La nonna

2008082909-1

[…]
In questa terra di pace Cristina era tornata per morirci. Ma pareva che il Signore non la volesse.
Non che nella casa dei nipoti fosse maltrattata: era soltanto dimenticata.
I bambini e i polli le stavano d’intorno fin ch’erano piccini. Fatti adulti le scappavano via e dimenticavano di volerle bene.
A tavola era suo il cantuccio più lontano del padrone. La sera andava a letto senza candela, se tossiva i nipoti battevano i pugni contro la parete perché smettesse.
Tornando dal levar le uova dal pollaio le donne le guardavano la bocca e dicevano:
Sono tutte qui? –
La chiamavano la vecchia.
Mondava il radicchio davanti alla porta; accomodava la biancheria lisa e le calze di tutti.
Non ci vedeva nel nero e non le compravano gli occhiali.
Le sue labbra erano sempre mosse da un alito di preghiera discreta. Le donne di casa le dicevano:
– Voi parlate sempre da sola. Chissà cosa dite. Smettetela vecchia! –
E gli uomini: – Quella si che ha la pelle dura. –
Di anni ne aveva tanti quanto bastavano a farci desiderare la morte.
Un giorno non trovò più la sua coroncina di madreperla e fu come se avesse perduto la chiave d’una casa segreta.
Pianse tutto il pomeriggio e la notte. E da allora contò le avemarie e i pater passando da una mano all’altra dei chicchi di grano.
Così trascorse il tempo.
Un giorno che la morte passò da quei paraggi si portò via la Cristina.
Di grano le trovarono piena la tasca del grembiule e Antonio, il padrone, per quanto avaro glielo lasciò. Pensò che se fosse campata un giorno di più glielo avrebbe mangiato di pane.
Da allora sono passate tre stagioni, la terra si rifà quella che era.
Un giorno passa davanti al cimitero la Gigia che ha l’asma; e mentre prende fiato si siede e dice il rosario. E vede…oh cosa vede mai!
La fossa della Cristina sembra un campo di grano. E che grano! Spighe grosse, turgide, d’un oro che fa lume.
A mieterle c’è da colmare un sacco da quintale.
Or ecco un giovane bianco che viene su dalla strada. Ha due occhi che non si possono guardare, e le mani trasparenti. Porta sulla spalla una falce di luce fredda. Spalanca il cancello e va a mietere il grano della Cristina.
Allora la Gigia si china e bacia sulla terra le orme dell’angelo.

SONY DSC

[…] Renzo Pezzani da ”I racconti del coprifuoco” ed. S.E.I.

Tratto da ”IMMAGINI” antologia per la scuola media – ed. Grazzini

° foto dal web

°°+

Il voto del gatto

gatto-caccia-uccello

[…]
Un certo gatto, golosissimo, non seppe un giorno resistere alla voglia di mangiarsi un usignolo, che il padrone aveva assai caro per la sua voce melodiosa.
Aprì la gabbia e fece un solo boccone del povero cantore.
Subito dopo fu preso da una paura maledetta e giurò agli Dei che, se fosse riuscito a evitare il terribile giudizio che lo minacciava, non avrebbe mai mangiato carne d’uccello, in vita sua.
Un poco la fortuna e molto la sua faccia tosta lo salvarono; nessuno sospettò di lui; non gli toccò neppure la più piccola minaccia: e da gatto di cuore esso cominciò la sua astinenza.
Ahi, come dura! Ma perseverava.
Volle però il caso che un giorno gli capitasse tra le unghie un pipistrello: fiera tentazione!
– No – disse il gatto – ho promesso.
Il pipistrello ha le ali e può essere considerato un uccello. Non lo mangio -.
E lo lasciò andare.
Ma lo stolto pipistrello, dopo un breve volo, tornò a cadere tra le grinfie del gatto.
– Ah! – esclamò il bravo micio – tu sei pipistrello, mezzo topo e mezzo uccello.
Come uccello prima ti ho salvato; ma ora, come topo, ti mangio -.
E lo ingoiò, soddisfacendo così la sua coscienza e la sua gola.

[…] Luigi Fiacchi

Tratto da ”Spera di Sole” antologia per la scuola media

*foto dal web A tutto sui gatti.it

 

