Castagne Bianche

Castanea Sativa (famiglia Fagaceae)

L. G.

Le castagne erano già presenti nell’ Antica Roma, dove venivano utilizzate per realizzare i materassi con le foglie essiccate. Le arrostivano sul fuoco del falò oppure sotto la cenere.
Inoltre, la prima bicicletta conosciuta fu costruita in legno di castagno.
La castagna è anche conosciuta come “l’albero del pane” e deve questo nome ad un’antica leggenda.
Durante le feste paesane si svolgeva un gioco della tradizione popolare, il cosiddetto Albero della Cuccagna, che consisteva nel collocare al centro delle piazze una pianta di castagno molto alta con un grosso premio posto sulla cima. Il vincitore era colui che riusciva a raggiungerlo per primo.
Le antiche varietà di castagne di piccole dimensioni vengono spesso seccate e congelate. Ancora oggi esistono gli essiccatoi ricavati ai piani superiori delle case dotate di soffitto graticciato, dove vengono posate le castagne fresche che man mano si seccano con i fumi del fuoco domestico. Impiegano alcuni giorni e devono essere spesso girate in modo da garantire un’essiccazione uniforme. Per raggiungere il soffitto si utilizza generalmente una scala a pioli realizzata proprio in legno di castagno.
E’ un legno durevole e resistente all’acqua perché ricco di tannini. Viene utilizzato per costruire tavoli, travi, pavimenti, doghe per i letti, tetti, solai, pergolati, balconi, tettoie, recinzioni, scale e molto altro.
In tempo di guerra e di carestia le castagne hanno salvato intere popolazioni a rischio di morte per fame. Per conservarle a lungo si usava il metodo della novena, che consisteva nel versare le castagne in una bacinella d’acqua per una settimana, cambiando l’acqua ogni due giorni. Oppure venivano posate a terra sotto cumuli di ricci e foglie ai piedi degli alberi.

Sinonimi:
Ballotta, bruciata, caldallessa, caldarrosta, marrone, pugno.

Diffusione:
Zone collinari, submontane, boschi e brughiere.

Periodo di raccolta:
Settembre/ottobre/novembre.

Parti utilizzabili:
Sia foglie che frutti.

Proprietà:
Nutritive, energetiche, toniche, sedative, rimineralizzanti, antianemiche, antisettiche, espettoranti, astringenti.

Sostanze attive:
Tannini, flavonoidi, resine, proteine, glucidi, sali minerali, vitamine B, C, E, amido, pectina, grassi.

Usi:
Farine, pane, castagnaccio, dolci vari, infusi, decotti, tinture, prodotti antiforfora e shampoo anticrespo.

Altri usi:
Combustibile, farmaceutico, edilizia, arredamenti, conceria.

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La mia ricetta:

CIAMBELLA DI CASTAGNE BIANCHE

Ingredienti:
12 g lievito di birra
80 g miele
320 g farina 00
2 uova
100 g burro
100 g zucchero di canna
1 bustina di vanillina
1 scorza di limone
1 pizzico di sale
80 g amaretti
200 g castagne sbollentate

Procedimento:
Mescolate a lungo il lievito di birra e il miele in un bicchiere di acqua tiepida. Setacciate la farina in una ciotola capiente, poi unite il burro ammorbidito, le uova, lo zucchero di canna, la vanillina, la scorza di limone grattugiata e un pizzico di sale. Amalgamate il composto con una spatola, aggiungete il lievito con il miele e lavorate fino ad ottenere un composto omogeneo e fluido. Disponete delle castagne bianche in superficie e cospargete di amaretti sbriciolati e quadratini di burro. Versate l’impasto ottenuto in uno stampo imburrato e infarinato e cuocete in forno caldo a 200°C per 40/45 minuti. Lasciate raffreddare, spolverate con dello zucchero a velo e servite.

Fungo Porcino

Boletus Edulis (famiglia Boletaceae)

Lucia Giordano

Il porcino è il più conosciuto tra le varietà di Boleti. Era conosciuto e consumato già dai Romani.
E’ molto ricercato e apprezzato per il suo aroma.
Tra le verdure è il più ricco di sostanze azotate e di sali minerali, soprattutto se essiccato. Per essiccarlo facilmente al sole è consigliato tagliarlo a fettine sottili.
Si presta bene alla conservazione sotto olio o sotto aceto.
E’ eccellente sia fritto che in umido, ma anche crudo nelle insalate. Il suo sapore è dolce e aromatico, semplicemente squisito.
Una caratteristica che lo contraddistingue dal fungo velenoso è che al tocco non cambia colore.
Può raggiungere i 30cm di diametro.
Il cappello è di colore marrone vellutato, convesso, regolare, viscido con la pioggia. La cuticola è liscia o rugosa.
Il gambo è di colore biancastro o nocciola chiaro, con reticolo fine, robusto, di forma cilindrica ma più attenuato all’apice.
I tubuli sono facilmente separabili dal cappello, bianchi, poi giallastri e infine verdastri.

