Battaglia di Don Chisciotte contro le pecore

Di Miguel De Cervantes


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Andavano viaggiando Don Chisciotte e il suo scudiero, intrattenendosi in vari discorsi, quando Don Chisciotte vide che sulla strada da loro battuta veniva un grande e folto polverio; laonde, volto a Sancio, gli disse: -Quest’è il giorno, o Sancio, in cui s’ha da conoscere a quel bene  mi serba la sorte; il giorno è questo in cui più che in ogni altro ha da risplendere il valore del braccio,  in cui ho da operare meraviglie degne di essere registrate nel libro della fama per secoli tutti avvenire. Vedi tu, o Sancio, quel polverio che cola’ si solleva? Sappi che dentro vi è chiuso un esercito poderosissimo, composto di varie nazioni e di gente innumerabile venuta da diverse parti.

– Se questo è vero, saranno due eserciti- replicò Sancio:- perché anche dalla parte opposta sollevasi un polverio.

Voltasi Don Chisciotte a guardare, vide ch’era vero, e rallegrandosi oltre misura pensò che fossero due eserciti che venissero ad incontrarsi e abbattersi in mezzo a quella spaziosa pianura.  […]

Il polverio da lui visto proveniva da due branchi di pecore e di montoni che venivano a quella volta, da due parti; ma per la fitta polvere non era possibile ravvisare che cosa facessero veramente. Con tanta fermezza sostenea Don Chisciotte ch’erano eserciti, che lo credette anche Sancio, e gli disse:  – Signore, e che facciamo noi? […]

Farai l’obbligo tuo, Sancio-disse Don Chisciotte, -perché in simili battaglie non occorre di essere armato cavaliere.

– Questo va bene- replicò Sancio,- ma dove nasconderemo intanto questo mio asino, per recuperarlo dopo la battaglia? Perché non credo che nessuno finora usasse mai di mettersi a combattere con sifatta cavalcatura.

–  Rifletti saviamente – soggiunse Don Chisciotte, -e quello che puoi fare si è di abbandonarlo alla sorte; si smarrisca o no, nulla importa, perché dopo la vittoria avremo tanti cavalli al nostro comando, che anche ronzinante corre pericolo ch’ io non lo cambi con qualc’ altro. […]

– Quel cavaliere che vedi la con l’ armi gialle, che porta nello scudo tre corone d’argento in campo azzurro, è il temuto Micocolembo, granduca di Chirozia; l’altro, che ha le membra gigantesche e che sta alla mano dritta, è l’ardito Brandabarbarano di Boliche, signore delle tre Arabie, che viene armato di una pelle di serpente e tiene per iscudo una porta, che, a quanto si dice, e una di quelle del tempio fatto precipitare da Sansone allorché morendo si vendicò dei nemici.[…]

Sancio Panza era attonito e sbalordito, né apriva mai bocca; solo voltavaosi di  quando in quando, per vedere se comparivano i cavalieri e i giganti nominati dal suo padrone. E non vedendo nessuno, si volse a lui e gli disse: – Maledetto quell’uomo, quel gigante, quel cavaliere che di quanti vossignoria ha nominati io vegga apparire; qua vi sarà forse qualche incantesimo…

– Che dici tu?- rispose don Chisciotte: -non odi il  nitrir de cavalli, lo squillar delle trombe, il batter dei tamburi?

– Io non sento altro – rispose Sancio, – se non un gran belare di pecore e di montoni. – E ciò era vero, perché già si erano molto avvicinate le mandre.

– La tèma –  disse Don Chisciotte – t’ingombra per modo, che tu né odi né vedi a dovere; e, in verità, uno degli effetti della paura è quello di sconvolgere i sentimenti e di mostrare le cose diverse affatto da quello che sono. Ora, se sei così dappoco, ritirati e lasciami solo, che io solo basto a rendere vittoriosa la parte da me protetta e assistita.

– E detto questo spronò Ronzinante e con la lancia in resta discese dalla collina come un fulmine.

Sancio gridava:  – Torni addietro la signoria vostra, signor Don Chisciotte, chè giuro a Dio ch’ella va ad investire tante pecore e tanti montoni; torni addietro! Per la vita di mio padre, che pazzia fa ella mai? Guardi bene che v’ha non gigante né cavaliere né gatto né arme né scudi divisi né palle azzurre né indemoniate… Ma che fa ella mai? Ah poveretto me!

Non per questo Don Chisciotte mutava proposito, anzi andava gridando: –  Olà cavalieri tutti che militate sotto gli stendardi del prode imperatore Pentapolino dal braccio ignudo, seguitemi quanti siete, e vedrete com’io presto saprò vendicarlo del suo nemico Alifanfarone di Taprobana. – Pronunciate appena queste parole, si cacciò in mezzo allo squadrone delle pecore e cominciò a investirle  con tanto furore e con tanta animosità, come se veramente fosse andato ad affrontare un mortale nemico. I pastori e i guardiani della mandra gridavano e replicavano e non facesse: ma poiché videro inutile il loro schiamazzo, diedero di piglio ai sassi e cominciarono a salutarlo con pietre grosse come un pugno. Don Chisciotte, non curandosi punto delle sassate, correva qua e colà dicendo: –  Ove sei, superbo Alifanfarone? Vieni a misurarti meco, ché sono un solo cavaliere e bramo da solo a solo provar le tue forze e toglierti la vita in pena delle offese che mediti contro al valoroso Pentapolino Garamante!