La madre

images

[…]
Dalla fattoria lontana molte miglia il figliuolo è venuto a piedi, a trovare sua madre.
Nell’atrio ha chiesto notizie di lei al medico e ha bevuto le poche, le solite parole con un largo viso faticosamente attento, spiando a tratti, d’intorno, ogni porta, se la vedeva apparire.
Dopo un lungo attendere in parlatorio, il cappello fra le gambe, la madre è comparsa, trascinata per un braccio da una suora.
Mamma! o mamma! –
Non ha detto altro, non poteva dir altro.
Le sue grosse mani gonfie hanno afferrato quelle bianche della vecchia, alta, pallida, assente.
I due volti sono rimasti di fronte, senza toccarsi: quello di lui arso dal sole, quello di lei sbiancato e senz’anima.
Soltanto le mani hanno continuato un loro oscuro, tormentoso linguaggio.
Pareva che la vecchia avesse serbato nel tratto qualche traccia di vita perché le sue dita scarne cercavano, tentavano qualcosa, come quelle dei ciechi.
Ma gli occhi erano via.
Mamma, o mamma, non mi riconosci? –
La vecchia ride, con un filo di voce:
– ” Chi?”
– Nanni, il tuo figliolo. Mi vedi?
– E già…
Un lampo di gioia illumina la povera faccia abbronzata. Le mani si staccano da quelle della vecchia e fruga nelle tasche del grosso abito nero da festa impolverato.
– Prendi mamma. –
Ne ha tolto un piccolo cartoccio: due paste, due sole paste, ma fini.
Una è di marzapane tutta inzuccherata, l’altra è di cioccolata con qualche piccolo candito.
E’ inutile sa – insinua dolcemente la suora. – Non vuole mangiare da due mesi; bisogna imboccarla. –
– O perché, mamma, non mangi –
chiede la rude voce strozzata.
– Ti fa male digiunare… Prendi questi due gingilli, sono buoni, sai li ho presi in città.
Su mangiali! –
La vecchia ha lasciato cadere le mani in grembo e guarda il soffitto.
Quando sente il contatto soffice del marzapane, stringe la pasta, leggermente, ma non la spezza.
Perché non mi porti via? – chiede con voce eguale al figliolo, senza guardarlo.
Ti porterò, non dubitare, quando sarai guarita, quando il medico avrà pronte le carte. –
– Mangia, ora, mangia. –
La vecchia rompe adagio adagio la pasta e rimane con i due frammenti nelle mani.
Ne accosta uno alle labbra asciutte e bianche: lo zucchero le piace; è tenera e dolce: comincia a masticare.
Il figliolo la guarda senza fiato.
Dopo il primo boccone il secondo, dopo il secondo il terzo.
La vecchia mastica lentissimamente volgendosi alla finestra del cortile donde giunge un molle suono d’armonium.
E il figlio in quell’onda si smemora, perduto in quel viso perduto.

[…] Corrado Tumiati

Tratto da ”IMMAGINI” antologia per la scuola media – ed. Grazzini

*foto dal web ”iniune Sarda.it”

 

Le api sciamano

12_Opraševalci_MKGP-1200x700

[…]
Ero disceso nel giardino quando mi accorsi d’un rumore insolito, come se l’aria tremasse: un rumore che mi pareva venisse dalla parte degli alveari: mi avvicino e vedo tutte le api fuori, curiose e lucenti e tante tante che oscuravano il sole.
Attraverso correndo il cortile e mi metto a chiamare con quanta voce avevo in petto.
Lo zio comparve nel vano d’una finestra.
– Che diavolo c’è? Casca il mondo? –
– Zio le api fuggono. –
Fu come se avessi pronunciato una parola magica.
Lo zio si precipitò giù dalle scale, attraversò come un fulmine il cortile, si spinse sotto il tettuccio degli alveari con un coraggio che ammirai rimanendo a sufficiente distanza.
Maledettissima!… – esclamò.
E tornò verso casa chiamando a gran voce la Tecla e la Luisa, che portassero questo, che preparassero quell’altro io gli tenni dietro, smanioso d’aiutarlo in qualche cosa; ma fui spazzato via nel modo più umiliante; né altro mi restò che assistere come un semplice spettatore.
Nulla di simile avevo mai veduto, benché a guardare quel visibilio, mi venissero in mente scintille che erompono dai falò…e certi giochi del vento d’autunno quando risucchia in alto le foglie secche. Ma quelle cosucce di oro scuro rigavano il cielo con un’ira che faceva piuttosto pensare ai chicchi della gragnuola; e ne veniva giù un rimbombo come l’organo della nostra chiesa a sentirlo da lontano.
La Tecla e la Luisa arrivarono correndo come pazze, l’una con un secchio e l’altra con un coperchio di rame; e giù colpi disperati: la Luisa con una chiave, la Tecla col mattarello della polenta… tam, tam. tam, tam… si piantano nel bel mezzo del giardino, entrano senza riguardo nel seminato, calpestano agli e prezzemoli, con la faccia fiera in su, verso la nugola rabbiosa.
Ed ecco lo zio. Carico come un asino, con il sudore che gli vien giù a ruscelli. Depone l’arnia, appoggia a un cespuglio la scala che ha in spalla; si toglie dall’altra spalla una pertica con legato in cima un grosso batuffolo di cenci, si mette anche lui a rimirare in su, estatico, il paradiso che s’apre tra le nuvole.
La sua estasi passa presto; corre in fondo al giardino; cerca non so che cosa tra i rami delle piante: va, torna, sembra un’anima dannata. – Piantatela! – grida alle donne – ormai siamo rovinati. –
Difatti la nuvola d’oro era svanita.
– Siamo rovinati! – ripeteva lo zio in tono sempre più convinto. E cominciò a prendersela con le donne; e che a lappar su miele ci stavano, e come! ma, dar un’occhiata agli alveari guai!…
Io avevo, per prudenza, preso il largo; lo zio, dunque, essendo salito con la scala a spiare nel fondo del vicino, gettò un grido di giubilo: – Ci sono! – e discese d’un salto.
– E adesso, Luisa, vai dalla signora Carlotta e le dici che il mio sciame si è posato sul suo pero e la preghi con bella grazia e la supplichi di lasciarci andar nel suo chiuso. –
– Vai corri. –
La Luisa partì come un razzo, e io e il Fido dietro.
– Signora Carlotta!… Signora Carlotta!… – Il Fido aggiunse i suoi latrati. Ma la signora Carlotta, zitta.
Ad un tratto vidi guizzare  da un finestrino una testa grigia e ritrarsi.
Lo zio non dimostrò nessuna meraviglia. – Ah! – disse. – La vecchia non vuole aprire? E noi entriamo lo stesso. –
Lo zio attendeva a salire sul pero, con tanta circospezione, con tanti arresti, che io mi sentivo morir dall’impazienza.
Ecco apparire dalla finestra, dirimpetto al pero, la signora Carlotta. Che grinta!
– Giù di lì! – si mette a urlare – giù dal mio pero! ladrone. –
Lo zio con voce strozzata, ma cortese: – O Signora Carlotta…mi scusi, sa…impossibile fare a meno… –
Fu come buttar olio sul fuoco. – Fuori dal mio fondo!…ladrone. –
Lo zio intanto era venuto giù dall’albero e, avendo dato fuoco ai cenci in cima alla pertica, attendeva che col fumo le api si decidessero a entrare nell’arnia. E si lasciava insultare con grande pazienza.
Ma fu l’affare di un momento. Lo zio ritrasse la pertica e disse alle donne:
– Animo, suonate un po’. –
La Luisa se ne stava lì incantata e non obbedì. Ma la Tecla fece coi suoi strumenti un baccano tale che, di quanto diceva la vecchia, neppure una parola si capiva più. E le api sparpagliate si riattaccavano, l’una dopo l’altra al grappolo.
Quando la nera bocca dell’arnia l’ebbe tutto assorbito, lo zio rimontò sull’albero, tagliò la cordicella e tornò giù, che mi parve un miracolo.
Uscimmo come eravamo entrati e le parolacce della vecchia diventarono una specie di abbaiare lontano, senza più significato.

