La madre

la madre foto storia

 

Dalla fattoria lontana molte miglia il figliuolo è venuto a piedi, a trovare sua madre.
Nell’atrio ha chiesto notizie di lei al medico e ha bevuto le poche, le solite parole con un largo viso faticosamente attento, spiando a tratti, d’intorno, ogni porta, se la vedeva apparire. Dopo un lungo attendere in parlatorio, il cappello fra le gambe, la madre è comparsa, trascinata per un braccio da una suora.

– Mamma! o mamma! –
   Non ha detto altro, non poteva dir altro.
Le sue grosse mani gonfie hanno afferrato quelle bianche della vecchia, alta, pallida, assente. I due due volti sono rimasti di fronte, senza toccarsi: quello di lui arso dal sole, quello di lei sbiancato senz’anima.
Soltanto le mani hanno continuato un loro oscuro, tormentuoso linguaggio. Pareva che la vecchia avesse serbato nel tatto qualche traccia di vita perché le sue dita scarne cercavano, tentavano qualcosa, come quelle dei ciechi. Ma gli occhi erano via.
   – Mamma, o mamma, non mi riconosci? –
La vecchia ride, con un filo di voce:
– Chi?
– Nanni, il tuo figliolo. Mi vedi?
– e già… –

Un lampo di gioia illumina la povera faccia abbronzata. Le mani si staccano da quelle della vecchia e fruga nelle tasche del grosso abito nero da festa impolverato.
– Prendi, mamma. –
Ne ha tolto un piccolo cartoccio: due paste, due sole paste, ma fini.
Una è marzapane tutta inzuccherata, l’altra è di cioccolata con qualche piccolo candito.
– E’ inutile, sa – insinua dolcemente la suora. – Non vuol mangiare; da due mesi bisogna imboccarla.
– O perché, mamma, non mangi – chiede la rude voce strozzata. – Ti fa male digiunare… Prendi questi due gingilli, sono buoni, sai, li ho presi in città. Su, mangiali! –
La vecchia ha lasciato cadere le mani in grembo e guarda il soffitto. Quando sente il contatto , soffice, del marzapane, stringe la pasta, leggermente, ma non la spezza.
– Perché non mi porti via? – chiede con voce eguale al figliolo, senza guardarlo.
– Ti porterò, non dubitare, quando sarai guarita, quando il medico avrà pronte le carte. Mangia, ora, mangia. –

La vecchia rompe adagio adagio la pasta e rimane con i due frammenti nelle mani.
Ne accosta uno alle labbra asciutte e bianche: lo zucchero le piace; è tenera e dolce: comincia a masticare.
Il figliolo la guarda senza fiato.
Dopo il primo boccone il secondo, dopo il secondo il terzo.
La vecchia mastica lentissimamente volgendosi alla finestra del cortile donde giunge un molle suono d’armonium. E il figlio in quell’onda si smemora, perduto i quel viso perduto.

di CORRADO TUMIATI

Tratto da “IMMAGINI” antologia italiana per la scuola media.

Foto modificate dal web

Verbi transitivi e intransitivi

verbi transitivi e intransitivi

[…]
Io non so, io mi domando che cosa volete far voi nella vita! Voi ignorate chi furono gli Atridi. Voi confondete il nominativo con l’accusativo.
– Ah Ravelli! E nelle altre materie siete un ignorante come nella mia. Ma come si fa a vivere, come si fa ad essere giunti sino alla vostra età, grande e grosso come un tulipano, e non essere capace di contraddistinguere un verbo transitivo da un verbo intransitivo? –
<<Niente! Che cosa sono capace io di fare? Niente!>>.
Capite anche la sfrontatezza? Ma è prudente non rilevare codesta cosa.
Ora avvenne che un po’ per volta Ravelli non rispose più alla chiama.
Venne un po’ ad intervalli. Poi scomparve del tutto.
– Che ne è di quello sciagurato? – domanda il professore. – Ne sapete voi, ragazzi, qualche cosa? – Dicono che gli è morto il babbo […]
Se non che quando venne l’autunno, il buon professore si trovò nella necessità di andare al gran mercato dell’uva: faccenda del tutto nuova per lui. Ma è che la signora del professore soffriva di bruciori di stomaco. Tutta colpa di quei vinacci affatturati, che si comprano dai vinai. E senza un goccio di vino non pare nemmeno di mangiare!
– Ah, poter avere, – sospirava la signora, – quei vinelli leggeri, quei mezzi vini che usano dalle nostre parti, con quel frizzantino e quel saporino d’uva! –
Ora avvenne che una mattina – in sui primi di ottobre – egli disse:
– Moglie mia, mi è venuta un’idea che ti parrà forse strana, ma è luminosa; facciamo noi un po’ di vino in casa.
Ma quando si trattò di metterla in pratica, molte difficoltà si presentarono.
Il vino si fa con l’uva e su questo il professore non aveva dubbi.
Ma e l’uva? Dove si compra all’ingrosso? Chi è il più onesto mercante? e quanto costa? e il peso? e la tara? e il trasporto?
I fruttaioli a cui ne richiese, lo guardavano di mal occhio, e, o non davano risposta o davano vaghe ambigue risposte.
Andò anche da un vinaio suo conoscente. Oh, che gli saltava in mente di fare il vino in casa? Un impazzimento. E i vinai che ci stanno a fare?
Insomma il vinaio lo accolse come lui avrebbe accolto il vinaio se questi fosse venuto da lui a dirgli: << Io voglio fare scuola e spiegare chi sono gli Atridi e chi sono i verbi transitivi>>.
<<Oh, reo mondo, chiuso e crudele!>>
– Fate presto, – gli disse uno dei fruttaioli, meno brigante, al quale aveva confidato i suoi propositi igienici ed enologici, – le uve aumentano.
E il professore andò al mercato, dunque. Ed era una bella mattina di ottobre.
Non c’era mai stato al mercato.
Tutte facce convulse, congestionate, tutta gente che si intendeva ad urli, a mimica, ad improperi. Ed era tardi: le otto. Alle dieci – gli avevan detto – il mercato è finito.
Potè accostarsi ad una faccia un po’ civile – che gli fu indicata come mercante di uve, ma fu dialogo breve:
– Quanti vagoni?…
– A me veramente basterebbe una piccola partita…
– Non lavoro in piccole partite.
Trovò un altro che lavorava in piccole partite. Si degnò di ascoltarlo; ma quando si venne alla merce, non permise nessun esame della merce. Garantiva lui e basta.
[…]- Professore, che fate qui?
Il professore, quando si udì chiamare così fra quella folla nemica e sconosciuta, trasalì.
Un giovanetto con una bella faccia rosea, allegra, capellatura bionda, sigaretta in bocca, vestito a lutto, era davanti a lui.
– Voi è? voi è…?
– Ravelli.
– Ah, bravo Ravelli, Ora mi ricordo. Che fate qui?
– Il mio mestiere, – rispose Ravelli, che era quel desso, – e voi?
– Così passeggio un poco, mi diverto.
– Bel mercato, eh? – esclamò Ravelli.
– Oh, bello. E voi quale mestiere fate, giovanotto mio.
Ravelli spiegò. Suo padre era mercante in agrumi e in salse di pomodoro.
Era morto da un anno e lui continuava l’azienda. […]
– E dell’uva non ve ne intendete? –
Ma si intendeva anche dell’uva.
E allora il professore spiegò:
– Ecco, vedete, mio caro, mia moglie soffre di pirosi, ecc., io vorrei, ecc.
Quell’asino di Ravelli capì al volo, senza che lui nemmeno terminasse.
– Volete fare il vino in casa.
– Si, così, un pochino per prova, per isvago.
– Venite con me, – disse Ravelli.
In mezz’ora cinque quintali d’uva della più bella, della più matura, e bianca e nera, disposta in bei cestelli, erano già controllati, pesati, messi in un carro: coperti di tela cerata fissata con una buona corda: se no ghe la porten via, professor! Una frustata al cavallo, quattro frasi secche al conduttore, indirizzo, presto e via.
Non rimaneva che pagare, Oh, come volentieri pagò! Un convenientissimo prezzo.
Ah, miracoloso Ravelli…
Pare impossibile! Così cretino, e tanto ingegno!
– Professore – disse Ravelli, sottraendosi ai ringraziamenti, con cara cortesia, – mi cavi una curiosità.
– Ma subito.
– I verbi transitivi sono quelli che passano o che non passano?