Capitò in questa certa mandorla liscia liscia di fiume, che gli seppellì due costole nel corpo. Si tenne egli per morto o almeno ferito pericolosamente, ma sovvenendosi del suo liquore trasse di sùbito il suo orciolo e lo pose alla bocca, mandando giù il bàlsamo nello stomaco. Ne aveva appena ingoiato quanto gli pareva necessario quand’eccoci un’altra grossa mandorla, la quale gli colpì la mano e il vasetto sì drittamente, che questo andò in mille pezzi e gli uscirono netti di bocca tre o quattro denti mascellari, e gli furono malamente pèste due dita della mano. Tanto furono gagliardi il primo e il secondo colpo, che il povero cavaliere dovè stramazzare giù dal cavallo. Accostaronsi allora i pastori, e credendolo spacciato, raccolsero in fretta la loro mandra, e caricate le bestie morte che erano più di sette, si diedero a fuggire senza cercar altro.

Sancio era stato guardando dall’ altura le pazzie del suo padrone, e pel dispetto strappavasi i peli della barba e malediceva l’ora e il momento in cui la trista sua sorte glielo aveva fatto conoscere. Ma poiché lo vide caduto in terra e ch’ erano fuggiti i pastori, scese dal pendio e se ne corse a lui che quantunque non fosse affatto fuori di sè, trovavasi però ad assai tristo partito.

– Non glielo diss’io, signor Don Chisciotte – cominciò poi, – che tornasse addietro, e che quelli che andava ad investire non erano eserciti, ma branchi di montoni? […]

Dammi la mano e tasta col dito, e guarda bene quanti denti e quanti mascellari mi mancano da questa banda dritta della guancia superiore, che qua sento di dolermi.

Vi pose Sancio le dita e dopo aver tastato disse: – Quanti mascellari solea tener da questa banda vossignoria? – Quattro – rispose Don Chisciotte, – ad eccezione del dente occhiale, tutti interi e sani.
– Badi bene la signoria Vostra a quello che dice – rispose Sancio.

– Dico quattro, se pur non erano cinque. […]

  In questa parte inferiore – disse Sancio – vossignoria non ha più che due mascellari e mezzo, e nella superiore, né mezzo né uno; chè essa è tutta rasa come la palma della mano.

– Meschino me! –  disse Don Chisciotte, sentendo le tristi nuove che davagli – il suo scudiere. – Avrei voluto piuttosto che mi avessero spezzato un braccio, purché non fosse  stato quello con cui adopero la spada; perché ti dico il vero, Sancio mio, che la bocca senza mascellari è come un mulino senza macina, e in  maggior conto devesi tenere un dente che un diamante.  Ah! siamo soggetti a tutto, noi che professiamo  il faticoso ordine della cavalleria! Sbrìgati, sbrìgati, amico, incomincia la strada, ed io ti seguirò a tuo piacere.

Autore Miguel De Cervantes
Da antologia Diorama di cultura e umanità

Agosto 1950

di Cesare Pavese

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Immagine: Casa natale

16 agosto

Cara, forse tu sei davvero la migliore – quella vera. Ma non ho più il tempo di dirtelo, di fartelo sapere – e poi, se anche potessi, resta la prova, la prova, il fallimento.

Vedo oggi chiaramente che dai 28 a  oggi ho sempre vissuto sotto quest’ ombra – qualcuno direbbe un complesso. E dica pure: è qualcosa di molto più più semplice.

Anche tu sei la primavera, un elegante, incredibilmente dolce e flessibile primavera, dolce, fresca, sfuggente – corrotta e buona  – « un fiore della dolcissima valle del Po », direbbe chi so io.

Eppure, anche tu sei soltanto un pretesto. La colpa, dopo che mia, è soltanto
dell’ « inquieta angosciosa, che sorride da sola ».

Perché morire? Non sono mai stato vivo come ora, mai così adolescente.

Nulla si assomma al resto, al passato. Ricominciamo sempre.

Chiodo schiaccia chiodo. Ma quattro chiodi fanno una croce.

La mia parte pubblica l’ho fatta –  ciò che potevo. Ho lavorato, ho dato poesia gli uomini, ho condiviso le pene di molti.

17 agosto

I suicidi sono omicidi timidi. Masochismo invece che sadismo.

Il piacere di farmi la barba dopo 2 mesi di carcere – di farmela da me, davanti a uno specchio, in una stanza d’albergo, e fuori era il mare.
È la prima volta che faccio il consuntivo di un anno non ancora finito.
Nel mio mestiere dunque sono re.

In 10 anni ho fatto tutto. Se penso alle esitazioni di allora.

