Le api sciamano

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[…]
Ero disceso nel giardino quando mi accorsi d’un rumore insolito, come se l’aria tremasse: un rumore che mi pareva venisse dalla parte degli alveari: mi avvicino e vedo tutte le api fuori, curiose e lucenti e tante tante che oscuravano il sole.
Attraverso correndo il cortile e mi metto a chiamare con quanta voce avevo in petto.
Lo zio comparve nel vano d’una finestra.
– Che diavolo c’è? Casca il mondo? –
– Zio le api fuggono. –
Fu come se avessi pronunciato una parola magica.
Lo zio si precipitò giù dalle scale, attraversò come un fulmine il cortile, si spinse sotto il tettuccio degli alveari con un coraggio che ammirai rimanendo a sufficiente distanza.
Maledettissima!… – esclamò.
E tornò verso casa chiamando a gran voce la Tecla e la Luisa, che portassero questo, che preparassero quell’altro io gli tenni dietro, smanioso d’aiutarlo in qualche cosa; ma fui spazzato via nel modo più umiliante; né altro mi restò che assistere come un semplice spettatore.
Nulla di simile avevo mai veduto, benché a guardare quel visibilio, mi venissero in mente scintille che erompono dai falò…e certi giochi del vento d’autunno quando risucchia in alto le foglie secche. Ma quelle cosucce di oro scuro rigavano il cielo con un’ira che faceva piuttosto pensare ai chicchi della gragnuola; e ne veniva giù un rimbombo come l’organo della nostra chiesa a sentirlo da lontano.
La Tecla e la Luisa arrivarono correndo come pazze, l’una con un secchio e l’altra con un coperchio di rame; e giù colpi disperati: la Luisa con una chiave, la Tecla col mattarello della polenta… tam, tam. tam, tam… si piantano nel bel mezzo del giardino, entrano senza riguardo nel seminato, calpestano agli e prezzemoli, con la faccia fiera in su, verso la nugola rabbiosa.
Ed ecco lo zio. Carico come un asino, con il sudore che gli vien giù a ruscelli. Depone l’arnia, appoggia a un cespuglio la scala che ha in spalla; si toglie dall’altra spalla una pertica con legato in cima un grosso batuffolo di cenci, si mette anche lui a rimirare in su, estatico, il paradiso che s’apre tra le nuvole.
La sua estasi passa presto; corre in fondo al giardino; cerca non so che cosa tra i rami delle piante: va, torna, sembra un’anima dannata. – Piantatela! – grida alle donne – ormai siamo rovinati. –
Difatti la nuvola d’oro era svanita.
– Siamo rovinati! – ripeteva lo zio in tono sempre più convinto. E cominciò a prendersela con le donne; e che a lappar su miele ci stavano, e come! ma, dar un’occhiata agli alveari guai!…
Io avevo, per prudenza, preso il largo; lo zio, dunque, essendo salito con la scala a spiare nel fondo del vicino, gettò un grido di giubilo: – Ci sono! – e discese d’un salto.
– E adesso, Luisa, vai dalla signora Carlotta e le dici che il mio sciame si è posato sul suo pero e la preghi con bella grazia e la supplichi di lasciarci andar nel suo chiuso. –
– Vai corri. –
La Luisa partì come un razzo, e io e il Fido dietro.
– Signora Carlotta!… Signora Carlotta!… – Il Fido aggiunse i suoi latrati. Ma la signora Carlotta, zitta.
Ad un tratto vidi guizzare  da un finestrino una testa grigia e ritrarsi.
Lo zio non dimostrò nessuna meraviglia. – Ah! – disse. – La vecchia non vuole aprire? E noi entriamo lo stesso. –
Lo zio attendeva a salire sul pero, con tanta circospezione, con tanti arresti, che io mi sentivo morir dall’impazienza.
Ecco apparire dalla finestra, dirimpetto al pero, la signora Carlotta. Che grinta!
– Giù di lì! – si mette a urlare – giù dal mio pero! ladrone. –
Lo zio con voce strozzata, ma cortese: – O Signora Carlotta…mi scusi, sa…impossibile fare a meno… –
Fu come buttar olio sul fuoco. – Fuori dal mio fondo!…ladrone. –
Lo zio intanto era venuto giù dall’albero e, avendo dato fuoco ai cenci in cima alla pertica, attendeva che col fumo le api si decidessero a entrare nell’arnia. E si lasciava insultare con grande pazienza.
Ma fu l’affare di un momento. Lo zio ritrasse la pertica e disse alle donne:
– Animo, suonate un po’. –
La Luisa se ne stava lì incantata e non obbedì. Ma la Tecla fece coi suoi strumenti un baccano tale che, di quanto diceva la vecchia, neppure una parola si capiva più. E le api sparpagliate si riattaccavano, l’una dopo l’altra al grappolo.
Quando la nera bocca dell’arnia l’ebbe tutto assorbito, lo zio rimontò sull’albero, tagliò la cordicella e tornò giù, che mi parve un miracolo.
Uscimmo come eravamo entrati e le parolacce della vecchia diventarono una specie di abbaiare lontano, senza più significato.

