà cavalieri tutti che militate sotto gli stendardi del prode imperatore Pentapolino dal braccio ignudo, seguitemi quanti siete, e vedrete com’io presto saprò vendicarlo del suo nemico Alifanfarone di Taprobana. – Pronunciate appena queste parole, si cacciò in mezzo allo squadrone delle pecore e cominciò a investirle  con tanto furore e con tanta animosità, come se veramente fosse andato ad affrontare un mortale nemico. I pastori e i guardiani della mandra gridavano e replicavano e non facesse: ma poiché videro inutile il loro schiamazzo, diedero di piglio ai sassi e cominciarono a salutarlo con pietre grosse come un pugno. Don Chisciotte, non curandosi punto delle sassate, correva qua e colà dicendo: –  Ove sei, superbo Alifanfarone? Vieni a misurarti meco, ché sono un solo cavaliere e bramo da solo a solo provar le tue forze e toglierti la vita in pena delle offese che mediti contro al valoroso Pentapolino Garamante!

Capitò in questa certa mandorla liscia liscia di fiume, che gli seppellì due costole nel corpo. Si tenne egli per morto o almeno ferito pericolosamente, ma sovvenendosi del suo liquore trasse di sùbito il suo orciolo e lo pose alla bocca, mandando giù il bàlsamo nello stomaco. Ne aveva appena ingoiato quanto gli pareva necessario quand’eccoci un’altra grossa mandorla, la quale gli colpì la mano e il vasetto sì drittamente, che questo andò in mille pezzi e gli uscirono netti di bocca tre o quattro denti mascellari, e gli furono malamente pèste due dita della mano. Tanto furono gagliardi il primo e il secondo colpo, che il povero cavaliere dovè stramazzare giù dal cavallo. Accostaronsi allora i pastori, e credendolo spacciato, raccolsero in fretta la loro mandra, e caricate le bestie morte che erano più di sette, si diedero a fuggire senza cercar altro.

Sancio era stato guardando dall’ altura le pazzie del suo padrone, e pel dispetto strappavasi i peli della barba e malediceva l’ora e il momento in cui la trista sua sorte glielo aveva fatto conoscere. Ma poiché lo vide caduto in terra e ch’ erano fuggiti i pastori, scese dal pendio e se ne corse a lui che quantunque non fosse affatto fuori di sè, trovavasi però ad assai tristo partito.

– Non glielo diss’io, signor Don Chisciotte – cominciò poi, – che tornasse addietro, e che quelli che andava ad investire non erano eserciti, ma branchi di montoni? […]

Dammi la mano e tasta col dito, e guarda bene quanti denti e quanti mascellari mi mancano da questa banda dritta della guancia superiore, che qua sento di dolermi.

Vi pose Sancio le dita e dopo aver tastato disse: – Quanti mascellari solea tener da questa banda vossignoria? – Quattro – rispose Don Chisciotte, – ad eccezione del dente occhiale, tutti interi e sani.
– Badi bene la signoria Vostra a quello che dice – rispose Sancio.

– Dico quattro, se pur non erano cinque. […]

  In questa parte inferiore – disse Sancio – vossignoria non ha più che due mascellari e mezzo, e nella superiore, né mezzo né uno; chè essa è tutta rasa come la palma della mano.

– Meschino me! –  disse Don Chisciotte, sentendo le tristi nuove che davagli – il suo scudiere. – Avrei voluto piuttosto che mi avessero spezzato un braccio, purché non fosse  stato quello con cui adopero la spada; perché ti dico il vero, Sancio mio, che la bocca senza mascellari è come un mulino senza macina, e in  maggior conto devesi tenere un dente che un diamante.  Ah! siamo soggetti a tutto, noi che professiamo  il faticoso ordine della cavalleria! Sbrìgati, sbrìgati, amico, incomincia la strada, ed io ti seguirò a tuo piacere.

Autore Miguel De Cervantes
Da antologia Diorama di cultura e umanità