Nella mia vita sono più disperato è perduto di allora. Che cosa ho messo assieme? Niente. Ho ignorato per qualche anno le mie tare, ho vissuto come se non esistessero. Sono stato stoico. Era eroismo? No, non ho fatto fatica. E poi, al primo assalto dell’ « inquieta angosciosa » sono ricaduto nella sabbia mobile. Da marzo mi ci dibatto. Non importano i nomi. Sono altro che nomi di fortuna, nomi casuali – se non quelli, altri? Resta che ora so qual è il mio più alto trionfo – e a questo trionfo manca la carne, manca il sangue, manca la vita.

Non ho più nulla da desiderare su questa Terra, tranne quella cosa che 15 anni di fallimenti ormai escludono.
Questo il consuntivo dell’anno non finito, che non finirò.

Ti stupisci che gli altri che passino accanto e non sappiano, quando tu passi accanto a tanti e non sai, non t’ interessa, Qual è la loro pena, il loro cancro segreto?

18 agosto

La cosa più segretamente temuta accade sempre.
Scrivo: o Tu, abbi pietà. E poi?

Basta un po’ di coraggio.

Più il dolore è determinato e preciso, più l’istinto della vita si dibatte, e cade l’idea del suicidio.

Sembrava facile a pensarci. Eppure donnette l’hanno fatto. Ci vuole umiltà, non orgoglio.

Tutto questo fa schifo.
Non parole. Un gesto. Non scriverò più.

 

Autore  Cesare Pavese
Da Il mestiere di vivere
Editore Giulio Einaudi Torino Nuovi Coralli59

Gavroche

Di Victor Hugo

                                                                             Immagine dal web

Una sera in cui una di tali brezze soffiava così aspramente da dare l’impressione che  fosse tornato gennaio, ed i borghesi avevano rimesso il mantello, il piccolo Gavroche sempre allegramente intirizzito sotto i suoi stracci, stava in piedi e come in estasi davanti alla bottega di un parrucchiere.
[…]
Mentre Gavroche esaminava la vetrina di saponi, due fanciulli di statura diversa, abbastanza ben vestiti e ancora più piccoli di lui, che dimostravano l’uno 7 e l’altro 5 anni, girarono timidamente la maniglia della porta e entrarono nella bottega chiedendo non si sa che cosa, la carità forse, con un mormorio piagnucoloso che rassomigliava  piuttosto ad un gemito che ad una preghiera. Parlavano tutt’e due insieme, e le loro parole erano inintelligibili perché i singhiozzi troncavano la voce del più piccolo, e il freddo faceva battere i denti del maggiore. Il barbiere si voltò con un viso da arrabbiato e, senza lasciare il rasoio, spingendo il maggiore con la mano sinistra e il più piccolo col ginocchio, li ributtò tutt’e due nella strada e chiuse la porta dicendo:

– Venir qui a raffreddare la gente per niente!

I due fanciulli si rimisero in cammino piangendo. Intanto, il tempo si era fatto nuvoloso e cominciava a piovere. Il piccolo Gavroche corse dietro ai fanciulli, e disse loro:

– Che cosa avete dunque marmocchi?
– Non sappiamo dove andare a dormire, -rispose il  più grande.
– E questo è tutto? – disse Gavroche. – Che gran cosa! e per questo si piange? Che sciocchini!

E assumendo attraverso la sua superiorità un po’ canzonatoria, un accento d’autorità intenerita e di dolce protezione, disse:  – mocciosi venite con me.
–  Si, Signore – fece il più grande.
E i due fanciulli lo seguirono, come avrebbero seguito un arcivescovo. Avevano cessato di piangere.
Gavroche li condusse per la via Sant’Antonio in direzione della Bastiglia, e camminando, gettò un’occhiata indignata all’indietro alla bottega del barbiere.

–  Non ha cuore quel taglia pidocchi, – brontol​ò.
[…]
– E così, monelli, abbiamo mangiato?

Signore, – rispose il più grandicello, – non abbiamo mangiato da questa mattina.

–  Siete dunque senza padre e senza madre?
[…]
–  Calmiamoci marmocchi.

Ecco di che mangiare tutti e tre. E trasse da una delle sue tasche un soldo. Senza lasciare ai due piccini il tempo di restare a bocca aperta, li spinse entrambi davanti a se nella Bottega del fornaio, e mise il soldo sul banco, gridando:

–  Garzone, cinque centesimi di pane!

Il fornaio, che era il padrone in persona prese un pane e il coltello.

– In tre pezzi, garzone!  – riprese Gavroche, aggiungendo con dignità: –  Siamo in tre .–  Pane bianco, garzone! Ho degli invitati.

V’era un pezzo più piccolo degli altri, lo prese per se.

–  Rientriamo nella strada – disse Gavroche.
E ripresero la direzione della Bastiglia.
[…]
C’era un elefante di 40 piedi d’altezza costruito in legno e in muratura che portava sul dorso la sua torre rassomigliante ad una casa…

–  Marmocchi, non abbiate paura.