[…] Francesco Chiesa

Tratto  da ”IMMAGINI” antologia per la scuola media – ed. Grazzini

Tre Fuga Maggio 007

*foto n°1:  scaricata dal web
*foto n°2: foto di famiglia

 

La conquista della 5° c

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[…]
Avevo vent’anni quando, tenendo nella tasca del petto la lettera di nomina a maestro provvisorio, e sopra la tasca la mano, forte forte, tanta era la paura di perderla, chiesi del Direttore.
Il cuore mi faceva sbalzi enormi.
– Chi sei? – mi domandò la segretaria.
– So…Sono il nuovo maestro… – dissi, e le feci vedere la lettera.
Il Direttore mi vide, si mise le mani nei capelli.
– Ma che fanno – gridò – al Provveditorato? Mi mandano un ragazzino quando ho bisogno di un uomo con grinta, baffi e barba da Mangiafoco, capace di mettere finalmente a posto quei quaranta diavoli scatenati! Questo appena lo vedono se lo mangiano!…
Poi, battendomi una mano sulla spalla:
– Avete vent’anni? – disse. – Ma ne dimostrate sedici. Questo mi preoccupa molto.
Che Iddio ce la mandi buona! – Esclamò il Direttore.
Mi guardò in faccia, con fiducia:
– Se aveste almeno i baffi… – mormorò.
Alzò gli occhi al cielo: – Venite è qui che dovete entrare – disse il Direttore fermandosi davanti alla porta della classe V c dalla quale sarebbe poco dire che veniva chiasso.
– Credo che costruiscano barricate – disse il Direttore.
Mi strinse forte il braccio e se ne andò.
Aprii quella porta ed entrai.
Improvvisamente, silenzio.
Ne approfittai per richiudere la porta e salire sulla cattedra. Quaranta ragazzi mi fissavano minacciosamente. Era il silenzio che precede la battaglia.
Strinsi i pugni, feci forza a me stesso per per non dire niente; una parola sola avrebbe rotto l’incanto, e io dovevo aspettare, non precipitare gli avvenimenti.
I ragazzi mi fissavano, io li fissavo a mia volta come il domatore fissa i leoni, e immediatamente compresi che il capo, quel Guerreschi, di cui mi aveva parlato il Direttore, era il ragazzo di prima fila che palleggiava da una mano all’altra un’arancia e mi guardava la fronte.
Il momento era venuto.
Guerreschi mandò un grido, lanciò il frutto, io scansai appena il capo, l’arancia si infranse contro la parete.
Ma non era finita.
Inferocito, Guerreschi si drizzò in piedi e mi puntò contro la sua fionda di elastico rosso. Era il segnale: quasi contemporaneamente gli altri trentanove si drizzarono in piedi, puntando a loro volta le fionde, ma di elastico comune non rosso, perché quello era il colore del capo.
Si udì d’improvviso, ingigantito dal silenzio, un ronzio: un moscone era entrato nella classe, e quel moscone fu la mia salvezza.
Io capii la lotta che si combatteva in quei cuori: il maestro o l’insetto?
Improvvisamente dissi: – Guerreschi ti sentiresti capace, con un colpo di fionda, di abbattere quel moscone?
– E’ il mio mestiere – rispose con un sorriso.
Le fionde si abbassarono e tutti gli occhi furono per Guerreschi, che prese di mira il moscone, lo seguì, la pallina di carta fece: den! contro una lampadina, e il moscone tranquillo continuò a ronzare.
– A me la fionda – dissi.
Masticai a lungo un pezzo di carta, ne feci una palla, e con la fionda di Guerreschi, presi, a mia volta, di mira il moscone.
Indugiai a lungo prima di tirare. Poi con la mano ferma, lasciai andare l’elastico: il ronzio cessò di colpo e il moscone cadde morto ai miei piedi.
– La fionda di Guerreschi – dissi, tornando immediatamente sulla cattedra e mostrando l’elastico rosso, – è qui, nelle mie mani. Ora aspetto le altre – .
Si levò un mormorio, ma più d’ammirazione che d’ostilità: e uno ad uno, a capo chino, i ragazzi sfilarono davanti alla cattedra, sulla quale, in breve, quaranta fionde si trovarono ammonticchiate.
Calmo calmo, come se nulla fosse avvenuto dissi:
– Cominciamo con i verbi – .
E il Direttore? Temendo forse, dall’insolito silenzio, ch’io fossi stato fatto prigioniero dai quaranta demoni, entrò, a un certo punto in classe, e fu un miracolo se riuscì a soffocare un grido di meraviglia.
Più tardi, domandò come avessi fatto, ma si dovette contentare di una risposta vaga:
– Sono entrato nelle loro simpatie, Signor direttore! – .

[…] Giovanni Mosca

Tratto da “IMMAGINI”, antologia per la scuola media – ed. Grazzini

* foto dal web Mirella Malusa  “La misteriosa” conchiglia di copinterest.com

E quando piange

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[…]
L’altro giorno Calandrino consigliava a una povera donna di mettere il figliuolo in collegio.
– Tu… non puoi tenerne di conto.
 E’ vero.
Più che cresce e più s’avvezza male.
– E’ vero.
– Non ti piglia aria abbastanza, sta sempre fra i muri; se anche lo volessi menar fuori, sui prati, non ti riesce; il marciapiede ti s’attacca alle scarpe.
– E’ vero.
– Ti costerà poco, e quei pochi si trovano. Dopo tu ritorni a lavorare: lavorare e patire, credi, è la vita meglio.
– Lo so.
– Te lo tengono bene, lo istruiscono, non lo picchiano.
– Lo so. –
Intanto gli occhi le si gonfiavano e li teneva bassi verso il bambino. Il bambino la stringeva per la mano e ascoltava. Lei rialzò il capo e domandò con la voce rotta:
– E quando piange? –

[…] Fernando Agnoletti

Tratto da ”IMMAGINI”, antologia per la scuola media – ed. Grazzini

* foto dal web ”Media Teca Italia”

 

La mia casa di allora

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[…]

Che casa piccina, ma che casa amorosa!
E dentro codesta casupolina una famiglia numerosa e felice.
Per stare in quella casa, bisognava volersi bene.

Di quegli anditini stretti ne approfittavo per abbracciare la mamma.
Anche il babbo che no era smanceroso si lasciava coccolare dalle mie sorelle.
Quando anche ora tra fratelli si ricorda quella casa, ci torna la dolcezza di quello stare uniti in una casa tanto meschina.