[…] Francesco Chiesa

Tratto  da ”IMMAGINI” antologia per la scuola media – ed. Grazzini

Tre Fuga Maggio 007

*foto n°1:  scaricata dal web
*foto n°2: foto di famiglia

 

La conquista della 5° c

6ab33c0d2993cc4973f4b1fd7aab5d4a

[…]
Avevo vent’anni quando, tenendo nella tasca del petto la lettera di nomina a maestro provvisorio, e sopra la tasca la mano, forte forte, tanta era la paura di perderla, chiesi del Direttore.
Il cuore mi faceva sbalzi enormi.
– Chi sei? – mi domandò la segretaria.
– So…Sono il nuovo maestro… – dissi, e le feci vedere la lettera.
Il Direttore mi vide, si mise le mani nei capelli.
– Ma che fanno – gridò – al Provveditorato? Mi mandano un ragazzino quando ho bisogno di un uomo con grinta, baffi e barba da Mangiafoco, capace di mettere finalmente a posto quei quaranta diavoli scatenati! Questo appena lo vedono se lo mangiano!…
Poi, battendomi una mano sulla spalla:
– Avete vent’anni? – disse. – Ma ne dimostrate sedici. Questo mi preoccupa molto.
Che Iddio ce la mandi buona! – Esclamò il Direttore.
Mi guardò in faccia, con fiducia:
– Se aveste almeno i baffi… – mormorò.
Alzò gli occhi al cielo: – Venite è qui che dovete entrare – disse il Direttore fermandosi davanti alla porta della classe V c dalla quale sarebbe poco dire che veniva chiasso.
– Credo che costruiscano barricate – disse il Direttore.
Mi strinse forte il braccio e se ne andò.
Aprii quella porta ed entrai.
Improvvisamente, silenzio.
Ne approfittai per richiudere la porta e salire sulla cattedra. Quaranta ragazzi mi fissavano minacciosamente. Era il silenzio che precede la battaglia.
Strinsi i pugni, feci forza a me stesso per per non dire niente; una parola sola avrebbe rotto l’incanto, e io dovevo aspettare, non precipitare gli avvenimenti.
I ragazzi mi fissavano, io li fissavo a mia volta come il domatore fissa i leoni, e immediatamente compresi che il capo, quel Guerreschi, di cui mi aveva parlato il Direttore, era il ragazzo di prima fila che palleggiava da una mano all’altra un’arancia e mi guardava la fronte.
Il momento era venuto.
Guerreschi mandò un grido, lanciò il frutto, io scansai appena il capo, l’arancia si infranse contro la parete.
Ma non era finita.
Inferocito, Guerreschi si drizzò in piedi e mi puntò contro la sua fionda di elastico rosso. Era il segnale: quasi contemporaneamente gli altri trentanove si drizzarono in piedi, puntando a loro volta le fionde, ma di elastico comune non rosso, perché quello era il colore del capo.
Si udì d’improvviso, ingigantito dal silenzio, un ronzio: un moscone era entrato nella classe, e quel moscone fu la mia salvezza.
Io capii la lotta che si combatteva in quei cuori: il maestro o l’insetto?
Improvvisamente dissi: – Guerreschi ti sentiresti capace, con un colpo di fionda, di abbattere quel moscone?
– E’ il mio mestiere – rispose con un sorriso.
Le fionde si abbassarono e tutti gli occhi furono per Guerreschi, che prese di mira il moscone, lo seguì, la pallina di carta fece: den! contro una lampadina, e il moscone tranquillo continuò a ronzare.
– A me la fionda – dissi.
Masticai a lungo un pezzo di carta, ne feci una palla, e con la fionda di Guerreschi, presi, a mia volta, di mira il moscone.
Indugiai a lungo prima di tirare. Poi con la mano ferma, lasciai andare l’elastico: il ronzio cessò di colpo e il moscone cadde morto ai miei piedi.
– La fionda di Guerreschi – dissi, tornando immediatamente sulla cattedra e mostrando l’elastico rosso, – è qui, nelle mie mani. Ora aspetto le altre – .
Si levò un mormorio, ma più d’ammirazione che d’ostilità: e uno ad uno, a capo chino, i ragazzi sfilarono davanti alla cattedra, sulla quale, in breve, quaranta fionde si trovarono ammonticchiate.
Calmo calmo, come se nulla fosse avvenuto dissi:
– Cominciamo con i verbi – .
E il Direttore? Temendo forse, dall’insolito silenzio, ch’io fossi stato fatto prigioniero dai quaranta demoni, entrò, a un certo punto in classe, e fu un miracolo se riuscì a soffocare un grido di meraviglia.
Più tardi, domandò come avessi fatto, ma si dovette contentare di una risposta vaga:
– Sono entrato nelle loro simpatie, Signor direttore! – .