Poi entro`per un’apertura dello steccato nel recinto dell’elefante e aiuto i piccini a scavalcare la breccia. I due ragazzi, alquanto spaventati, seguivano Gavroche senza dire parola e si affidarono a quella piccola provvidenza in cenci che aveva dato loro il pane e promesso un ricovero.
[…]
Gavroche indicò la scala ed il buco ai suoi ospiti, e disse loro: – salite e entrate.
I due piccini si guardarono atterriti.
–  Avete paura monelli? – esclamò Gavroche. E soggiunse: – ora vedrete, afferrò il piede rugoso dell’elefante, e, in un batter d’occhio, senza degnarsi di ricorrere alla scala giunse al crepaccio. Come una biscia che penetri in una fenditura, vi si sprofondò e, un momento dopo, i due fratelli videro la sua testa pallida apparire vagamente, come una forma biancastra e sbiadita, sull’orlo del buco pieno di tenebre.

Ebbene -gridò – salite dunque bambocci! Vedrete  come si sta bene qua dentro! Sali, tu! -disse al più grande. – Io ti stendo la mano. I piccini si spinsero l’un l’altro con la spalla; il birichino faceva loro paura e li rassicurava ad un tempo; e poi pioveva forte.
[…]
–  Bambocci siete in casa mia.
Gavroche era infatti a casa sua. Cominciamo -disse – col dire al portinaio che non siamo in casa. E immergendosi nell’oscurità con sicurezza, come chi conosce il proprio appartamento, prese una tavola ed otturò-il buco.
[…]
I due ragazzi osservavano con rispetto timoroso e stupefatto quel essere intrepido e immaginoso, vagabondo come essi, isolato com’essi, meschino com’essi, che aveva qualche cosa di miserabile e di onnipotente, sembrava loro soprannaturale, e aveva una fisionomia composta di tutte le smorfie d’un vecchio saltimbanco, unite al più ingenuo ed al più incantevole sorriso.
[…]
–  Russate! E spense il lucignolo.
[…]
– Signore!
– Eh? – Fece Gavroche che aveva appena chiuso gli occhi?
– Che cos’è questo rumore? Sono i topi rispose Gavroche  e  rimise la testa sulla stuoia.
Le ore della notte passarono. L’ombra copriva l’immensa piazza della Bastiglia, un vento invernale, misto a pioggia, soffiava a folate, e le pattuglie che frugavano le porte, i viali, i  recinti, gli angoli oscuri, in cerca di vagabondi e notturni, passavano silenziosamente davanti all’elefante. Il  mostro, in piedi immobile, gli occhi aperti nelle tenebre sembrava meditare come soddisfatto della sua buona azione, e teneva al riparo dal cielo e dagli uomini i tre poveri fanciulli addormentati.

Autore Victor Hugo
Da i Miserabili
Editore Rizzoli Milano

Il giardino del Signor Swann

Di Marcel Proust

Le Blanc (mon jardin) Edouard Manet

La siepe lasciava vedere, nell’interno del parco, un viale fiancheggiato di gelsomini, di  viole del pensiero e di verbene, tra le quali dei garofani […] che avevano la tinta rosa olezzante e sbiadita d’un cuoio antico di Cordova. […]
D’un tratto mi fermai, senza potermi più muovere, come accade quando una visione non si rivolge solo al nostro sguardo, ma esige percezioni più profonde e dispone per intero del nostro essere intero.

Una ragazzina d’un biondo fulvo, che aveva l’aria di rientrare dal passeggio e teneva in mano una zappa da giardiniere, ci guardava, levando il suo viso cosparso di macchioline rosee. I suoi occhi neri brillavano.—- Per molto tempo, ogni volta che ripensavo a lei, il ricordo del loro splendore mi si presentava subito come una luce di vivo azzurro.

La guardavo, dapprima con quello sguardo che non è che la voce degli occhi, ma alla finestra del quale s’affacciavano tutti i sensi, ansiosi e stupefatti; lo sguardo che vorrebbe toccare, catturare, portare via con sé il corpo guardato e l’anima insieme; poi, tale era il mio timore che da un minuto all’altro il nonno e il babbo, scorgendo quella fanciulla, mi facessero allontanare dicendomi di correre un poco innanzi a loro, che cercavo di costringerla a portare l’attenzione su di me, a conoscermi!

Ella gettò davanti a sé e ai lati le pupille per prendere visione del nonno e del babbo, e senza dubbio l’idea che ne riportò fu che eravamo ridicoli, giacché si volse, e con un’aria indifferente e sdegnosa si fece da parte, per risparmiare al suo viso d’essere nel loro campo visuale; e mentr’essi, continuando a camminare senz’averla venduta, mi sorpassavano, lasciò scorrere lo sguardo in tutta la sua lunghezza fino a me, senza un’espressione particolare, senza mostrar di vedermi, ma con una fissità e un sorriso dissimulato, che, dalle nozioni che mi erano state impartite sulla buona educazione, non potevo interpretare se non come una prova di ingiurioso disprezzo; la sua mano al tempo stesso accennavo un gesto indecente che, quando era rivolto in pubblico a una persona che non si conoscesse, il piccolo dizionario di urbanità che portavo in me non dava che un solo senso, quello d’un’intenzione insolente.

– Su, Gilberte, vieni; cosa fai?- gridò con voce acuta ed autoritaria una signora vestita di bianco che non avevo  vista, mentre a breve distanza da lei, un signore a me sconosciuto, vestito di tela, mi fissava con degli occhi che gli uscivano dal capo; e, cessando bruscamente di sorridere, la fanciulla prese la zappa e s’allontanò senza più volgersi dalla mia parte, con un’aria docile, impenetrabile e sorniona.