Ma più che altro le mie sorelle ridono: – Ti ricordi dei nostri ricevimenti? Ma come ci si poteva stare? Ti ricordi il vento in camera tua? e ti ricordi di quando pioveva e si dovevano mettere le catinelle sul letto? –

Ma se per le mie sorelle e per mio fratello sono questi ricordi che fanno cara quella casa, per me c’è qualcosa di più.
Da quella casa io partii per la guerra; in quella casa la mamma mi rifece piangendo e ripiangendo la cassetta e il babbo tornò sera per sera rabbrividendo per le scale delle notizie che avrebbe trovato.

In quelle stanzucce passai gli ultimi istanti, ora qui, ora là, ad aspettare lo scocco dell’ora, e poi gli addii pel budello delle scale, e poi la porta che sbatteva sgangheratamente senza chiudersi, e la mamma con la testa contro gli stipiti lassù sotto il tetto, e le sorelle dietro di lei.
Quando tornavo, dopo Pistoia, il cuore mi saliva in gola. Era quasi sempre di mattina, dopo aver viaggiato tutta la notte.
La campagna gelida di Toscana, coi muri secchi, con le strade bianche; poi finalmente Firenze e piazza San Marco.
La piazza era deserta, la chiesa aveva aperto da poco, le panchine del giardinetto erano fresche.

Mi sarei avventato al campanello, avrei urlato, ma mi condannavo invece a questo tormento di gioia: mi mettevo a una panchina di fronte alla casa e aspettavo.
Si apriva qualche finestra ma non di casa mia, e io fermo per due secoli, con le vene turgide, col cuore che riempiva di tonfi tutta la piazza.
Poi finalmente: – ”Sono io!” – Sfondavo la porta di strada, mi avvinghiavo alle scale: che tramenio.
Mi pareva di aver tutta la casa fra le braccia.
[…] Piero Bargellini

Tratto da ”IMMAGINI”, antologia per la scuola media – ‘ed. Grazzini

* foto dal web  ”Idea luce di Filippi”’

Osteria

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Seduta sulla spiaggia mentre leggo un libro, sento vicino a me due signore che si scambiano delle confidenze.

Una delle due, lì di passaggio perché in attesa del taxi, comincia a raccontare:

”Avevo un marito alcolizzato che con il tempo è impazzito.

La storia ha avuto inizio per colpa della mia famiglia che mi voleva sposata al più presto.

Mi canzonavano in continuazione dicendo: ”tutti ti vogliono ma nessuno ti prende e qui il pane consuma…”

Quando incontrai Alberto e lo presentai ai parenti mi dissero di non illudermi, perché un ragazzo di buona famiglia come lui non avrebbe di certo sposato una come me di umile provenienza.

Alla fine ci sposammo, anche se non l’amavo, ma ero felice di sentirmi chiamare ”Signora”.

Mio marito era buono, gentile e premuroso, ma cambiava repentinamente umore come un fulmine a ciel sereno.

Non gli davo importanza perché avevo imparato a volergli bene, ma mi domandavo perché, ogni volta che mi sentivo felice e soddisfatta del mio lavoro e cercavo di renderlo partecipe delle mie gioie, diventava scostante, infastidito, quasi scontroso.

Il mio lavoro si svolgeva in casa: cucivo e rammendavo i capi strappati dei clienti, perché a quei tempi gli abiti rovinati non si buttavano.

Avevo imparato l’arte del rammendo, un’attività che si può definire artistica in quanto consisteva nel ripristinare il tessuto rendendolo quasi nuovo.

Quando andava in montagna Alberto raccoglieva per me gli spinaci selvatici, i mirtilli, i lamponi, i funghi e la lavanda.

Se non beveva era buono e generoso.

Doveva però evitare l’osteria del paese: se ci passava davanti, il demone dell’alcool era in agguato ad aspettarlo.

Non davo importanza al vociare che circolava in paese per il troppo tempo che mio marito passava in quel locale; sembrava stesse diventando una seconda casa per lui.

Quando all’ora dei pasti era in ritardo e rientrava traballando, con borbottii, voce alterata, occhi cattivi e pupille infuocate, io fingevo indifferenza.

Se era tardi non gli andavo incontro, perché temevo la sua reazione e col buio avevo paura di cadere nell’aiutarlo a reggersi in piedi.

Una sera, in ansia da ore, un amico bussò con insistenza alla porta e mi disse: ”Non parlare e scappa via di corsa da qui, non farti vedere”. Quando mio marito rientrò, notai che teneva un fazzoletto sulla bocca, non parlai, seguii il consiglio che mi era stato dato, ma il giorno seguente venni a sapere che in una lite gli avevano spaccato due denti.

Mi rifiutavo di credere che all’osteria potesse bere così tanto da ridursi in quel modo, perché in casa, nonostante ci fosse una cantina ben rifornita, non consumava alcolici.

Non uscivo volentieri con lui perché mi umiliava.

Un giorno eravamo in piazza per osservare un’eclisse, c’era molta gente che conoscevamo, mi permisi di contraddirlo e come risposta tentò di darmi un forte schiaffo. Solo la mano di un amico lo bloccò in tempo.

Ad una signora che si complimentò con lui del mio lavoro disse: ”Se potessi la schiaccerei sotto i piedi e darei fuoco al suo cucito”.

Una sera la cena era pronta sul tavolo, ma lui era talmente ubriaco da non riuscire a salire i tre gradini che portavano alla cucina. Urlava chiedendomi di scendere ad aiutarlo, perché i fantasmi di cui vedeva le ombre lo facevano rotolare ogni volta che tentava di salire.