[…] Giovanni Mosca

Tratto da “IMMAGINI”, antologia per la scuola media – ed. Grazzini

* foto dal web Mirella Malusa  “La misteriosa” conchiglia di copinterest.com

E quando piange

B3tVq-lCIAAVKbV

[…]
L’altro giorno Calandrino consigliava a una povera donna di mettere il figliuolo in collegio.
– Tu… non puoi tenerne di conto.
 E’ vero.
Più che cresce e più s’avvezza male.
– E’ vero.
– Non ti piglia aria abbastanza, sta sempre fra i muri; se anche lo volessi menar fuori, sui prati, non ti riesce; il marciapiede ti s’attacca alle scarpe.
– E’ vero.
– Ti costerà poco, e quei pochi si trovano. Dopo tu ritorni a lavorare: lavorare e patire, credi, è la vita meglio.
– Lo so.
– Te lo tengono bene, lo istruiscono, non lo picchiano.
– Lo so. –
Intanto gli occhi le si gonfiavano e li teneva bassi verso il bambino. Il bambino la stringeva per la mano e ascoltava. Lei rialzò il capo e domandò con la voce rotta:
– E quando piange? –

[…] Fernando Agnoletti

Tratto da ”IMMAGINI”, antologia per la scuola media – ed. Grazzini

* foto dal web ”Media Teca Italia”

 

La mia casa di allora

quadro-veranda-panca-rossa-56x46-aw0517_g
[…]

Che casa piccina, ma che casa amorosa!
E dentro codesta casupolina una famiglia numerosa e felice.
Per stare in quella casa, bisognava volersi bene.

Di quegli anditini stretti ne approfittavo per abbracciare la mamma.
Anche il babbo che no era smanceroso si lasciava coccolare dalle mie sorelle.
Quando anche ora tra fratelli si ricorda quella casa, ci torna la dolcezza di quello stare uniti in una casa tanto meschina.

Ma più che altro le mie sorelle ridono: – Ti ricordi dei nostri ricevimenti? Ma come ci si poteva stare? Ti ricordi il vento in camera tua? e ti ricordi di quando pioveva e si dovevano mettere le catinelle sul letto? –

Ma se per le mie sorelle e per mio fratello sono questi ricordi che fanno cara quella casa, per me c’è qualcosa di più.
Da quella casa io partii per la guerra; in quella casa la mamma mi rifece piangendo e ripiangendo la cassetta e il babbo tornò sera per sera rabbrividendo per le scale delle notizie che avrebbe trovato.

In quelle stanzucce passai gli ultimi istanti, ora qui, ora là, ad aspettare lo scocco dell’ora, e poi gli addii pel budello delle scale, e poi la porta che sbatteva sgangheratamente senza chiudersi, e la mamma con la testa contro gli stipiti lassù sotto il tetto, e le sorelle dietro di lei.
Quando tornavo, dopo Pistoia, il cuore mi saliva in gola. Era quasi sempre di mattina, dopo aver viaggiato tutta la notte.
La campagna gelida di Toscana, coi muri secchi, con le strade bianche; poi finalmente Firenze e piazza San Marco.
La piazza era deserta, la chiesa aveva aperto da poco, le panchine del giardinetto erano fresche.