Così passò accanto a me quel nome di Gilberte, donatomi come un talismano che mi permetterebbe forse un giorno di ritrovare quella di cui or ora aveva fatto una persona, e che, l’attimo prima non era che un’immagine incerta.

Così passò, proferito al di sopra dei gelsomini e delle viole, fresco ed acidulo come le stille dell’innaffiatoio verde; impregnando, iridando la zona d’aria pura che aveva percorso –e che isolava,–del mistero dell’esistenza di quella ch’esso disegnava agli esseri fortunati che vivevano, che viaggiavano con lei; spiegando sotto il cespuglio del biancospino rosa, all’altezza della mia spalla, la quintessenza della loro familiarità, per me così dolorosa, con lei, con l’ignoto della sua esistenza dov’io non sarei penetrato.

Per un attimo… l’impressione  lasciata in me dal tono dispotico in cui la madre di Gilberte le aveva parlato senza che lei replicasse, mostrandomela come costretta ad obbedire a qualcuno, facendomi apparire incompleta la sua superiorità, calmò un poco la mia sofferenza, mi rese qualche speranza o scemò il mio amore.

Ma quell’amore non tardò a levarsi di nuovo in me come una reazione per cui il mio cuore umiliato si voleva adeguare a Gilberte, o abbassarla fino a sè. L’amavo e rimpiangevo di non aver avuto il tempo è l’ispirazione di offenderla, di farle del male e costringerla a ricordarmi.

autore Marcel Proust
da LA STRADA DI SWANN
Einaudi Editore

Mamma è malata

di Scipio Slataper

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Foto dal web

Mamma è malata. Io sto sdraiato accanto a lei sul margine del letto, accarezzandole la fronte e le mani. Così passiamo qualche ora.
Ogni tanto ella mi guarda e mi domanda: – Credi che guarirò?- Io la sgrido come una bimba e le racconto di quando sarà guarita.
– Quando sarai guarita verrai un mese con me a Firenze, vuoi? C’è le colline gli ulivi, e staremo in pace. Ora son passati 3 mesi, poi passa ancora uno, e dopo facciamo una gran festa. Io butto il cappello in aria: mamma è guarita. Vuoi?

Ella tace rabbrividendo di gioia. E io le parlo e le racconto tante cose buone, ma sono stanco di questa triste camera oscura, con voce con poca aria, con l’orologio che batte il suo tempo. Vorrei rifugiarmi al mio tavolino e lavorare, scrivere un’allegra poesia, uscire in campagna ed essere solo con il sole e l’aria. Io avrei bisogno di prosperità e contentezza. Sono quasi irritato contro il suo male, contro l’oscurità che è calata da tanti, tanti anni nella nostra casa.

Si vive paurosi di svegliare negli altri certe cose che sono sempre presenti dentro di noi; si vive a bassa voce, guardandoci di sfuggita in viso dopo una risata. Molti giorni si imbocca la minestra e la carne senza dire parola, sforzandoci a interessarci dei piccoli che raccontano  della scuola. Si vive così da molti anni. E la mamma guarda i nostri occhi che s’abbassano come in colpa, e non può far niente per i suoi figlioli. Ella ti bacia il capo, e ti chiede scusa in silenzio.

Un giorno metteva ad asciugare alcuni panni alla stufa e piangeva. Io le chiesi: – Mamma, cosa hai? – essa piangeva e negava, cercava di trattenere lo spasimo, ed era stanca. Le chiesi ancora: – Che hai Mamma? perché piangi?
– Vedi figliolo, non è niente, gli affari del babbo vanno male.

E un giorno babbo torno’ da un viaggio, che era stato anch’esso inutile, e non c’era da far più nulla. Noi eravamo seduti intorno alla tavola e cenavamo.
Egli entro, ci salutò, e sedette al suo posto. Noi tacevamo. Egli prese la forchetta e ingoiò i bocconi. Ci disse:
– Mangiate dunque – La sua voce era senza tremito.
Mai ho visto piangere il babbo. Gli occhi gli si incassano nelle tempie, la sua fronte si fa gonfia, ed egli sta fermo con la testa dritta su.
Egli è un uomo, non si lamenta e s’irrigidisce. Babbo m’ha insegnato  a tacere e a disprezzare il dolore.

E così passarono i mesi e gli anni.  Ed io incominciai ad amare la mia famiglia ed ero consolato ch’essa credesse in me. E mamma una sera mi disse, poggiandosi sul mio petto:
– Figliolo, sono stanca, vai avanti tu.

Io amo i miei fratelli e i miei genitori perché la nostra vita è stata dolorosa e confidente.

Io vado avanti com’essi e non cedo. Noi vogliamo anche noi il nostro posto. Ci hanno fatto molto male. Alcuni sono stati buoni con noi, ma non ci hanno capiti. Noi vogliamo essere noi; con i nostri difetti e le nostre virtù, liberi di respirare l’aria che ci spetta.

Io sono contento di aver avuto una famiglia povera. Sono cresciuto con un dovere e uno scopo.  Essi mi vogliono bene, e il mio nome è il loro.