Le sue imprecazioni erano sentite anche dai vicini, che ormai erano a conoscenza delle sue allucinazioni: la lotta contro i gradini e i fantasmi durò finché un vicino non mi venne in aiuto.

L’alcool lo stava facendo impazzire.

Ricordo ancora quel giorno in cui alle prime ore dell’alba, non vedendolo rientrare, decisi di andare a cercarlo, ormai l’osteria era chiusa da ore. Lo trovai sulla soglia di una casa con un signore che lo sorreggeva. Lo riportai a casa, ma per fare i pochi metri che ci separavano dalla nostra abitazione impiegammo molte ore. Parlava in lingue sconosciute, faceva tre passi avanti e quattro indietro, abbracciava tutte le piante che trovava sul suo cammino per poi prenderle a calci.

Grazie ai vari cespugli a cui si aggrappò per tenersi in piedi ed al mio aiuto, arrivammo finalmente a casa, ma si addormentò sui gradini. Che imbarazzo!

La goccia che fece traboccare il vaso fu quando dovetti assentarmi per quarantotto ore per motivi personali. I compagni dell’osteria, in parte scrocconi, si accamparono da noi dandosi il cambio.

In cantina c’erano provviste di ogni tipo.

Al mio rientro lo trovai irriconoscibile, telefonai immediatamente al nostro dottore per un consiglio, mentre gli ”amici scrocconi” in un attimo scomparvero.

Rimasta sola con lui riuscii a farlo distendere sul letto e, nell’attesa che si addormentasse, mi allungai sul divano con le orecchie ben tese.

Ad un certo punto sentii borbottare: ”La uccido!” Mi voltai, era quasi vicino a me, camminava a gattoni. Feci un balzo e chiamai subito l’autoambulanza, ormai non c’era più niente da fare: era impazzito!

Al suono delle sirene, in piena notte, le finestre del vicinato si spalancarono e quando videro che si trattava di Alberto corsero in strada per salutarlo.

Passò mesi in ospedale tra reparti psichiatrici ma non solo, perché oltre al cervello malato aveva anche una pancia enorme sempre più gonfia. Io lo assistevo con cura, mi faceva molta pena, dopotutto gli volevo bene, ero anche consapevole di avere davanti una persona ”malata” che diceva di non ricordare nulla.

Dopo un soggiorno di lunga degenza scomparve, lo trovarono nei giorni seguenti lungo una scarpata…a casa non tornò più!”.

Il discorso delle signore si interrompe perché arriva il taxi, le due si salutano.

La mia vicina mi osserva per vedere la mia reazione dopo aver ascoltato quella storia, ma io fingo di non aver sentito nulla e continuo a leggere il mio libro…

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  • foto scaricate dal web:
  • rif. Portale Piacenza solidale quaderno n. 2 ”A l’ustaria”
  • rif. scorcio di spiaggia con figure olio su tela 40×30 ”Pirone casa d’aste”

La vigna del nonno

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All’esposizione del ”Vinitaly” riconosco nello stand, tra i degustatori dei miei vini pregiati, un vecchio compagno di scuola delle elementari, che si complimenta per l’alta  qualità degustata.

Ci salutiamo con affetto e ci scambiamo notizie. Tra le varie cose gli chiedo: ”Ti ricordi di me? Nella classe ero deriso perché avevo difficoltà nel leggere e scrivere e sedevo sempre nel banco dell’asino.

Tu eri educato e gentile nei miei confronti ma indifferente di fronte alle cattiverie di alcuni ragazzi che mi consideravano diverso.

Ti ricordi come mi umiliavano?

Mi tiravano i capelli fino a strapparmeli e li macchiavano d’inchiostro; a mia insaputa mi riempivano le tasche di pomodori che poi mi bagnavano i pantaloni.

Io mi vergognavo e loro ridacchiavano ancora più soddisfatti…che sofferenza!”.

Seppure con fatica, sono sempre stato promosso grazie all’aiuto di mia sorella gemella che mi aiutava nei compiti e persino a scuola guida mi scrisse le risposte dei quiz sul palmo della mano permettendomi così di passare l’esame.

Nonostante questa grande difficoltà, ero ottimista  e creativo, consideravo il problema parte della mia natura come il colore dei miei capelli, gli occhi, la statura e la simpatia che sprigionavo in chi mi voleva bene.

Col tempo avrei superato tutto…

Mi preoccupava la notte, avevo paura del buio. Sognavo di ripetere l’anno scolastico, di voler parlare ma le sillabe sembravano irraggiungibili. Le frasi correvano, le lettere si alternavano e da grandi divenivano minuscole fino a scomparire, per poi ripresentarsi in forme spaventose.

Al mio risveglio provavo una grande angoscia che svaniva quando uscivo di casa e andavo con gli amici in cortile a giocare a nascodino, biglie e bocce trovate in qualche soffitta.

Finita la scuola dell’obbligo cercai lavoro.

Si presentarono le prime barriere, la mia difficoltà di lettura e scrittura rimanevano uno scoglio da superare, una sfida da affrontare e vincere.

Per il momento mi accontentai di aiutare il piccolo circo che girava i paesi nei dintorni.

Mi vestivo da orso per fare le foto con i bambini.

Travestito da cowboy montavo un piccolo asino e accompagnavo i bimbi sui pony.

Partecipavo con gli altri circensi alla corsa nei sacchi, facevamo a gara a chi saliva per primo sull’albero della cuccagna e al tiro a segno.

Ai più piccoli facevo giochi di prestigio, suonavo la fisarmonica a fiato, recitavo e cantavo.

Il mio contributo era importante.

Il proprietario del circo era un uomo insignificante che vestiva in modo bizzarro. Aveva baffi e capelli lunghi, rossicci e trascurati, un gilet sempre aperto e scarpe da clown, occhialini rotondi con lenti molto spesse.