[…] di Panzini da “Tutte le novelle”, Mondadori Milano

Tratto da “DIORAMA” antologia per il biennio delle scuole medie superiori.
Autore Alfredo Panzini

 

La furia pazza di Valino

la furia pazza di valino CORRETTO 2

[…]
L’incendio era ormai finito, Tutti i vicini erano corsi a dar mano; c’era stato un momento, dicevano, che la fiamma rischiarava anche la riva e se ne vedevano i riflessi nell’acqua del Belbo.
Niente s’era salvato, nemmeno il letame là dietro.
Facemmo bere un po’ di vino a Cinto. Lui chiedeva dov’era il cane, se era bruciato anche lui.
Tutti dicevano la loro; sedemmo Cinto nel prato e raccontò a bocconi la storia.
Lui non sapeva, era sceso a Belbo. Poi aveva sentito che il cane abbaiava, che suo padre attaccava il manzo.
Era venuta la madama della Villa con suo figlio, a dividere i fagioli e le patate. La madama aveva detto che due solchi di patate eran già stati cavati, che bisognava risarcirla, e la Rosina aveva gridato, il Valino bestemmiava, la madama era entrata in casa per far parlare anche la nonna, mentre il figlio sorvegliava i cesti. Poi avevano pesato le patate e i fagioli, s’eran messi d’accordo guardandosi di brutto. Avevano caricato sul carretto e il Valino era andato in paese.
Ma poi la sera quando era tornato era nero. S’era messo a gridare con Rosina, con la nonna, perché non avevano raccolto prima i fagioli verdi. Diceva che adesso la madama mangiava i fagioli che sarebbero toccati a loro.
La vecchia piangeva sul saccone.
Lui Cinto stava sulla porta, pronto a scappare. Allora il Valino s’era tolta la cinghia e aveva cominciato a frustare Rosina.
Rosina era caduta per terra, e Valino le aveva ancor dato dei calci nella faccia e nello stomaco.
Rosina era morta, disse Cinto, era morta e perdeva sangue dalla bocca.
“Tirati su” diceva il padre, “matta.” Ma Rosina era morta, e anche la vecchia adesso stava zitta.
Allora il Valino aveva cercato lui – e lui via. Dalla vigna non si sentiva più nessuno, se non il cane che tirava il filo e correva su e giù. […]
Poi aveva sentito che il padre dava calci dappertutto, che bestemmiava e ce l’aveva col prete.
Poi aveva visto la fiamma.
Il padre era uscito fuori con la lampada in mano, senza vetro. Era corso tutt’intorno alla casa.
Aveva dato fuoco anche al fienile, alla paglia, aveva sbattuto la lampada contro la finestra.
La stanza dove si erano picchiati era già piena di fuoco.
Le donne non uscivano, gli pareva di sentir piangere e chiamare.
Adesso tutto il casotto bruciava  e Cinto non poteva scendere nel prato perché il padre l’avrebbe visto come di giorno.
Il cane diventava matto, abbaiava e strappava il filo. I conigli scappavano. Il manzo bruciava anche lui nella stalla.
Cinto era scappato nella riva . Lì, c’era stato, nascosto, e vedeva in alto contro le foglie il riflesso del fuoco.
Anche di lì si sentiva il rumore della fiamma come un forno.
Il cane ululava sempre.
Anche nella riva era chiaro come di giorno. […]
Allora piano piano era salito verso il noce, stringendo il coltello aperto, attento ai rumori e ai riflessi del fuoco.
E sotto la volta del noce aveva visto nel riverbero pendere i piedi di suo padre, e la scaletta per terra. […]
Noi portammo Cinto al Marone, era quasi mattino; gli altri dovevano cercare nella cenere quel che restava delle donne.
Nel cortile del Marone nessuno dormiva. Tutti dicevano le medesime cose.
Restai con Nuto a passeggiare nel cortile, sotto le ultime stelle, e vedevamo lassù nell’aria fredda, quasi viola, i boschi d’albere nella piana, il luccichio dell’acqua.
Me l’ero dimenticato che l’alba è così.
Il giorno dopo ci fu da farsi brutto sangue.
Sentii dire in paese che la madama era furente per la sua proprietà. […]
Il prete, siccome il Valino era morto in peccato mortale, non volle saperne di benedirlo in chiesa.
Lasciarono la sua cassa fuori sui gradini, mentre il prete dentro borbottava su quelle quattro ossa nere delle donne, chiuse in un sacco.
Tutto si fece verso sera, di nascosto. Le vecchie del Morone, col velo in testa, andarono coi morti al camposanto raccogliendo per strada margherite e trifoglio.