Mi sarei avventato al campanello, avrei urlato, ma mi condannavo invece a questo tormento di gioia: mi mettevo a una panchina di fronte alla casa e aspettavo.
Si apriva qualche finestra ma non di casa mia, e io fermo per due secoli, con le vene turgide, col cuore che riempiva di tonfi tutta la piazza.
Poi finalmente: – ”Sono io!” – Sfondavo la porta di strada, mi avvinghiavo alle scale: che tramenio.
Mi pareva di aver tutta la casa fra le braccia.
[…] Piero Bargellini

Tratto da ”IMMAGINI”, antologia per la scuola media – ‘ed. Grazzini

* foto dal web  ”Idea luce di Filippi”’

Osteria

osteria_1052011-174843

Seduta sulla spiaggia mentre leggo un libro, sento vicino a me due signore che si scambiano delle confidenze.

Una delle due, lì di passaggio perché in attesa del taxi, comincia a raccontare:

”Avevo un marito alcolizzato che con il tempo è impazzito.

La storia ha avuto inizio per colpa della mia famiglia che mi voleva sposata al più presto.

Mi canzonavano in continuazione dicendo: ”tutti ti vogliono ma nessuno ti prende e qui il pane consuma…”

Quando incontrai Alberto e lo presentai ai parenti mi dissero di non illudermi, perché un ragazzo di buona famiglia come lui non avrebbe di certo sposato una come me di umile provenienza.

Alla fine ci sposammo, anche se non l’amavo, ma ero felice di sentirmi chiamare ”Signora”.

Mio marito era buono, gentile e premuroso, ma cambiava repentinamente umore come un fulmine a ciel sereno.

Non gli davo importanza perché avevo imparato a volergli bene, ma mi domandavo perché, ogni volta che mi sentivo felice e soddisfatta del mio lavoro e cercavo di renderlo partecipe delle mie gioie, diventava scostante, infastidito, quasi scontroso.

Il mio lavoro si svolgeva in casa: cucivo e rammendavo i capi strappati dei clienti, perché a quei tempi gli abiti rovinati non si buttavano.

Avevo imparato l’arte del rammendo, un’attività che si può definire artistica in quanto consisteva nel ripristinare il tessuto rendendolo quasi nuovo.

Quando andava in montagna Alberto raccoglieva per me gli spinaci selvatici, i mirtilli, i lamponi, i funghi e la lavanda.

Se non beveva era buono e generoso.

Doveva però evitare l’osteria del paese: se ci passava davanti, il demone dell’alcool era in agguato ad aspettarlo.

Non davo importanza al vociare che circolava in paese per il troppo tempo che mio marito passava in quel locale; sembrava stesse diventando una seconda casa per lui.

Quando all’ora dei pasti era in ritardo e rientrava traballando, con borbottii, voce alterata, occhi cattivi e pupille infuocate, io fingevo indifferenza.

Se era tardi non gli andavo incontro, perché temevo la sua reazione e col buio avevo paura di cadere nell’aiutarlo a reggersi in piedi.

Una sera, in ansia da ore, un amico bussò con insistenza alla porta e mi disse: ”Non parlare e scappa via di corsa da qui, non farti vedere”. Quando mio marito rientrò, notai che teneva un fazzoletto sulla bocca, non parlai, seguii il consiglio che mi era stato dato, ma il giorno seguente venni a sapere che in una lite gli avevano spaccato due denti.

Mi rifiutavo di credere che all’osteria potesse bere così tanto da ridursi in quel modo, perché in casa, nonostante ci fosse una cantina ben rifornita, non consumava alcolici.

Non uscivo volentieri con lui perché mi umiliava.

Un giorno eravamo in piazza per osservare un’eclisse, c’era molta gente che conoscevamo, mi permisi di contraddirlo e come risposta tentò di darmi un forte schiaffo. Solo la mano di un amico lo bloccò in tempo.

Ad una signora che si complimentò con lui del mio lavoro disse: ”Se potessi la schiaccerei sotto i piedi e darei fuoco al suo cucito”.

Una sera la cena era pronta sul tavolo, ma lui era talmente ubriaco da non riuscire a salire i tre gradini che portavano alla cucina. Urlava chiedendomi di scendere ad aiutarlo, perché i fantasmi di cui vedeva le ombre lo facevano rotolare ogni volta che tentava di salire.

Le sue imprecazioni erano sentite anche dai vicini, che ormai erano a conoscenza delle sue allucinazioni: la lotta contro i gradini e i fantasmi durò finché un vicino non mi venne in aiuto.

L’alcool lo stava facendo impazzire.

Ricordo ancora quel giorno in cui alle prime ore dell’alba, non vedendolo rientrare, decisi di andare a cercarlo, ormai l’osteria era chiusa da ore. Lo trovai sulla soglia di una casa con un signore che lo sorreggeva. Lo riportai a casa, ma per fare i pochi metri che ci separavano dalla nostra abitazione impiegammo molte ore. Parlava in lingue sconosciute, faceva tre passi avanti e quattro indietro, abbracciava tutte le piante che trovava sul suo cammino per poi prenderle a calci.

Grazie ai vari cespugli a cui si aggrappò per tenersi in piedi ed al mio aiuto, arrivammo finalmente a casa, ma si addormentò sui gradini. Che imbarazzo!