Esibiva i suoi animali sotto un tendone antidiluviano o su un carretto dissestato che di buono aveva solo le ruote.

Il pezzo forte dello spettacolo era il cane vestito da ciclista che andava sul triciclo e il pappagallo che ripeteva sempre la stessa frase.

In piazza suonava anche una piccola banda e, siccome avevo un buon orecchio musicale, mi invitarono ad unirmi a loro in varie occasioni.

Fui felice finché il gruppo non decise di prendere lezioni di musica, alle quali dovetti rinunciare con grande sofferenza per evitare che anche loro si accorgessero della mia difficoltà nel leggere.

In quei giorni girava voce che il laboratorio di calzature del vicino paese cercasse lavoranti.

Mi presentai, feci buona impressione e mi accolsero alla condizione che imparassi a fabbricare scarpe su misura.

Il datore di lavoro, di natura mite e affabile ma dal fare determinato, mi ispirò profonda fiducia, fu per me un vero maestro di vita.

Vestiva con una salopette macchiata di colla, di pece, con tasconi pieni di fili, chiodi, setole, tubetti di coloranti e pezzi di cuoio.

Mi mise subito all’opera.

Imparai ad usare la macchina da cucire, la taglierina e gli attrezzi del mestiere. Finalmente il lavoro mi entusiasmava, ma purtroppo in estate si riduceva drasticamente.

Decisi allora di prendere in considerazione il vecchio e trascurato podere di famiglia.

Ricordo ancora quando il nonno mi portava nella vigna dove i terrazzamenti erano ormai diroccati e l’erba del praticello era alta; dalla fontana non sgorgava più acqua e le antiche rose rampicanti avevano invaso la casetta abbandonata.

Mi sedeva sopra un sacco di iuta, mi dava un’ abbondante e buona merenda e se ne andava nel bosco per funghi, lasicandomi in compagnia del nostro cagnolino Edi.

Il nonno, appassionato cercatore di funghi, in quelle occasioni sembrava ringiovanire. Conosceva tutti i luoghi in cui nascevano gli ovuli e i porcini.

Nel salutarmi prima di inoltrarsi nel bosco mi rassicurava dicendo che sarebbe tornato presto, ma l’attesa era lunga…non arrivava mai.

Lo aspettavo cantando e il cane, volendo imitarmi, faceva sforzi per emettere suoni, ma i fringuelli, i pettirossi, i merli e le allodole cantavano sicuramente meglio di noi.

Al suo ritorno mi offriva sempre dei frutti di bosco che aveva raccolto apposta per me, riposti in un cestino ricavato da foglie di castagno cucite con fili d’erba. Nell’altra mano teneva una coroncina costruita con la stessa tecnica, vhe delicatamente mi poneva sul capo facendomi sentire il suo piccolo principe. Era bellissimo

Al contrario, quando non era stagione di funghi il nonno era demotivato e se ne stava seduto su uno sgabello di legno, con gli occhi spenti che guardavano lontano e i gomiti appoggiati alle ginocchia.

Un’ estate i clienti del calzaturificio non tornarono, diminuirono anche le scarpe da risuolare e decisi così di dedicarmi definitivamente alla vigna.

Eliminai tutti i rovi, potai tutti i filari, legai i pampini per difenderli dal vento, zappai la terra franosa delle fasce e ripristinai i muri a secco.

Tagliai i tralci selvatici per innestarli con vitigni pregiati, conservai le varietà antiche con riguardo.

Curai le rose poste all’inizio dei filari perché segnalavano in anticipo l’arrivo dell’ Oidio, una malattia chiamata anche Mal Bianco che, se non prevenuta, avrebbe contaminato la vigna.

Nel grottino il torchio e le botti erano ancora in buono stato e in un angolo ben riposto trovai un abecedario.

Fu una folgorazione, quel libro mi avrebbe accompagnato per tutta la vita, dovevo ritornare bambino e…leggere, leggere tanto.

I primi furono racconti molto semplici, ma poco a poco mi appassionai e cominciai a frequentare assiduamente la biblioteca, dove mi entusiasmai con testi sempre più impegnativi.

Con fermezza e perseveranza ripresi le scuole superiori fino ad arrivare ai corsi di scienze agrarie.

Grazie alla vecchia vigna e al sillabario del nonno è nata questa attività di cui sono veramente orgoglioso!

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*foto scaricate dal web.

 

 

 

 

 

La sarta

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L’amica di famiglia racconta:

”C’era la guerra quando iniziai a frequentare la scuola di cucito del paese, con il sogno di diventare un giorno ” maestra couturière” in una maison di moda a Parigi.

La sartoria gestita dalla Signora Elvira, si trovava in un locale sotterraneo del collegio che, durante i bombardamenti, veniva usato come rifugio antiaereo.

Imparavamo l’arte del cucito e del ricamo a mano: il punto filza, il punto catenella, il sottopunto, il sorgetto  e tanto altro.

Ci insegnavano anche a cucire a macchina per  riparare e modificare abiti usati da rivendere. Nei mercati era ormai impossibile trovare merce nuova.

Nonostante ci fosse la guerra, c’era molta speranza nel domani. Ci ordinavano di confezionare i corredi per le spose che ricamavamo con tanta cura e maestria e orlavamo con cuciture fatte mano per impreziosirle.

Si sperava nella pace tanto da farci ricamare le bandiere con il nome del paese e con l’anno della leva, anno in cui i ragazzi partivano orgogliosi e ignari per il servizio militare.

Con una bella grafia, disegnavamo sulla carta velina il nome e la data di nascita del milite, che poi ricalcavamo delicatamente sulla bandiera.

Chi aveva poca manualità o difficoltà di vista, imparava cose semplici come l’uncinetto o la maglia seguite da Renata, sorella dell’insegnante.