[…] di Cesare Pavese  da “La luna e i falò”, Einaudi Torino

Tratto da “DIORAMA” antologia per il biennio delle scuole medie superiori

Foto modificate dal web

 

L’ultima sigaretta

L ultima sigaretta

 

[…]

Le prime sigarette ch’io fumai non esistono più in commercio. […]
Così avvenne che rubai. D’estate mio padre abbandonava su una sedia nel tinello il suo panciotto nel cui taschino si trovavano sempre degli spiccioli: mi procuravo i dieci soldi occorrenti per acquistare la preziosa scatoletta e fumavo una dopo l’altra le dieci sigarette che conteneva, per non conservare a lungo il compromettente frutto del furto.
Tutto ciò giaceva nella mia coscienza a portata di mano. Risorge solo ora perché non sapevo prima che poetesse avere importanza.
Perciò, per provare, accendo un’ultima sigaretta e forse la getterò via subito, disgustato.
Poi ricordo che un giorno mio padre mi sorprese col suo panciotto in mano.
Io, con una sfacciataggine che ora non avrei e che ancora adesso mi disgusta (chissà che tale disgusto non abbia una grande importanza nella mia cura) gli dissi che m’era venuta la curiosità di contarne i bottoni. Mio padre rise e non s’avvide che avevo le dita nel taschino del suo panciotto. A mio onore posso dire che bastò quel riso rivolto alla mia innocenza quand’essa non esisteva più, per impedirmi per sempre di rubare.
Cioè… rubai ancora, ma senza saperlo.
Mio padre lasciava per la casa dei sigari virginia fumati a mezzo, in bilico su tavoli e armadi. Io credevo fosse il suo modo di gettarli via e credevo anche di sapere che la nostra vecchia fantesca, Catina, li buttasse via. Andavo a fumarli di nascosto. Già all’atto di impadronirmene venivo pervaso da un brivido di ribrezzo sapendo quale malessere m’avrebbero procurato. Poi li fumavo finché la mia fronte non si fosse coperta di sudori freddi e il mio stomaco si contorcesse.
Non si dirà che nella mia infanzia io mancassi di energia. […]
Ricordo di aver fumato molto, celato in tutti i luoghi possibili.
Ricordo un soggiorno prolungato per una mezz’ora in una cantina oscura insieme a due altri fanciulli di cui non ritrovo nella memoria altro che la puerilità del vestito: due paia di calzoncini che stanno in piedi perché dentro c’è stato un corpo che il tempo eliminò. Avevamo molte sigarette e volevamo vedere chi ne sapesse bruciare di più nel breve tempo. Io vinsi ed eroicamente celai il malessere che mi derivò dallo strano esercizio. Poi uscimmo al sole e all’aria. Dovetti chiudere gli occhi per non cadere stordito. Mi rimisi e mi vantai della vittoria. […]
Allora io non sapevo se amavo o odiavo la sigaretta e il suo sapore e lo stato in cui la nicotina mi metteva.
Quando seppi di odiare tutto ciò fu peggio. E lo seppi a vent’anni circa. Allora soffersi per qualche settimana di un violento male di gola accompagnato da febbre. Il dottore prescrisse il letto e l’assoluta astensione dal fumo. Ricordo questa parola assoluta!
Mi ferì la febbre la colorì: un vuoto grande e niente per resistere all’enorme pressione che subito si produce intorno al vuoto.
Mi colse un’inquietudine enorme.
Pensai: <<Giacché mi fa male non fumerò mai più, ma prima voglio farlo per l’ultima volta>>.
Accesi una sigaretta e mi sentìì subito liberato dall’inquietudine nonostante la febbre aumentasse e che ad ogni tirata sentissi alle tonsille un bruciore come se fossero state toccate da un tizzone ardente. Finìì tutta la sigaretta con l’accuratezza con cui si compie un voto. E sempre soffrendo orribilmente, ne fumai molte altre durante la malattia.
Mio padre andava e veniva col suo sigaro in bocca dicendomi:
<<Bravo! Ancora qualche giorno di astensione dal fumo e sei guarito!>>
Bastava Questa frase per farmi desiderare ch’egli se ne andasse presto, per permettermi di correre alla mia sigaretta. Fingevo anche di dormire per indurlo ad allontanarsi prima.
Quella malattia mi procurò il secondo dei miei disturbi: lo sforzo di liberarmi dal primo. Le mie giornate finirono coll’essere piene di sigarette e di propositi di non fumare più […] Sul frontespizio di un vocabolario trovo questa mia registrazione fatta con bella scrittura e qualche ornato:
<<Oggi, 2 febbraio 1886, passo dagli studi di legge a quelli di chimica. Ultima sigaretta!!>>
Era un’ultima sigaretta molto importante. Ricordo tutte le speranze che l’accompagnarono.
Adesso che sono vecchio e che nessuno esige qualche cosa da me, passo tuttavia da sigaretta a proposito, e da proposito a sigaretta.
Che cosa significano ora quei propositi? Come quell’igienista vecchio, descritto dal Goldoni, vorrei morire sano dopo di esser vissuto malato tutta la vita?
Una volta, allorché da studente cambiai di alloggio, dovetti far tappezzare a mie spese le pareti della stanza perché le avevo coperte di date. Probabilmente lasciai quella stanza proprio perché essa era divenuta il cimitero dei miei buoni propositi e non credevo più possibile di formarne in quel luogo degli altri.
Penso che la sigaretta abbia un gusto più intenso quand’è l’ultima.
Anche le altre hanno un loro gusto speciale, ma meno intenso.
L’ultima acquista il suo sapore dal sentimento della vittoria su se stesso e la speranza di un prossimo futuro di forza e di salute.
Le date sulle pareti della mia stanza erano impresse con i colori più varìì.
Certe date erano da me preferite per la concordanza delle cifre.
<<Terzo giorno del sesto mese del 1912 ore 24>>. Suona come se ogni cifra raddoppiasse la posta.
L’anno 1913 mi diede un momento d’esitazione. Mancava il tredicesimo mese per accordarlo con l’anno. Ma non si creda che occorrano tanti accordi in una data per dare rilievo ad un’ultima sigaretta.
Molte date che trovo notate su libri o quadri preferiti, spiccano per la loro deformità. Per esempio il terzo giorno del secondo mese del 1905 ore sei! Ha un suo ritmo quando ci si pensa, perché ogni cifra lega la precedente.
Molti avvenimenti, anzi tutti, dalla morte di Pio IX alla nascita di mio figlio, mi parvero degni di essere festeggiati dal solito ferreo proposito.
Tutti in famiglia si stupiscono della mia memoria per gli anniversari lieti e tristi nostri e mi credono tanto buono!
Per diminuire l’apparenza balorda tentai di dare un contenuto filosofico alla malattia dell’ultima sigaretta.
Si dice con un bellissimo: <<mai più!>>. Ma dove va l’atteggiamento se si tiene la promessa? L’atteggiamento non è possibile di averlo che quando si deve rinnovare il proposito.
Eppoi il tempo, per me, non è quella cosa impensabile che non s’arresta mai.
Da me, solo da me, ritorna.
[…]