La goccia che fece traboccare il vaso fu quando dovetti assentarmi per quarantotto ore per motivi personali. I compagni dell’osteria, in parte scrocconi, si accamparono da noi dandosi il cambio.

In cantina c’erano provviste di ogni tipo.

Al mio rientro lo trovai irriconoscibile, telefonai immediatamente al nostro dottore per un consiglio, mentre gli ”amici scrocconi” in un attimo scomparvero.

Rimasta sola con lui riuscii a farlo distendere sul letto e, nell’attesa che si addormentasse, mi allungai sul divano con le orecchie ben tese.

Ad un certo punto sentii borbottare: ”La uccido!” Mi voltai, era quasi vicino a me, camminava a gattoni. Feci un balzo e chiamai subito l’autoambulanza, ormai non c’era più niente da fare: era impazzito!

Al suono delle sirene, in piena notte, le finestre del vicinato si spalancarono e quando videro che si trattava di Alberto corsero in strada per salutarlo.

Passò mesi in ospedale tra reparti psichiatrici ma non solo, perché oltre al cervello malato aveva anche una pancia enorme sempre più gonfia. Io lo assistevo con cura, mi faceva molta pena, dopotutto gli volevo bene, ero anche consapevole di avere davanti una persona ”malata” che diceva di non ricordare nulla.

Dopo un soggiorno di lunga degenza scomparve, lo trovarono nei giorni seguenti lungo una scarpata…a casa non tornò più!”.

Il discorso delle signore si interrompe perché arriva il taxi, le due si salutano.

La mia vicina mi osserva per vedere la mia reazione dopo aver ascoltato quella storia, ma io fingo di non aver sentito nulla e continuo a leggere il mio libro…

2998_4

  • foto scaricate dal web:
  • rif. Portale Piacenza solidale quaderno n. 2 ”A l’ustaria”
  • rif. scorcio di spiaggia con figure olio su tela 40×30 ”Pirone casa d’aste”

La vigna del nonno

240_F_159638697_xGXwGyX6M2Gz8AJupRxfYPSvLd68jAAX

All’esposizione del ”Vinitaly” riconosco nello stand, tra i degustatori dei miei vini pregiati, un vecchio compagno di scuola delle elementari, che si complimenta per l’alta  qualità degustata.

Ci salutiamo con affetto e ci scambiamo notizie. Tra le varie cose gli chiedo: ”Ti ricordi di me? Nella classe ero deriso perché avevo difficoltà nel leggere e scrivere e sedevo sempre nel banco dell’asino.

Tu eri educato e gentile nei miei confronti ma indifferente di fronte alle cattiverie di alcuni ragazzi che mi consideravano diverso.

Ti ricordi come mi umiliavano?

Mi tiravano i capelli fino a strapparmeli e li macchiavano d’inchiostro; a mia insaputa mi riempivano le tasche di pomodori che poi mi bagnavano i pantaloni.

Io mi vergognavo e loro ridacchiavano ancora più soddisfatti…che sofferenza!”.

Seppure con fatica, sono sempre stato promosso grazie all’aiuto di mia sorella gemella che mi aiutava nei compiti e persino a scuola guida mi scrisse le risposte dei quiz sul palmo della mano permettendomi così di passare l’esame.

Nonostante questa grande difficoltà, ero ottimista  e creativo, consideravo il problema parte della mia natura come il colore dei miei capelli, gli occhi, la statura e la simpatia che sprigionavo in chi mi voleva bene.

Col tempo avrei superato tutto…

Mi preoccupava la notte, avevo paura del buio. Sognavo di ripetere l’anno scolastico, di voler parlare ma le sillabe sembravano irraggiungibili. Le frasi correvano, le lettere si alternavano e da grandi divenivano minuscole fino a scomparire, per poi ripresentarsi in forme spaventose.

Al mio risveglio provavo una grande angoscia che svaniva quando uscivo di casa e andavo con gli amici in cortile a giocare a nascodino, biglie e bocce trovate in qualche soffitta.

Finita la scuola dell’obbligo cercai lavoro.

Si presentarono le prime barriere, la mia difficoltà di lettura e scrittura rimanevano uno scoglio da superare, una sfida da affrontare e vincere.

Per il momento mi accontentai di aiutare il piccolo circo che girava i paesi nei dintorni.

Mi vestivo da orso per fare le foto con i bambini.

Travestito da cowboy montavo un piccolo asino e accompagnavo i bimbi sui pony.

Partecipavo con gli altri circensi alla corsa nei sacchi, facevamo a gara a chi saliva per primo sull’albero della cuccagna e al tiro a segno.

Ai più piccoli facevo giochi di prestigio, suonavo la fisarmonica a fiato, recitavo e cantavo.

Il mio contributo era importante.

Il proprietario del circo era un uomo insignificante che vestiva in modo bizzarro. Aveva baffi e capelli lunghi, rossicci e trascurati, un gilet sempre aperto e scarpe da clown, occhialini rotondi con lenti molto spesse.

Esibiva i suoi animali sotto un tendone antidiluviano o su un carretto dissestato che di buono aveva solo le ruote.

Il pezzo forte dello spettacolo era il cane vestito da ciclista che andava sul triciclo e il pappagallo che ripeteva sempre la stessa frase.