L’orologio batte ugualmente il suo tempo e la camera e stretta scura.

Che sarà di noi se la mamma non guarisce? La sua fronte sudata, e il suo pallido viso è pieno d’amarezza.

Autore Scipione Slataper
MAMMA E’ MALATA
(antologia per la scuola media “Spera di Sole”)

Temporale imminente

di Alessandro Manzoni

cielo nuvoloso
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La nebbia s’era a poco a poco addensata è accavallata in nuvoloni che, rabbuiandosi sempre più, davano idea d’un annottar tempestoso; se non che, verso il mezzo di quel cielo cupo è abbassato, traspariva, come da un fitto velo, la spera del sole, pallida, che spargeva intorno a sé un barlume fioco è sfumato, e pioveva un calore morto è pesante.
Ogni tanto, tra mezzo al ronzio continuo di quella confusa moltitudine, si sentiva un borbottar di tuoni, profondo, come tronco, irresoluto; né, tendendo l’orecchio, avreste saputo distinguere da che parte venisse; o avreste potuto crederlo un correr lontano di carri, che si fermassero improvvisamente. Non si vedeva, nelle campagne d’intorno, muoversi un ramo d’albero, né un uccello andarvisi a posare, o staccarsene: solo la rondine, comparendo subitamente di sopra il tetto del recinto, sdrucciolava in giù con l’ali tese, come per rasentare il terreno del campo: ma sbigottita da quel brulichio, risaliva rapidamente e fuggiva.
Era uno di que’ tempi, in cui, tra una compagnia di viandanti, non c’è nessuno che rompa il silenzio; e il cacciatore cammina pensieroso, con lo sguardo a terra; e la villana, zappando nel campo, smette di cantare, senza avvedersene; di que’ tempi forieri di burrasca, in cui la natura, come immota al di fuori, e agitata da un travaglio interno, par che opprima ogni vivente, e aggiunga non so quale gravezza a ogni operazione, all’ozio, all’esistenza stessa.

autore Alessandro Manzoni
TEMPORALE IMMINENTE da I Promessi Sposi
(antologia per la scuola media “Spera di Sole”)

Le Langhe

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foto presa dal web

Di  Cesare Pavese

Già in altri tempi si diceva la collina come avremmo detto il mare o la boscaglia. Ci tornavo la sera, dalla città che si oscurava, e per me non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere. Per esempio, non vedevo differenza tra quelle colline e queste antiche dove giocai bambino e adesso vivo: sempre un terreno accidentato e serpeggiante, coltivato e selvatico, sempre strade, cascine e burroni. Ci salivo la sera come se anch’io fuggissi il soprassalto notturno degli allarmi, e le strade formicolavano di gente, povera gente che sfollava a dormire magari nei prati, portandosi il materasso sulla bicicletta o sulle spalle, vociando e discutendo, indocile, credula è divertita.

Si prendeva la salita, e ciascuno parlava della città condannata, della notte e dei terrori imminenti. Io che vivevo da tempo lassù, li vedevo a poco a poco svoltare e diradarsi, e veniva il momento che salivo ormai solo tra le siepi è il muretto. Allora camminavo tendendo l’orecchio, levando gli occhi agli alberi familiari, fiutando le cose e la terra. Non avevo tristezze, sapevo che nella notte la città poteva andare tutta in fiamme e la gente morire. I burroni, le ville e i sentieri si sarebbero svegliati al mattino calmi e uguali. Dalla finestra sul frutteto avrei ancora veduto il mattino. Avrei dormito dentro un letto, questo si. Gli sfollati del dei prati e dei boschi sarebbero ridiscesi in città come me, solamente più sfiancati e intirizziti di me. Era estate, e ricordavo altre sere quando vivevo e abitato in città, sere che anch’io ero disceso a notte alta cantando e ridendo, e mille luci punteggiavano la  collina e la città in fondo alla strada.
La città era come un lago di luce.

 

Autore  Cesare Pavese
da “Prima che il gallo canti”
Da antologia “Immagini” per la scuola media.

Capricci fanciulleschi

capricci-fanciulleschi
elaborazione L. G.

Di Gabriele D’Annunzio

      Un tratto della mia infanzia mi piace ancora.
Quando avevo qualche malanno, quando mi doleva il capo o mi si gonfiava una gengiva o mi s’ammaccava un ginocchio, e quando avevo in me il principio d’un male più grave, divenivo taciturno e selvaggio. Senza dir parola ne far lamento, mi ritraevo nella mia stanza e mi mettevo a sedere sul gradino d’un inginocchiatoio ch’era accanto al mio letto. Credendomi ai soliti giochi, per alcun tempo i famigliari non mi cercavano. Se una delle mie sorelle veniva a raggiungermi e mi domandava che avessi, rispondevo aspro scacciandola. M’accadeva talvolta di vedere l’oscurità del vespro entrare pe’ vetri, la stanza riempirsi d’ombra; e, per non muovermi, dominavo lo sbigottimento. Qualche sera, la` sull’inginocchiatoio, cominciavo a battere i denti, preso da una febbre improvvisa; e non mi muovevo ma mi rannicchiavo come un cucciolo. Udivo il mio nome chiamato per le stanze lontane; e una grande ira gonfiava il piccolo cuore. Qualcuno entrava rischiando il buio. “Ah sei qui?” “Sono qui”. “Perché?” “Perché voglio stare qui”. ” Che hai?” ” Nulla”. ” Non vuoi venire a cena?” “No”. “Ti senti dunque male?” ” No. Sto benissimo”. ” Non è vero”. “Benissimo”. “Scotti”. Iroso, scansavo la fronte, respingendo la mano. Soltanto la dolcezza e la pazienza di mia madre mi vincevano. Con le ciglia aggrottate, con i denti stretti, con le pugna chiuse, mi lasciavano spogliare, mettere a letto. Allora ficcavo il viso nel guanciale, non rispondevo, non mi volgevo più, tutto avviluppato e contratto intorno al nodo del mio cruccio, simile a una bestiola ferita cui la sua tana non sembri abbastanza fonda.