Italo Svevo da “La coscienza di Zeno”

Tratto da “DIORAMA” antologia per il biennio delle scuole medie superiori

Foto rielaborate dal web

 

Il ladro Luca

il ladro luca - Bozza 2

[…]
Al ladro Luca, nella notte annuvolata, bastò la luce di poche stelle per scendere in una casa dall’abbaino e farvi un bottino di prim’ordine. Ora ne riusciva con piena la sacca e l’animo contento. Alzò gli occhi un attimo al cielo che si stava sgombrando, poi guardò il tetto lentamente in giro. Tutto il mondo era in silenzio e vuoto, non c’era nel mondo altro che lui Luca su quel tetto vicino al cielo. […]
La vista delle tegole lo riposava. Lui sa camminare sui tetti come un gatto. Pregustava la maraviglia dei suoi compagni e forse un elogio del Capo. […]
Ma girando frattanto lo sguardo verso la cresta del tetto, agghiacciò.
Da dietro quel vertice era spuntata una testa grossa e nera, due occhi lucidi traverso l’ombra lo saettarono, poi di colpo un uomo fu in piedi a sommo del tetto col braccio teso e la rivoltella puntata verso Luca, e nel silenzio sonò il suo comando – Mani in alto! – Il Ladro Luca alzò tremando le braccia. – E fermo! – aggiunse colui. […]
Aveva riconosciuto l’uomo, era uno dei poliziotti più abili e implacabili della città. […]
Lo sbirro s’ergeva verso la parte estrema della cresta del tetto. […]
E parlò a Luca, sempre con quella rivoltella spianata: – Attenzione a quello che dico: alzati, vieni qua, mani in alto; al primo gesto che fai per abbassarle o per cambiare direzione, sparo. Forza, don Luca!-  Mentre quello parlava il ladro Luca aveva infatti rapidamente esaminato la possibilità di buttarsi a destra verso il cornicione, ma il colpo dell’arma lo avrebbe raggiunto. Scomparire nell’abbaino era mettersi in trappola. Non poteva che ubbidire. […]
– Avanti, don Luca, hai lavorato bene, è giusto  che ti porti a dormire. Altrimenti…Cristo!
Il cuore di Luca balzò di sorpresa e di gioia, perchè lo sbirro per un piccolo moto inconsulto del piede aveva barcollato un attimo ed era precipitato scivolando sulle tegole. Subito Luca vide il grosso corpo rotolare giù per la china del tetto, egli allora si mise a correre su verso la cima. L’altro s’era smarrito, s’afferrò con la sinistra a una tegola ma questa si staccò di netto e lui mandò un gemito sentendosi straziare le unghie alla radice, tentò invano afferrarsi con l’altra che lasciò andare la rivoltella, rotolò ancora, batté la testa contro il comignolo ma non si fermò; e il ladro Luca raggiunta la cima si voltò e vide lo sbirro arrivare all’orlo della discesa e il corpo scomparire nel vuoto. […]
Tese l’orecchio per essere pronto a sentire il tonfo. […]
D’improvviso qualche cosa d’ignoto brillò nell’animo del ladro Luca […]
Chiuse e strinse gli occhi e subito li riaperse di laggiù sentì un rantolo, e pareva venisse da quelle mani. Il ladro Luca non capiva più niente, ma senza capire, di colpo s’alzò, in un lampo sfilò dalle spalle la sacca e la posò sulle tegole; un’altra volta chiuse e riaperse per un attimo gli occhi, si passò una mano sulla fronte, e senza sapere perchè, senza sentire quello che stava facendo, corse giù diritto, fin là; arrivato là si  gettò ventre a terra, s’apprese con una delle sue mani di ferro allo spigolo del comignolo, si tese in avanti, porse l’altra gridando: – attaccati! – e abbrancò la mano alzata dell’uomo che si dibatteva. La sentì stringere, la tirò a sè con tutta la forza, come un pescatore tira la rete pesante: vide venir su la testa e le spalle, tirò ancora; l’uomo aiutava il suo sforzo, arrivò tutto.
Luca gli dette un ultimo strattone, poi aiutò l’uomo a porsi a sedere sull’angolo del tetto. […] – Fa freddo -. Luca si sentiva a disagio. L’altro si prese la testa tra le mani e cominciò a singhiozzare piano. […]
Il ladro Luca si cercò in tasca un fiammifero e una sigaretta, la accese e la porse:
– Prendi -. Lo sbirro si voltò e Luca vide che aveva il volto rigato di lagrime. Ripeté:
– Prendi – e chinandosi gli pose la sigaretta tra le labbra. La sigaretta tra le labbra dello sbirro tremava. Dopo un poco lo sbirro balbettò: – Grazie -; la sigaretta gli cadde di bocca, sull’orlo del cornicione. Il ladro Luca fu lesto a raccoglierla, scrollò le spalle, finì lui di fumarla. […]
La Luna era scomparsa e non c’era più una nuvola in cielo. Il Ladro Luca pensò con orgoglio alla meraviglia dei compagni, all’elogio che forse il Capo gli farà per il bottino. Prima di lasciare il tetto e abbracciarsi al doccione, guardò una volta ancora il cielo. Aveva cento volte lavorato di notte ma non s’era mai accorto che ci fossero tante stelle.