Lei, ragazza simpatica, intelligente, affettuosa, rimase poco con noi perché fu colpita dal tifo, un’epidemia dovuta all’inquinamento delle acque in seguito ai bombardamenti sugli acquedotti.

La guerra continuava e il nostro laboratorio divenne stretto e scomodo, a cucire con noi si erano unite le orfanelle sfollate del paese vicino.

Il loro caseggiato, come tutto il paese, per una ritorsione da parte dei tedeschi nei confronti dei partigiani, era stato incendiato.

Purtroppo ci furono molte vittime, gli animali fuggirono nei boschi e il vivace villaggio fu ridotto in un cumulo di rovine, cenere e fumo.

Gli spari delle mitragliatrici si sentivano in continuazione.

Un giorno il bombardamento ci toccò da vicino: quel pomeriggio la signora Elvira ebbe un presentimento, vedendo da lontano i bambini recarsi a scuola si precipitò verso di loro e li obbigò a tornare a casa.

“Dopo poche ore, dal nostro laboratorio ormai rifugio, sentiamo il suono della sirena che ci da l’allarme per un probabile bombardamento.

Segue quasi subito uno schianto, un forte boato, abbiamo paura di non uscire più da sotto le macerie, ci abbracciamo strette strette in assoluto silenzio.
Finalmente vediamo in fondo alle scale una figura che a tentoni si avvicina nel buio del sotterraneo con un lumicino in mano. Sembra un fantasma bianco ricoperto da calcinacci e polvere, non muoviamo, non parliamo, abbiamo smesso anche di piangere. Tutto intorno c’è silenzio, fissiamo il lumicino e riconosciamo Elvira, la nostra insegnante.

La sua presenza ci tranquillizza e ci guida vive verso l’uscita.

Fuori, intorno a noi, non c’è più niente, la scuola adiacente è stata rasa al suolo.

Arrivano i soccorsi, ma per il bidello non c’è più niente da fare.

La piazza è invasa dai calcinacci, le strade sono deserte, circolano solo alcuni soccorritori che corrono scavalcando le macerie”.

Perchè tanata violenza? Nessuno ne conosceva le ragioni.

Le persone come noi, piene di paura, erano impietrite come statue davanti a quello scempio.

Si viveva con le luci spente per evitare le bombe e chi non aveva un rifugio dormiva nei fossi sugli argini dei fiumi.

Dopo l’incursione che ci aveva colpito da vicino, la paura era aumentata. Avevamo imparato che ogni sibilo di pallottola che sentivamo, significava una persona colpita a morte.

Ne avevamo viste tante distese a terra…

Al suono delle sirene presagivo l’odore acre del passato e mi sentivo male, persino i cani non smettevano di ululare.

La guerra stava quasi per finire quando sulla strettoia del ponte di ferro vidi passare degli uomini a testa bassa che si trascinavano con i piedi fasciati sanguinanti, barbe lunghe,  borracce vuote penzolanti sul petto: sembravano tronchi umani. Affamati,  ognuno nel suo dialetto, ci chiedevano un disperato aiuto.

C’era anche chi portava in spalle un amico ferito incapace di camminare.

Visi tristi che chiedevano pietà.

Noi potevamo offrire loro solo acqua del torrente perché anche nelle nostre famiglie non c’era molto da mangiare, solo minestra di erbe dei campi, qualche crosta di pane di mais e della crusca.

Se qualcuno riusciva a trovare della frutta, ne mangiava tutto: buccia semi e torsolo compreso.

Osservando questi uomini pensavo alle loro mamme in preghiera e in ansia, che pena se li avessero visti così sofferenti.

Li aspettavano a casa con la speranza che fossero vivi.

La notte dormivano con la porta aperta in attesa di vederli tornare e di giorno fissavano  la strada vuota.

A uno di loro spararono a pochi chilometri da casa, chi ebbe la forza di portare la notizia alla madre ormai certa del suo arrivo?

Dopo il bombardamento il laboratorio fu chiuso. Elvira, la nostra maestra, fu prelevata e portata via a forza dalla sua casa in un un giorno che, il cielo nero con tuoni e lampi, minacciava grandine. Indossava uno scialletto colorato per nascondere la testa rasata a zero dai partigiani. Il suo viso era inespressivo.

Gli uomini che la portarono via avevano occhi ironici e sorrisi beffardi.

Perché sapeva del probabile bombardamento vicino alla scuola? Sarà stata una spia?

Non lo sapremo mai, ma tante famiglie le sono riconoscenti perché ha salvato la vita dei loro bambini!0_Antica_Tovaglia_Puro_Lino_Con_Speciali_Ricami_A_Mano_MTMyNjQ5NzQ3Njc0_medium

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  • foto dal web

La tata

Bimba in campo di papaveri

Sono una studentessa che nel tempo libero fa la tata.

L’incontro con la bambina che mi è stata affidata, avviene al parco. E’ accompagnata dal nonno che presto si allontana.

Dal suo volto immobile non riesco a cogliere le emozioni e nel salutarla tento dolcemente di toglierle gli occhiali scuri per osservarne lo sguardo, ma non ne ho il tempo: si sfila gli occhiali, li getta nella siepe, mi fissa con sguardo di sfida, le labbra sono strette come una fessura, fugge correndo di qua e di la, sotto lo sguardo divertito dei presenti.

Il cancello del parco per fortuna è chiuso e non corre pericoli.  Quando finalmente stanca si ferma, la osservo, ha bellissimi occhi chiari e profondi, difficili da comprendere perché guardano nel vuoto, indifferenti, impenetrabili.