Di Gabriele D’Annunzio.

Tratto da Spera di sole – antologia delle scuole medie.

Quando ero ragazzo

quando-ero-ragazzo
Elaborazione di Lucia Giordano

di Carlo Lorenzini – Collodi

La scuola, alla quale andavo io, era una bella sala di forma bislunga, rischiarata da due finestre laterali, e con un gran finestrone nella parete di fondo, il quale rimaneva nascosto dietro una grossa tenda di colore verdone cupo.

Gli scolari seduti a terra si chiamavano Romani e quelli a sinistra avevano il soprannome giocoso di Cartaginesi.

[…] E ora Indovinate un po’ in tutta la scuola, chi fosse lo scolaro più svogliato, più irrequieto e più impertinente?

Lo scolaro più irrequieto e impertinente ero io.

Fui confinato in fondo alla panca.

– Signor maestro, che fa smettere Collodi?
– Che cosa ti fa Collodi?
– Mangia le ciliegie, e poi mi mette tutti i noccioli nelle tasche del vestito.
Allora il maestro scendeva dal seggio: mi faceva sentire il sapore acerbo delle sue mani secche e durissime, come fossero di bossolo, e mi ordinava di cambiare posto.
Dopo un’ora che avevo cambiato posto, ecco un’altra voce che gridava:
– Signor maestro che fa smettere Collodi?
– Che cosa ti fa Collodi?
– Acchiappa le mosche e poi me le fa volare dentro gli orecchi.

Allora il maestro mi faceva mutare posto da capo. Fatto sta che, a furia di far posto tutti i giorni, sulla panca dei romani non c’era più un romano che volesse accettarmi per suo vicino.

Fui mandato, per ultimo ripiego tra i cartaginesi; E mi trovai accanto al più buon figliuolo di questo mondo, un certo Silvano, grasso come un cappone sotto le feste di Natale, il quale studiava poco, questo è vero, ma dormiva moltissimo, confessando da sé stesso, che dormiva più volentieri sulle panche della scuola che sulle materasse del letto.

Un giorno Silvano venne a scuola con un paio di calzoni nuovi di tela bianca. Appena me ne accorsi, la prima idea che mi balenò alla mente fu quella di dipingergli sui calzoni un bellissimo quadretto, a tocco di penna.

Tant’ è vero, che quando l’amico, secondo il suo solito, si fu appisolato coi gomiti appoggiati al banco e con la testa fra le mani, io, senza mettere tempo in mezzo, inzuppai ben bene la penna nel calamaio, e sul gambale davanti gli disegnai un bel cavallo, col suo bravo cavaliere sopra.

E il cavallo lo feci con la bocca aperta in atto di mangiare dei grossi pesci, perché si potesse capire che questo capolavoro era stato fatto di venerdì, giorno in cui generalmente tutti mangiano di magro.

Confesso la verità: ero contento di me. Più guardavo quel mio bozzetto, più mi pareva di aver fatto una gran bella cosa. Così, però, non parve al mio amico Silvano, il quale svegliandosi, cominciò a piangere e a strillare con urli così acuti, da far credere che qualcuno gli avesse strappato una ciocca di capelli.

– Che cosa ti hanno fatto? – gridò il maestro, rizzandosi in piedi e aggiustandosi gli occhiali sul naso.
– Ih!… ih!… ih!… Quel cattivo di Collodi mi ha dipinto tutti i calzoni bianchi!… – E dicendo così alzò in aria la gamba, mostrando il disegno fatto da me con tanta pazienza e, oserei dire, con tanta bravura.
Tutti risero ma il maestro disgraziatamente non rise. Anzi, invece di ridere, scese giù dal suo banco, tutto infuriato come una folata di vento.

[…] Il giorno dopo fu per me una giornata nera, indimenticabile.
Appena entrato nella scuola, il maestro, con un cipiglio da far paura, mi disse, accennando un banco solitario in fondo la scuola.
– Prendi i tuoi libri e i tuoi quaderni e va a sederti laggiù!
Mogio mogio, come un pulcino bagnato, chinai il capo e ubbidii.