[…] di  Massimo Bontempelli

Tratto da “DIORAMA” antologia per il biennio delle scuole medie superiori

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L’eresia catara

LAMIS-catara

 

Bernardino Lamis, professore ordinario di storia delle religioni, […] quel giorno, appena rincasato, si mise al lavoro febbilmente.
Aveva davanti a sé due giorni per finir di stendere quella lezione che gli stava tanto a cuore. Voleva che fosse formidabile. […]
Quando fu alla mattina del terzo giorno, che doveva dettar lezione, Bernardino Lamis si trovò davanti, sulla scrivania, ben quindici facciate fitte fitte, invece di sei.
Si smarrì.

Bisognava dunque, assolutamente, nelle poche ore che gli restavano, ridurre a otto, a nove facciate al massimo, le quindici che aeva scritte.
Questa riduzione gli costò un così inteso sforzo intellettuale, che non avvertì nemmeno alla grandine, ai lampi, ai tuoni d’un violentissimo uragano che s’era improvvisamente rovesciato su Roma.
Si avviò sotto quell’acqua, riparando alla meglio il rotoletto di carta, la su <<formidabile>> lezione.

Giunse all’università in uno stato compassionevole: zuppo da capo a piedi.
Lasciò l’ombrello nella bacheca del portinajo; si scosse un pò la pioggia di dosso, pestando i piedi; s’asciugò la faccia e salì al loggiato.
L’aula – buia anche nei giorni sereni – pareva con quel tempo infernale una catacomba; ci si vedeva a mala pena. Non di meno, enrando, il professor Lamis, che non soleva mai alzare il capo, ebbe la consolazione d’intravedre il essa, così di sfuggita, un insolito affollamento, e ne lodò in cuor suo i due fidi scolari che evidentemente avevano sparso tra i compagni la voce del particolare impegno con cui il loro vecchio professore avrebbe svolto quella lezione che tanta e tanta fatica gli era costata e dove tanto tesoro di cognizioni era con sommo sforzo racchiuso e tanta arguzia imprigionata.
In preda a una viva emozione, posò il cappello e montò, quel giorno, insolitamente, in cattedra. Le gracili mani gli tremolavano talmente, che stentò non poco a inforcarsi le lenti sulla punta del naso. Nell’aula il silenzio era perfetto. E il professor Lamis, svoltò il rotolo di carta, prese a leggere con voce alta e vibrante, di cui egli stesso restò meravigliato. […]

Leggeva così da circa tre quarti d’ora, sempre acceso e vibrante, allorchè lo studente Ciotta, che nel venire all’Università era stato sopreso da un più forte rovescio d’acqua e s’era riparato in un portone, s’affacciò quasi impaurito all’uscio dell’aula. Essendo in ritardo, aveva sperato che il professor Lamis con quel tempo da lupi non sarebbe venuto a far lezione.
Zitto zitto, in punta di piedi, il Ciotta varcò la soglia dell’aula e volse in giro lo sguardo. Con occhi un pò abbagliati dalla luce di fuori, per quanto scarsa, intravide anche lui nell’aula numerosi stundenti, e ne rimase stupito.
Possibile? Si sforzò di guardar meglio.
Una ventina di soprabiti impermeabili, stesi qua e là a sgocciolare nella buia aula deserta, formavano quel giorno tutto l’uditorio del professor Bernardino Lamis.
Il Ciotta li guardò, sbigottito, sentì gelarsi il sangue, vedendo il professore leggere così infervorato a quei soprabiti la sua lezione, e si ritrasse quasi con paura.
Intanto, terminata l’ora, dall’aula vicina usciva rumorosamente una frotta di studenti di legge, ch’erano forse i proprietari di quei soprabiti.
Subito il Ciotta, che non poteva ancora riprender fiato dall’emozione, stese le braccia e si piantò all’uscio per impedire il passo.
– Per carità, non entrate! C’è dentro il professor Lamis.
– E che fa? – domandarono quelli, meravigliati dall’aria stravolta del Ciotta.
Questi si pose un dito su la bocca, poi disse piano, con gli occhi sbarrati:
– Parla solo!
Il Ciotta chiuse lesto lesto l’uscio dell’aula, scongiurando di nuovo:
– Zitti, per carià, zitti! Sta parlando all’eresia catara!