Cerco di darle la mano ma lei rifiuta ricambiandomi con un veloce calcio alle gambe. Non reagisco e non voglio neppure metterle quella specie di guinzaglio consegnatemi dal nonno. Non è così piccola da non poter ascoltare , ma c’è qualcosa che mi mette angoscia, l’ ansia di non saper capire.

Non so come comportarmi, provo con l’indifferenza, mi avvio verso il cancello per lasciare il parco e come per incanto mi raggiunge e mi prende la mano.

Passeggiamo in silenzio lungo un campo di grano maturo con tante spighe dorate che luccicano al sole, con papaveri rossi, fiordalisi blu, con le viole colorate e i piccoli non ti scordar di me.

Ci fermiamo incantate di fronte a tanta meraviglia, dolcemente le suggerisco di ascoltare il canto dell’usignolo ma lei di scatto inizia a strappare i fiori, li butta a terra e li pesta con rabbia e sfida, poi mi guarda ed ecco riaffiorare lo sguardo indifferente, lontano.

Sono impotente, non sono in grado di interagire con una bambina non solo difficile, come mi era stato detto, ho di fronte una bimba “speciale”.

Nel tragitto verso casa passiamo davanti al laboratorio di pasticceria da dove proviene un buon profumo di biscotti. La bimba si blocca, sembra incantata, è immobile e io non riesco a distrarla. Decido di aspettare, passano molti minuti quando improvvisamente sembra risvegliarsi e si precipita nel laboratorio dove la conoscono e le regalano il suo dolce preferito. Ora è calma, ride felice e me lo offre.

Riprendiamo la strada verso casa e mentre stiamo percorrendo il viale alberato di ippocastani si blocca nuovamente, urla, trema, ha tanta paura. Un animale immaginario la vuole rapire. La prendo in braccio, l’avvolgo nel giaccone e raggiungiamo la casa e i rassicuranti genitori, consapevoli della patologia della loro piccola.

Voglio rinunciare al lavoro, ma loro mi pregano di aiutarli ancora e insieme decidiamo di portarla all’asilo.

Entro con lei nel grande salone dove ci sono tanti bimbi già seduti su minuscole sedie intenti a fare disegni che la maestra suggerisce loro raccontando una fiaba.

La nostra presenza li distrae e in un attimo tutto l’ambiente acquista vivacità.

La bambina li osserva immobile, chiedo il permesso alla maestra di potermi sedere accanto a lei in una di quelle seggioline.

Il tavolino davanti a noi è colmo di fogli da disegno, matite colorate, pennarelli che a lei non interessano.

Scoppia a piangere, non so come consolarla, le mostro il mio orologio e glielo metto al polso con la promessa che quando le lancette saranno sul dodici andremo dalla mamma.

Si siede, non disegna, ma almeno è occupata ad osservare lo spostamento delle lancette.

Anche per me, che sono seduta in quella posizione scomoda, il tempo non passa più. Ogni cinque minuti esatti si alza con uno scatto, mi osserva di sfuggita per accertarsi che io sia sempre li, ma non mi guarda mai fissa negli occhi. Giunta l’ora usciamo dall’asilo, non mi da la mano, ma mi segue rassicurata.

In casa c’è un pianoforte elettrico, un regalo dei nonni, la siedo sullo sgabello e le inizio a suonare una melodia che le piace molto. Vuole suonare da sola, mi sembra un miracolo! Sorride e parla con un suo amico invisibile, mi allontana e lo invita a sedersi al mio posto.

Con il tempo impariamo a conoscerci , capisco che è di animo buono: mi abbraccia dolcemente come fa con il suo bambolotto e mi imbocca con briciole della sua merenda. Lascia le briciole anche accanto alla fontana e chiama i passeri per imbeccarli, lancia le  nocciole sgusciate allo scoiattolo perché ricorda che in passato lo avevamo visto da quelle parti.

Un giorno, nell’impossibilità di uscire per un imminente temporale, saliamo in soffitta. Là c’è una vecchia calcolatrice, un gioco che la diverte molto: batte sui tasti convulsamente, gira con frenesia la manovella che serve per far fuoriuscire il rotolo di carta che felice poi strappa a pezzettini.

Rimane a giocare per parecchio tempo tranquilla quando, improvvisamente, scavalca il cancelletto e cade lungo scala a chiocciola.

Non si fa male ma è la goccia che fa traboccare il vaso: è ora di ritornare ai miei studi e prego la famiglia di cercare un’altra tata competente perché la bambina, buona e sensibile, necessita, secondo me, di un’ assistenza migliore.

Ringrazio per aver avuto l’opportunità di vivere questa esperienza che mi ha fatto capire cosa voglio fare da grande. Ho cambiato il percorso dei miei studi e ho deciso di dedicarmi alle persone e alle famiglie in difficoltà per poter dar loro un aiuto professionale.

A volte non basta agire solo con il cuore.

Cara bimba ti ricorderò per sempre!

non-ti-scordar-di-me

Immagini del web
*foto bimba in un campo di papaveri ©ansa
http://www.ansa.it/web/notizie/photogallery/primopiano/2013/06/09/Bimba-coglie-fiordalisi-un-campo-papaveri-Germania_8843404.html

Campo di non ti scorda di me
http://www.marcheinfesta.it/evento/20605/non-ti-scordar-di-me.html

 

Il Borgo

Cari amici, mi è stato segnalato che si sono verificati problemi di visualizzazione sull’ultimo articolo IL BORGO. Per questa ragione lo re-bloggo

"La casa nel bosco"

boaria

Ricevo l’invito ad un matrimonio e felice colgo l’occasione per ritornare al piccolo Borgo che porta il nome della mia famiglia e dove il mio bisnonno era sia il medico che il maestro.