[…] Dietro le mie le mie spalle, come sapete, rimaneva un gran finestrone sempre chiuso e sempre coperto da una tenda di grossissima tela di colore verdone cupo. In un momento di grande noia e mentre cercavo qualche passatempo per divagarmi, ecco che mi venne fatto di accorgermi che in quella tenda e precisamente all’altezza del mio capo, c’era un piccolissimo bucolino. Appena visto quel bucolino,il mio primo pensiero fu quello di allargarlo fino al punto da poterci passar dentro con la testa. Alla fine quando il bucolino diventò una buca , feci subito segno ai miei compagni di scuola di stare attenti, perché avrebbero visto un magnifico spettacolo .

Cominciai a lavorare col capo. La buca era grande, ma il mio capo era più grande, non ci voleva entrare: io però pigiai tanto e poi tanto, che finalmente il capo c’entrò.

Figuratevi la risata sonora che scoppiò in tutta la scuola, quando la mia testa fu vista campeggiare in mezzo a quella tenda verdona, come se qualcuno ce l’avesse attaccata con quattro spilli. Ma il maestro al solito non volle ridere: e invece, muovendosi dal suo banco, venne verso di me in atto minaccioso. Io, come è naturale, mi provai subito a levare il capo della tenda: ma il capo, che c’era entrato sforzatamente non voleva più uscire.
La mia paura in quel punto fu tale e tanta che cominciai a piangere come un bambino. Allora il maestro si voltò agli scolari, e in tono canzonatorio disse loro:
– Lo vedete là, il vostro amico Collodi, tanto buono, tanto garbato con i suoi compagni di scuola? Non vedete, poverino, come piange? Muovetevi dunque a compassione di lui: alzatevi dalle vostre panche e andate ad rasciugargli le lacrime!

Vi lascio immaginare se quelle birbe se lo fecero dire due volte! Ridendo e schiamazzando, si schierarono in fila a uso processione: e passando a due per due dinanzi a me, mi strofinarono tutti i loro fazzoletto sul viso! E pensare che tra quei fazzoletti da naso, ve n’erano parecchi che non avevano mai visto in faccia la lavandaia né la stiratora. Meno male che, a quell’età, tutti nasi son fratelli tra loro!

La lezione fu acerba ma salutare.

 

di Carlo Lorenzini – Collodi
Tratto da antologia “IMMAGINI” per la scuola media.

 

Le prugnole

Elaborazione di Lucia Giordano

Autore CESARE PAVESE

La frutta, secondo il terreno, hanno molti sapori. Si conoscono come fossero gente. Ce n’è delle magre, delle sane, delle cattive, delle aspre. Io ne ho mangiato di ogni sorta, e specialmente la selvatica, le prugnole e le nespole acerbe.
Specialmente le prugnole mi facevano gola. Ancora adesso lascio tutto per le prugnole. Le sento a distanza: fanno siepi spinose, verdissime lungo le forre in mezzo ai rovi. Alla fine d’agosto i rami ingrossano di chicchi azzurri, più scuri del cielo, agglomerati e sodi. Hanno un sapore brusco e asperrimo che non piace a nessuno, eppure non mancano di una punta di dolce. Con novembre son tutte cadute
Che le prugnole sappiano di succhi selvatici, si capisce anche dai luoghi dove crescono. Io le trovavo sempre all’orlo delle vigne, dove il coltivo finisce è più nulla matura se non l’arido del terreno scoperto. Allora non pensavo a queste cose; avrei solamente voluto che mio padre, la Sandiana e tutti quanti mangiassero prugnole. Degli altri non so; la Sandiana diceva che le mordevano la lingua.
– Per questo mi piacciono, –  dicevo io, – loro sì che si sente che crescono nella campagna. Nessuno le tocca eppure vengono. Se la campagna fosse sola farebbe ancora delle prugnole. La Sandiana rideva e diceva: – Sapessi… –  Sapessi cosa? Fin che un giorno mi disse che di là dai suoi boschi, dopo un’altra vallata, alla Madonna della Rovere, la costa era tutta una prugnola.
– Ci andiamo? – Era troppo lontano. – Ma nessuno le coglie? –  chiedevo.
A questo ci pensavo sempre. Non soltanto non bastavo a scoprire tutte quelle delle nostre strade, ma tante colline c’erano nel mondo, tanta campagna sterminata, e dappertutto prugnole, su per le rive, nei fossi, in luoghi impervi, dove nessuno anche volendo arriva mai. Me le vedevo con le foglie ricciute, coi rametti pesanti di frutto, immobili, in attesa di una mano che non sarebbe mai venuta. Oggi ancora mi pare un assurdo tanto spreco di sapori e di succhi che nessuno gusterà. Raccolgono il grano, raccolgono l’uva, e non ce n’è mai abbastanza. Ma la ricchezza della terra si rivela in queste cose selvagge. Nemmeno gli uccelli, selvaggi anche loro, non potevano goderne, perché le spine dei rametti li ferivano negli occhi.
Allora pensavo alle cose, alle bestie, ai sapori, alle nuvole che la Sandiana aveva conosciuto quando stava nei boschi, e capivo che tutto perduto non era, che ci son delle cose che basta che esistano e si gode a saperlo. Anche le prugnole, diceva la Sandiana, non se ne mangia più di due, tre alla volta. Ma è un piacere sapere che ce n’è dappertutto.