[…] di LUIGI PIRANDELLO

Tratto da “DIORAMA” antologia per il biennio della scuole medie superiori

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I due amici dell’usignolo

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[…]

Un usignolo aveva due amici.
Uno era un orso della montagna, un bell’orso dal pelame fitto, dai denti lucenti, che trottava tutto il giorno lassù, tra i sentieri delle pinete, tra i rovi e i cespugli selvatici, alla ricerca di bacche zuccherine e di frutti dolci con cui soddisfare la sua golosità.
Un giorno una lunga spina punse in profondità l’orso Martino e, mentre esso si batteva entro un cespuglio, un usignuolo, commosso dai suoi brontolii dolorosi, era venuto sino a lui volteggiando e con l’abile becco gli aveva strappata la spina..; poi improvvisatosi infermiere, aveva anche medicato la ferita con erbe di montagna, di cui conosceva le virtù.
In breve l’orso guarì e da quell’istante dimostrò un’immensa riconoscenza verso la fragile bestiola piumata.
E ogni giorno l’usignuolo volava fin sulla montagna a salutare il suo amico orso.
L’uccellino aveva pure un secondo amico, un uomo della valle, un vecchio cacciatore, al quale ogni sera alleviava la fatica con i suoi gorgheggi e vocalizzi gioiosi.
Il cacciatore, che viveva solo, si sentiva tutto ringalluzzito nell’ascoltare i ritornelli di quel gaio compagno.
E l’uomo e l’usignuolo, pur senza esserlo mai detto, erano uniti da una sincera e profonda amicizia.
A lungo l’usignuolo visse così tra i suoi due amici, andando dall’uno all’altro, dividendo tra loro la sua gentilezza e cordialità.
Ma un giorno il cacciatore, salito sulla montagna, si trovò proprio a faccia a faccia con l’orso.
Ne aveva seguito la pista e si preparava ad ucciderlo con una precisa fucilata. E non lo faceva, beninteso, per crudeltà, ma per mestiere.
L’orso aveva dunque i minuti contati quando, il nostro usignoletto si assunse il compito di difenderlo.
Volteggiando, saltellando e pigolando davanti all’uomo stupito, ne attrasse l’attenzione per qualche secondo tanto che l’orso Martino ebbe il tempo di fuggire.
Un altro giorno il cacciatore, addormentatosi ai piedi di un albero, era a sua volta minacciato mortalmente dall’orso, allorché sopraggiunse l’uccellino. Questa volta esso parlò all’amico orso che poteva comprenderlo, e la bestia, dopo aver fiutato l’uomo, s’allontanò convinta…
Così l’usignuolo gentile potè conservarsi i suoi amici e continuare a volteggiare lietamente dall’uno all’altro, durante lunghe e luminose stagioni.

[…] di GEORGES RIGUET

Tratto da “IMMAGINI” antologia per la scuola media

Foto scaricate dal web

I due orsacchiotti

[…]

Il Governo norvegese si rivolse la scorsa primavera al governo svedese per avere una coppia di orsi bruni da lasciare liberi nelle foreste perché cominciassero a ripopolarle.
Il governo svedese, che certo non potevo organizzare una spedizione di caccia grossa per catturare allo stato primitivo un paio di orsi già in età di riprodursi, mandò ai norvegesi due orsacchiotti che a vederli non sembravano punti diversi dagli altri. Erano due orsi bruni, maschio e femmina che dai normali orsi differivano solo per il carattere. Infatti essi non erano cresciuti nella foresta, ma erano stati tirati su da alcuni lapponi che li avevano catturati da cuccioli vicino a Jokmok.
I due orsacchiotti arrivarono a Oslo in aeroplano e poi furono spediti a un guardaboschi del nord perché li liberasse li lasciasse vivere in pace.
Tutti gli abitanti della zona, spaccalegna prevalenza, furono avvertiti di stare attenti.
Il guardaboschi caricò su un carretto la gabbia dei due orsi, si allontanò da casa una quindicina di chilometri e quando gli sembrò che la foresta fosse abbastanza folta da lasciar vivere tranquille le due bestie, apri la gabbia con molta prudenza e si preparò a tornarsene a casa di gran corsa dato che anche gli orsi bruni, dopotutto, sono belve.
Anzi per non correre un pericolo, il guardaboschi legò allo sportello della gabbia una corda abbastanza lunga da consentirgli un certo margine di sicurezza in caso di attacco improvviso, e solo quando fu lontano apri lo sportello tirando la corda.
Quando furono liberi i due orsacchiotti sembrarono molto contenti.
Certo la foresta era molto bella con la neve sui rami piegati, ma soprattutto piaceva i due orsacchiotti sentire la neve morbida sotto la pianta dei piedi. Non avrebbero mai creduto che la neve potesse essere tanto soffice. E per i due orsacchiotti il bello non finiva mai; non finivano mai le scoperte.
Scoprirono infine, è questa sì che fu bella, che bastava smuovere un poco di neve col muso per trovare del muschio amarognolo.
Quando ebbero scoperto tutte le meraviglie, i due orsacchiotti si rimisero sulle quattro zampe e camminando affiancati come sposi fecero per avviarsi verso il nord, là dove si apriva la grandissima ombra verde, ma prima girarono quasi contemporaneamente la testa per vedere se l’uomo c’era ancora.
Il guardaboschi infatti era ancora vicino, presso il carretto sul quale era stato buttato di traverso il gabbione vuoto.
Povero il nostro gabbione, dovette pensare uno dei due orsi. Addio addio, povero gabbione nostro, dovete dirsi l’altro dei due orsi.
Tuttavia le due bestie questa volta si incamminarono per davvero verso il nord e si fermarono solo quando, avendo ancora volto lo sguardo verso guardaboschi, non lo videro più.
Allora le prese un sentimento che non avevano mai provato prima perché non si erano mai trovato in quella situazione: un sentimento di timore quasi di paura.
Era la prima volta che non vedevano un uomo. Invertirono subito il cammino e tornarono galoppando pesantemente verso dove il guardaboschi doveva trovarsi. Fra l’altro, ora gli sembrava sgradevole al palato l’amarognolo del muschio e il freddo della neve, sotto le piante dei piedi, gli scottava come il fuoco. E che tristi erano i rami curvi sotto il peso della neve; e com’era pauroso il silenzio della foresta. Un silenzio tanto profondo, senza alcun rumore di parole, non avrebbe mai immaginato potesse esistere.
I due orsacchiotti correvano verso l’uomo affannosamente è più forte galoppavano, più dolorosi si facevano i pensieri nelle loro teste. Avevano già la lingua fuori dal gran correre e stavano per non farcela più quando riuscirono a intravedere, lungo sentiero della foresta, il guardaboschi che se ne andava col suo carretto.
Allora lanciarono un richiamo tanto acuto che il guardaboschi girò la testa e vedendo venire incontro le ombre scure dei due orsi bruni, fu preso anche lui dalla paura.
Frustò il cavallo e anche il cavallo si mise al galoppo davanti e due orsacchiotti che gli correvano appresso gridando sempre, chiamando sempre.
Per qualche tempo, poiché la neve frenava le ruote del carretto, orsi e guardaboschi si tennero alle viste, ma alla fine l’uomo scomparve col carretto e col gabbione dietro una macchia più folta.
Quando venne la sera il guardaboschi dormì nel suo letto dietro le porte sprangate e i due orsacchiotti si accucciarono poco lontano sotto il muro della casa.
Ma quella notte fu molto fredda e sul cominciare dell’alba il cuore dei due orsacchiotti non avrebbero dovuto ripopolare le foreste della Norvegia si fermò per sempre, vicino alla casa dell’uomo.
[…]