Sinonimi:
Porcini, bolé, funs capelet, boleo, brisa, ceppatello, moreccio, bronzino, ecc.

Diffusione:
Nelle brughiere e boschi di latifoglie (castagni, faggete, ecc.)

Periodo di raccolta:
Nei mesi caldi privi di siccità, fino ai primi freddi

Parti utilizzabili:
Gambo e cappello

Proprietà:
Antimicrobica, antinfiammatoria, remineralizzante, stimolanti per le funzioni cerebrali

Sostanze attive:
Rame, potassio, fosforo, zinco, lecitina, ecc.

Usi:
Alimentare

Altri usi:
Confezioni regalo

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La mia ricetta:

SFORMATO DI FUNGHI

Ingredienti per 4 persone:
800 g funghi porcini
40 g burro
180 g sugo di carne
Sale e pepe q.b.
4 uova
30 g parmigiano grattugiato
250 g besciamella

Procedimento:
Pulite i funghi con cura e tagliateli a fette. Mettete in una padella il burro e lasciatelo sciogliere. Unite i funghi, aggiustate di sale e pepate. Lasciateli soffriggere per qualche minuto, aggiungete il sugo di carne e portate a cottura. Una volta pronto mantecate il composto con besciamella, uova e parmigiano grattugiato. Versatelo in una pirofila e cuocetelo in forno preriscaldato a 200°C per 25 minuti circa. Sfornate lo sformato di funghi e servitelo caldo.

Gelso Bianco

Morus Alba L. (famiglia Moraceae)

Il gelso bianco è simile al gelso nero, ma ha rami più lisci e glabri come le foglie nel loro interno.
Le more sono più piccole, e anche a maturazione restano di colore bianco o rosa. Il nome scientifico “morus alba”, ovvero moro bianco, si riferisce infatti al colore dei suoi frutti.
Viene coltivato da ben 4500 anni ed è originario dell’Asia. La sua presenza fu scoperta da Marco Polo nel 1271 in Cina, mentre in Europa venne introdotto nel quindicesimo secolo.
Il gelso bianco necessita di un terreno fresco, profondo ed esposto al sole. Si utilizzano sia i frutti che le foglie, anche essiccati. Il sapore è acidulo ma molto gradevole.
Ha molte proprietà, la più nota è quella ipoglicemica.
Fu importato in Italia dai Saraceni e ancora oggi è coltivato come unico alimento per i bachi da seta, importantissimi per la produzione della seta. In virtù della sua dieta e delle sue origini, il baco da seta è infatti conosciuto anche come “Bombice del Gelso”, la cui larva è una specie di falena asiatica. Il bruco ha vita breve suddivisa in 4 mute, prima di formare il bozzolo costituito da un filo continuo di seta. Il termine del filo si trasforma successivamente in farfalla.

Sinonimi:
Moret, moran, moru, moraro bianco, alba.

Diffusione:
Area mediterranea, fino ai 700m.

Periodo di raccolta:
Le foglie a maggio, i frutti a giugno/luglio/agosto, la corteccia e la radice in autunno.

Parti utilizzabili:
Foglie, frutti, corteccia e radice.

Proprietà:
Ipoglicemiche, toniche, antireumatiche, diuretiche, antibatteriche, astringenti, lassative, antiscorbutiche, vermifughe, ipotensive, espettoranti.

Sostanze attive:
Asparagina, adenina, glucosio, pectina, albuminoidi.

Usi:
Confetture, vini, macedonie, gelatine, sciroppi, granite, succhi, estratti.

Altri usi:
Maschere per pelli secche, lozioni idratanti, collutori, alimento per i bachi da seta.

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La mia ricetta:

RISO DOLCE

Ingredienti per 4 persone:
300 g riso
30 g burro
Vino bianco q.b.
100 g ricotta
1 cucchiaio di miele
1 bustina di vanillina
80 g confettura di more bianche
Sale q.b.
Succo di 1/2 limone
Zucchero q.b.

Procedimento:
Sciogliete il burro in una casseruola, unite il riso e fatelo tostare per un paio di minuti. Sfumate con il vino bianco e lasciate cuocere lentamente, unendo acqua salata poco alla volta e mescolando di tanto in tanto. Una volta al dente spegnete il fuoco e lasciate intiepidire. Trasferite il riso in un tegame e mantecate con confettura di more di gelso bianche, ricotta, miele, vanillina e succo di limone. Cospargete con un velo di zucchero e lasciate cuocere in forno caldo a 180°C per pochi minuti.