In piazza suonava anche una piccola banda e, siccome avevo un buon orecchio musicale, mi invitarono ad unirmi a loro in varie occasioni.

Fui felice finché il gruppo non decise di prendere lezioni di musica, alle quali dovetti rinunciare con grande sofferenza per evitare che anche loro si accorgessero della mia difficoltà nel leggere.

In quei giorni girava voce che il laboratorio di calzature del vicino paese cercasse lavoranti.

Mi presentai, feci buona impressione e mi accolsero alla condizione che imparassi a fabbricare scarpe su misura.

Il datore di lavoro, di natura mite e affabile ma dal fare determinato, mi ispirò profonda fiducia, fu per me un vero maestro di vita.

Vestiva con una salopette macchiata di colla, di pece, con tasconi pieni di fili, chiodi, setole, tubetti di coloranti e pezzi di cuoio.

Mi mise subito all’opera.

Imparai ad usare la macchina da cucire, la taglierina e gli attrezzi del mestiere. Finalmente il lavoro mi entusiasmava, ma purtroppo in estate si riduceva drasticamente.

Decisi allora di prendere in considerazione il vecchio e trascurato podere di famiglia.

Ricordo ancora quando il nonno mi portava nella vigna dove i terrazzamenti erano ormai diroccati e l’erba del praticello era alta; dalla fontana non sgorgava più acqua e le antiche rose rampicanti avevano invaso la casetta abbandonata.

Mi sedeva sopra un sacco di iuta, mi dava un’ abbondante e buona merenda e se ne andava nel bosco per funghi, lasicandomi in compagnia del nostro cagnolino Edi.

Il nonno, appassionato cercatore di funghi, in quelle occasioni sembrava ringiovanire. Conosceva tutti i luoghi in cui nascevano gli ovuli e i porcini.

Nel salutarmi prima di inoltrarsi nel bosco mi rassicurava dicendo che sarebbe tornato presto, ma l’attesa era lunga…non arrivava mai.

Lo aspettavo cantando e il cane, volendo imitarmi, faceva sforzi per emettere suoni, ma i fringuelli, i pettirossi, i merli e le allodole cantavano sicuramente meglio di noi.

Al suo ritorno mi offriva sempre dei frutti di bosco che aveva raccolto apposta per me, riposti in un cestino ricavato da foglie di castagno cucite con fili d’erba. Nell’altra mano teneva una coroncina costruita con la stessa tecnica, vhe delicatamente mi poneva sul capo facendomi sentire il suo piccolo principe. Era bellissimo

Al contrario, quando non era stagione di funghi il nonno era demotivato e se ne stava seduto su uno sgabello di legno, con gli occhi spenti che guardavano lontano e i gomiti appoggiati alle ginocchia.

Un’ estate i clienti del calzaturificio non tornarono, diminuirono anche le scarpe da risuolare e decisi così di dedicarmi definitivamente alla vigna.

Eliminai tutti i rovi, potai tutti i filari, legai i pampini per difenderli dal vento, zappai la terra franosa delle fasce e ripristinai i muri a secco.

Tagliai i tralci selvatici per innestarli con vitigni pregiati, conservai le varietà antiche con riguardo.

Curai le rose poste all’inizio dei filari perché segnalavano in anticipo l’arrivo dell’ Oidio, una malattia chiamata anche Mal Bianco che, se non prevenuta, avrebbe contaminato la vigna.

Nel grottino il torchio e le botti erano ancora in buono stato e in un angolo ben riposto trovai un abecedario.

Fu una folgorazione, quel libro mi avrebbe accompagnato per tutta la vita, dovevo ritornare bambino e…leggere, leggere tanto.

I primi furono racconti molto semplici, ma poco a poco mi appassionai e cominciai a frequentare assiduamente la biblioteca, dove mi entusiasmai con testi sempre più impegnativi.

Con fermezza e perseveranza ripresi le scuole superiori fino ad arrivare ai corsi di scienze agrarie.

Grazie alla vecchia vigna e al sillabario del nonno è nata questa attività di cui sono veramente orgoglioso!

vigneto

*foto scaricate dal web.

 

 

 

 

 

La sarta

stalla4

L’amica di famiglia racconta:

”C’era la guerra quando iniziai a frequentare la scuola di cucito del paese, con il sogno di diventare un giorno ” maestra couturière” in una maison di moda a Parigi.

La sartoria gestita dalla Signora Elvira, si trovava in un locale sotterraneo del collegio che, durante i bombardamenti, veniva usato come rifugio antiaereo.

Imparavamo l’arte del cucito e del ricamo a mano: il punto filza, il punto catenella, il sottopunto, il sorgetto  e tanto altro.

Ci insegnavano anche a cucire a macchina per  riparare e modificare abiti usati da rivendere. Nei mercati era ormai impossibile trovare merce nuova.

Nonostante ci fosse la guerra, c’era molta speranza nel domani. Ci ordinavano di confezionare i corredi per le spose che ricamavamo con tanta cura e maestria e orlavamo con cuciture fatte mano per impreziosirle.

Si sperava nella pace tanto da farci ricamare le bandiere con il nome del paese e con l’anno della leva, anno in cui i ragazzi partivano orgogliosi e ignari per il servizio militare.