[…] di MAX DAVID

Tratto  da “”IMMAGINI” antologia per la scuola media – ed. Janus Bergamo 1966

Un mestiere anche per me

camion
[…]

Quella sera, finita la cena, intimai alla Pasionaria:
– La borsa!
La Pasionaria mi guardò, poi guardò verso Margherita:
– Il babbo vuole la borsa dell’acqua calda. Dov’è?
– Non ho chiesto la borsa dell’acqua calda! Voglio la tua borsa di scuola.
La Pasionaria parve molto stupita.
– La mia borsa? – borbottò – E cosa ti serve?
– Voglio vedere quello che fai a scuola.
– Però se ognuno si occuperebbe degli affari suoi, sarebbe meglio!…
Ebbi la borsa e incominciai a sfogliare i quaderni. Mi interessai particolarmente di quello del comporre, e, proprio in questo, trovai qualcosa che mi preoccupò vivamente:
Tema: <<Parla dei tuoi genitori. Descrivi la loro vita, il loro carattere, il loro lavoro>>.
Svolgimento: I miei genitori sono brava gente.
“Mia mamma è l’angelo del focolare e cucina sul liquigas le vivande saporite che rallegrano il nostro desco, ma io preferisco il salame, il culatello e le patate lesse.
Mio babbo è il sostegno della famiglia ed è molto laborioso perché è sempre in giro per la casa a piantare i chiodi per i quadri, stringere la vite del rubinetto dell’acqua, regolare il bruciatore della nafta per i termosifoni, oppure sorvegliare i muratori o il falegname.
Mio babbo ogni tanto lava l’automobile e poi l’asciuga con lo strofinaccio di pelle.
Mio babbo è anche capace di scrivere a macchina, in nero oppure in rosso.
Come carattere i miei genitori sono nervosi ma buoni e abbastanza simpatici e, anche se delle volte mi fanno inquietare, io li perdono sempre>>.
Lessi il componimento, poi mi rivolsi alla Pasionaria:
– Dunque tutto il lavoro di tuo padre consiste nell’appendere quadri, nel ricaricare l’orologio e andare in automobile a Milano. E i quattrini che servono a me e a voi per vivere, dove li prendo?
La Pasionaria si strinse nelle spalle:
Me non mi occupo degli affari degli altri.
– Non sai che io, oltre a riparare il rubinetto del lavandino e l’interruttore della luce, scrivo per i giornali e faccio dei libri?
– Si capisce che lo so, – rispose la Passionaria. – Ma quello lì non è un mestiere come il falegname, il medico, il meccanico o l’avvocato.
– E cos’è allora? – gridai.
– Tutti sono capaci di scrivere delle cose.
Mi indignai:
– Dunque tuo padre è semplicemente un disgraziato senza mestiere!
– Si dice mestiere quando uno fa qualcosa di cui c’è bisogno. Quando uno ha bisogno di un vestito chiama il sarto, quando uno ha bisogno di una medicina chiama il dottore, quando uno ha bisogno di fare una tavola chiama il falegname. Quelli sono mestieri. Nessuno chiama mai lo scrittore perché ha bisogno di una storia da piangere o da ridere.
Però, se un bambino ha le scarpe rotte e non c’è il calzolaio che gliele accomoda, deve camminare a piedi nudi, oppure se un uomo deve andare in tribunale e non c’è l’avvocato finisce in prigione.
– Ecco – intervenne Margherita. – I fatti mi danno ragione un’altra volta ancora. Quante volte ti ho detto: “Finisci gli esami, Giovannino: prenditi la tua laurea. Procurati un mestiere: nessuno ti impedirà poi di continuare a scrivere, ma sarai un uomo a posto, non un disgraziato senza arte né parte. Non ti lagnare se oggi i tuoi figli ti dicono che non hai un mestiere – .
– Se il babbo volesse potrebbe dare gli esami e prenderla Adesso la laurea!
– Troppo tardi! – disse Margherita – Dovrebbe ricominciare tutto da capo: non si ricorda più niente.
– Se non può prendere il diploma, potrebbe sempre fare un altro mestiere. Per esempio, aprire una bottega. Per fare il bottegaio non ci vuole il diploma!
Margherita rise:
– Darsi al commercio lui, un uomo che ha passato la sua vita sbagliando tutti i suoi affari, firmando i contratti più disgraziati, guadagnando dieci dove chiunque, al posto suo, avrebbe guadagnato cento!
– Potrebbe fare il rappresentante.
– E’ un sentimentale. nessuna forma di commercio è fatta per lui, – affermò Margherita.
– Potrebbe fare il camionista! – esclamò la Pasionaria. – Ha la patente e sa guidare.
Margherita scosse il capo:
– Mestiere duro! Ormai è vecchio; ha i nervi logori, l’occhio stanco.
La Pasionaria mi guardò sinceramente dispiaciuta.
– E allora – si rammaricò, – non può fare proprio più niente, poveretto?
– Niente di niente. Può soltanto continuare a tirare avanti alla giornata come ha fatto fino a oggi. Squinternato e incosciente come il primo giorno che l’ho conosciuto.
La Pasionaria si ribellò:
– Se era squinternato e incosciente perché l’hai sposato?
Margherita allargò le braccia:
– Forse perché io ero più incosciente di lui.
La Pasionaria rimase molto colpita dalla rivelazione materna. Troncò il discorso e si appartò per rimettere in ordine la sua borsa.
Vidi che, prima di riporre il quaderno del comporre, vi scrisse qualcosa, e quando tutti se ne furono andati a letto e io rimasi solo, cavai fuori il quaderno e trovai che lo svolgimento del tema sui genitori era stato aggiornato:
<<Mio babbo scrive i giornali, ma il suo mestiere è il camionista.
Anche mia mamma è capace di guidare il camion e, quando mio babbo deve fare i viaggi lunghi, mia mamma guida lei mentre suo marito si riposa nella cuccetta della gabina. Il nostro camion è un Fiat a nafta, ultimo modello. E’ molto bello e sul frontespizio della cabina c’è scritto in grande ” Dio ci salvi”>>.
La Pasionaria aveva spazzato via tutti gli impedimenti e mi aveva promosso ad autorità camionista. E, avuto riguardo dei miei acciacchi e per rendermi meno gravoso il lavoro, m’aveva messo al fianco, come secondo autista, Margherita.
Avevo un mestiere anch’io.
Spensi la luce e raggiunsi il secondo autista che dormiva nella cuccetta della cabina del nostro camion.