Mi metto in viaggio, la strada per arrivarci fa paura, è a picco su un dirupo spaventoso. Sono solo, guido con ansia, ho l’impressione di avere le vertigini, mi sembra di non arrivare mai.
Finalmente giungo in un piano utilizzato dai boscaioli per depositare i tronchi di faggio che poi trasportano a valle aiutandosi con le funi.
Ci sono altre macchine ferme, il mio cuore si placa, il peggio è passato e saluto con impeto di felicità i vecchi amici.

Ormai rassicurato mi guardo intorno, riconosco il Pilone Votivo che da piccolo raggiungevo passeggiando con il nonno e che sul retro conserva ancora la vecchia buca delle lettere. La posta veniva portata a piedi fin quassù, a metà strada dal fondo valle al borgo…quanta strada…

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Il Borgo

boaria

Ricevo l’invito ad un matrimonio e felice colgo l’occasione per ritornare al piccolo Borgo che porta il nome della mia famiglia e dove il mio bisnonno era sia il medico che il maestro.

Mi metto in viaggio, la strada per arrivarci fa paura, è a picco su un dirupo spaventoso. Sono solo, guido con ansia, ho l’impressione di avere le vertigini, mi sembra di non arrivare mai.
Finalmente giungo in un piano utilizzato dai boscaioli per depositare i tronchi di faggio che poi trasportano a valle aiutandosi con le funi.
Ci sono altre macchine ferme, il mio cuore si placa, il peggio è passato e saluto con impeto di felicità i vecchi amici.

Ormai rassicurato mi guardo intorno, riconosco il Pilone Votivo che da piccolo raggiungevo passeggiando con il nonno e che sul retro conserva ancora la vecchia buca delle lettere. La posta veniva portata a piedi fin quassù, a metà strada dal fondo valle al borgo…quanta strada dovevano fare i nostri anziani per avere notizie dei parenti in guerra!

Riprendiamo la via tutti in fila indiana, io provo un senso di calma e di dolcezza, sto tornando a casa, non mi sembra vero, quella è la mi terra, la mia vita, mi esalto e poi mi commuovo.

La primavera è sbocciata da tempo a valle mentre qui è appena iniziata. Il paesaggio è stupendo, il sole filtra tra le chiome degli alberi, i tetti di ardesia luccicano come degli argenti preziosi, i bucaneve sono sfioriti ma le primule gialle, le violette, le margheritine e le foglioline di narcisi sono ovunque. Ne rimango affascinato.

Molte abitazioni del borgo sono ormai diroccate ma altre sono state ristrutturate mantenendone il  disegno originario. Ecco la mia casa, purtroppo non riesco ad entrare perché un enorme glicine ne intralcia il passaggio.

Le finestre prive di vetri, sembrano enormi occhi neri.
L’ambulatorio del nonno credo che con il tempo sia diventato un rifugio per i viandanti, intravedo all’interno giacigli di fortuna fatti con le foglie del granoturco e anche il tetto è malmesso.

Solo il portico ha resistito, da bambino mi sembrava così grande quel portico sporgente.

Sui davanzali dove un tempo si mettevano le briciole di pane per i passerotti, ci sono solo foglie secche e dal pollaio spalancato non proviene più il canto del gallo ma quello del cuculo nel mese di maggio, del picchio che con il suo becco scava il nido nella cavità del tronco e il verso triste della civetta.

Il grande prato dove i bambini dell’asilo raccoglievano i fiorellini e giocavano, è divenuto un fitto e buio bosco di betulle bianche e ontani grigi.

Con entusiasmo scopro che c’è ancora la porta del refettorio, la mia mente è piena di ricordi e di racconti, sento il profumo dei semplici pasti serviti ai bambini della scuola e a tutti coloro che avevano finito le provviste dell’inverno.

Il menù prevedeva una minestra di cavoli che si mantenevano sotto la neve, patate tenute al buio in cantina e verdure conservate sotto la sabbia, il tutto condito con lardo di maiale allevato in famiglia e pane di segale. La uova venivano ricoperte di acqua e calce e duravano per molti mesi, il caffè d’orzo tostato in casa.

Proseguo il mio cammino nel silenzio delle case ormai vuote. C’è ancora una vecchia scala priva di pioli appoggiata al muro che veniva usata per salire alle colombaie e sui balconi i secchi che le donne portavano sulle spalle legate ad un bastone per bilanciarne il peso. L’acqua si prendeva alla sorgente in fondo al borgo.

Un giardino incolto conserva viva una rosa antica color malva, una pianta di lavanda, un susino curvo e un grosso nespolo.

Una lumaca in mezzo all’erba umida di rugiada mi trasporta ai giorni passati qui con il nonno assorto dai suoi racconti sulla battitura del grano saraceno, sulla grande macina del vecchio mulino ad acqua e sugli eventi che segnavano il calendario della borgata: la fiera di San Giorgio in primavera e la fiera di San Martino in autunno.
Per l’occasione gli uomini anziani caricavano sui muli i loro prodotti da vendere o da barattare in cambio di sale, scarpe, tessuti e si fermavano nelle trattorie della zona a mangiare le trippe, a bere un bicchiere di buon vino e a scambiare due parole.

Mentre continuo la passeggiata sento in cuor mio l’esigenza di fare qualcosa per la piccola chiesetta di pietre verdi della Val Roya, ormai inagibile. Al suo interno si conservano candele con decori religiosi, statue e affreschi che farò restaurare.

Mentre sono assorto sul da farsi, sento un miagolio giungere dal retro, vado a vedere e una gatta scappa a gran velocità abbandonando li i suoi bei micetti dai corpicini gracili ma dagli occhi vivaci.

Li accarezzo e si fanno coccolare, in un attimo me ne innamoro e decido di portarli con me, non voglio che diventino cibo per le volpi.

Arrivederci vecchio caro ”Borgo” aspettami, perché ritornerò presto!

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*le foto sono state scaricate dal web.