Con una bella grafia, disegnavamo sulla carta velina il nome e la data di nascita del milite, che poi ricalcavamo delicatamente sulla bandiera.

Chi aveva poca manualità o difficoltà di vista, imparava cose semplici come l’uncinetto o la maglia seguite da Renata, sorella dell’insegnante.

Lei, ragazza simpatica, intelligente, affettuosa, rimase poco con noi perché fu colpita dal tifo, un’epidemia dovuta all’inquinamento delle acque in seguito ai bombardamenti sugli acquedotti.

La guerra continuava e il nostro laboratorio divenne stretto e scomodo, a cucire con noi si erano unite le orfanelle sfollate del paese vicino.

Il loro caseggiato, come tutto il paese, per una ritorsione da parte dei tedeschi nei confronti dei partigiani, era stato incendiato.

Purtroppo ci furono molte vittime, gli animali fuggirono nei boschi e il vivace villaggio fu ridotto in un cumulo di rovine, cenere e fumo.

Gli spari delle mitragliatrici si sentivano in continuazione.

Un giorno il bombardamento ci toccò da vicino: quel pomeriggio la signora Elvira ebbe un presentimento, vedendo da lontano i bambini recarsi a scuola si precipitò verso di loro e li obbigò a tornare a casa.

“Dopo poche ore, dal nostro laboratorio ormai rifugio, sentiamo il suono della sirena che ci da l’allarme per un probabile bombardamento.

Segue quasi subito uno schianto, un forte boato, abbiamo paura di non uscire più da sotto le macerie, ci abbracciamo strette strette in assoluto silenzio.
Finalmente vediamo in fondo alle scale una figura che a tentoni si avvicina nel buio del sotterraneo con un lumicino in mano. Sembra un fantasma bianco ricoperto da calcinacci e polvere, non muoviamo, non parliamo, abbiamo smesso anche di piangere. Tutto intorno c’è silenzio, fissiamo il lumicino e riconosciamo Elvira, la nostra insegnante.

La sua presenza ci tranquillizza e ci guida vive verso l’uscita.

Fuori, intorno a noi, non c’è più niente, la scuola adiacente è stata rasa al suolo.

Arrivano i soccorsi, ma per il bidello non c’è più niente da fare.

La piazza è invasa dai calcinacci, le strade sono deserte, circolano solo alcuni soccorritori che corrono scavalcando le macerie”.

Perchè tanata violenza? Nessuno ne conosceva le ragioni.

Le persone come noi, piene di paura, erano impietrite come statue davanti a quello scempio.

Si viveva con le luci spente per evitare le bombe e chi non aveva un rifugio dormiva nei fossi sugli argini dei fiumi.

Dopo l’incursione che ci aveva colpito da vicino, la paura era aumentata. Avevamo imparato che ogni sibilo di pallottola che sentivamo, significava una persona colpita a morte.

Ne avevamo viste tante distese a terra…

Al suono delle sirene presagivo l’odore acre del passato e mi sentivo male, persino i cani non smettevano di ululare.

La guerra stava quasi per finire quando sulla strettoia del ponte di ferro vidi passare degli uomini a testa bassa che si trascinavano con i piedi fasciati sanguinanti, barbe lunghe,  borracce vuote penzolanti sul petto: sembravano tronchi umani. Affamati,  ognuno nel suo dialetto, ci chiedevano un disperato aiuto.

C’era anche chi portava in spalle un amico ferito incapace di camminare.

Visi tristi che chiedevano pietà.

Noi potevamo offrire loro solo acqua del torrente perché anche nelle nostre famiglie non c’era molto da mangiare, solo minestra di erbe dei campi, qualche crosta di pane di mais e della crusca.

Se qualcuno riusciva a trovare della frutta, ne mangiava tutto: buccia semi e torsolo compreso.

Osservando questi uomini pensavo alle loro mamme in preghiera e in ansia, che pena se li avessero visti così sofferenti.

Li aspettavano a casa con la speranza che fossero vivi.

La notte dormivano con la porta aperta in attesa di vederli tornare e di giorno fissavano  la strada vuota.

A uno di loro spararono a pochi chilometri da casa, chi ebbe la forza di portare la notizia alla madre ormai certa del suo arrivo?

Dopo il bombardamento il laboratorio fu chiuso. Elvira, la nostra maestra, fu prelevata e portata via a forza dalla sua casa in un un giorno che, il cielo nero con tuoni e lampi, minacciava grandine. Indossava uno scialletto colorato per nascondere la testa rasata a zero dai partigiani. Il suo viso era inespressivo.

Gli uomini che la portarono via avevano occhi ironici e sorrisi beffardi.

Perché sapeva del probabile bombardamento vicino alla scuola? Sarà stata una spia?

Non lo sapremo mai, ma tante famiglie le sono riconoscenti perché ha salvato la vita dei loro bambini!0_Antica_Tovaglia_Puro_Lino_Con_Speciali_Ricami_A_Mano_MTMyNjQ5NzQ3Njc0_medium

Lettere-o-iniziali-B-e-C-ricamate-a

  • foto dal web