[…] Giovanni Guareschi

Tratto  da “”IMMAGINI” antologia per la scuola media – ed. Grazzini

° foto scaricata dal web di truc-ors.ipg

 

Un salvataggio

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[…]
Piro, parte dal rifugio per un’escursione con due stranieri e rimane assente per tre o quattro giorni.
Al suo ritorno silenzio e facce lunghe, avvilite.
Il cane non compare a fargli festa, aveva seguito per un buon tratto di strada certi operai, poi s’era disperso.
Lo credono caduto in un crepaccio, avendo riscontrato nelle ricerche le sue impronte: ventre, zampe, muso su una sporgenza di neve dura a cui deve essersi tenuto con le unghie…chissà quante ore prima di scivolare giù, vinto dallo sfinimento.
“Che si fa?” Piro ha uno scatto: “Morto o vivo andiamo a vedere!”.
Non é ancora sera: sul ghiaccio la luce dura a lungo. Arrivano al punto indicato.
Piro si sporge: sul gradino di neve riconosce le impronte: rivive il supplizio della bestia impotente a risalire, condannata a cadere nel crepaccio.
Non vi è dubbio è laggiù. Lo chiama, senza speranza, due o tre volte.
Miracolo. Dal fondo di sessanta/settanta metri, la bestia risponde.
Il gemito sordo, strozzato non risuona che una volta sola. Ma basta per provare che è vivo e che si è in tempo per salvarlo.
Piro prende  corda e lanterna, si fa legare dai compagni, raccomanda d’assicurar bene la corda al paletto…scende.
A due terzi della discesa, scorge dal basso due occhi fuor dell’orbite, che s’avvertono verso di lui.
“Si eccomi  ti vengo a prendere”. Il Cane non può ulular la sua gioia, non ha più voce.
E se fosse che dopo tanto pericolo e tanto terrore fosse divenuto rabbioso, demente? Se lo addentasse?
Piro scaccia il triste pensiero. Si cala sempre più giù: Le zampe del cane gli afferrano improvvisamente le spalle, lo attanagliano, gli tolgono il respiro.
Sente sul petto il martellare spasmodico dell’altro petto, e una povera lingua arsa che tenta di leccargli il viso.
Rapido avvolge la corda al corpo della bestia che capisce, lo lascia fare, gli si abbandona.
Grida ai compagni che è pronta e che la tirino su. Così vien fatto. Ma i crepacci no hanno pareti lisce e un movimento falso del carico vivo in salita ha smosso un blocco di neve che rovina addosso all’uomo, spegnendogli la lampada.
Piro si adopera, nel buio fitto a ritrovar la corda calata per lui dai compagni. Non la trova e forse rimasta attaccata ad una sporgenza, non perde il sangue freddo, si arrampica alla cieca, come può.
Gran fortuna che egli ponga a caso la mano sul capo della corda penzolante da un rialzo, è trattenuta la.
Annodarsela a vita come ha fatto con il cane, dar d’avviso, risalire con un salto agile, superar l’ultimo tratto che lo separa dall’aria aperta, dal terreno sicuro: gli sembra un sogno.
Il cane è abbandonato al suolo, quasi senza vita, gli occhi chiusi.
Piro se lo carica sulle braccia, lo porta al rifugio.
Alcuni giorni dopo rimesso appena, alla vista di Piro la povera bestia si scuote, ricorda, striscia fino a lui, gli lecca i piedi e le mani, guaendo, tremando in tutto il corpo per dirgli: “Lo so che mi hai salvato, ti ringrazio!”.
Così sempre, ad ogni ritorno di Piro al rifugio e per il tempo che vi rimane diventa la sua ombra.
Così farà fin quando vivrà.

cane caduto

[…] dal racconto “Un Salvataggio”  di ADA NEGRI (da “Erba sul sagrato” ed. Mondadori)

Tratto da “Immagini” antologia per la Scuola Media – ed. Grazzini

*foto scaricate dal Web