Spinacio Selvatico di Montagna

Farinello Comune (famiglia Chenopodiaceae)

Lo spinacio selvatico è una pianta spontanea perenne ed edule, un vero e proprio dono della natura. E’ molto ricercato in montagna ed apprezzato per il suo valore nutritivo.
Quando si sente il bisogno di respirare aria pulita ci si avventura nelle malghe tra i i 500 e i 2000m per raccogliere gli abbondanti spinaci, ricchi di proprietà salutari. Si possono anche trovare lungo i margini delle strade dove pascolano i greggi di pecore, ma è sconsigliato raccoglierli in caso di intenso traffico di veicoli e smog.
Erano già conosciuti e consumati dagli antichi Romani, esistono infatti molte leggende a riguardo.
Vengono raccolti solitamente all’inizio della primavera, tagliando il gambo alle piantine più giovani e tenere.
La pianta è provvista di una grossa radice e alcune radici secondarie e ha un’altezza che varia dai 5 ai 50cm. Le sue foglie, lievemente pelose, sono molto gradevoli se passate in padella, utilizzate per gli gnocchi verdi o per il ripieno dei ravioli.

Sinonimi:
Farinello, volatre, orla, olaci, colubrina, vallari, songia, zampa d’oca, ecc.

Diffusione:
Vicino agli stazzi delle pecore, ai margini delle strade campestri, in montagna tra i 500 e i 2000m, lungo i recinti erbosi.

Periodo di raccolta:
Fine inverno/primavera.

Sostanze attive:
Iodio, zinco, potassio, sodio, calcio, fosforo, rame, ecc.

Parti utilizzabili:
La pianta verde.

Usi:
In cucina per le zuppe, le frittate, i risotti, le frittelle, ecc.

Altri usi:
Erboristico.

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La mia ricetta:

TORTINO DI ERBE SELVATICHE (Tradizione locale)

Ingredienti per 4 persone:
400 g erbette (spinacio selvatico, valerianella o songino, tarassaco, silene, timo, erba cipollina)
50 g burro di malga
2 uova
150 g ricotta di malga
50 g formaggio Castelmagno
Pane di segale grattugiato q.b.
1 rotolo pasta sfoglia
Sale q.b.

Procedimento:
Lavate con cura le erbette, tritatele finemente e passatele in padella con il burro. Lasciatele cuocere pochi minuti coprendole con un coperchio. Nel frattempo sbattete le uova in una terrina, aggiungete la ricotta e mescolate fino ad ottenere un composto morbido. Unite le erbette e aggiustate di sale. Srotolate la pasta sfoglia in una tortiera e bucatela con i rebbi di un forchetta. Versate all’interno il composto ottenuto e distribuite dei dadini di formaggio Castelmagno in superficie. Ripiegate il bordo della pasta sfoglia e spolverate con del pane di segale grattugiato. Cuocetela in forno preriscaldato a 200°C per circa mezz’ora, fino a completa doratura. Lasciatela raffreddare 10-15 minuti prima di servirla.

Mirtillo Nero di Bosco

Vaccinium Myrtillus (famiglia Ericaceae)

L. G.

Il mirtillo di bosco non si deve confondere con il mirtillo gigante coltivato. Cresce nelle brughiere e nei pascoli montani tra i 700 e i 2500 metri di altitudine. E’ una bacca sferica e carnosa di colore nero/violaceo.
La pianta è formata da cespugli a lenta crescita il cui fusto eretto varia dai 30 ai 70 centimetri. Presenta numerosi rami con dei fiori a corolla pendenti e delle piccole bacche dal sapore acidulo ma molto gradevole.
Il mirtillo di bosco cresce spontaneamente in grandi estensioni di brughiere e nei boschi di latifoglie o conifere tipicamente umidi e chiusi.
I suoi bellissimi fiori bianchi e rosa sono ricchi di nettare, ottimo alimento per le api.
Le proprietà del mirtillo sono molteplici, alcune molto conosciute: in primis aumenta la resistenza delle pareti capillari e acuisce la visione notturna. Anche le sue foglie essiccate al sole hanno diverse utilità. Dal succo di mirtillo si ricava inoltre un vino a bassa gradazione alcolica, che spesso in cucina accompagna i piatti di selvaggina. I contadini austriaci sono soliti preparare un liquore unendo ai mirtilli delle radici di genziana.

Il nome Myrtillus deriva dal latino “mirtus” per la somiglianza delle sue foglie e del suo frutto al mirto.
Già nel I secolo d.C. i mirtilli venivano impiegati per guarire la dissenteria e le afte in bocca. Inoltre, le donne romane lo utilizzavano come detergente per il viso e per dilatare i pori contro i punti neri.

Sinonimi:
Bluet, muriun, lambrune, muret, vaciet, uva dei boschi, bagola, cesarelle, ampulette, canestrei, bacceri, baeule, ecc.

Diffusione:
Macchia submontana e montana.

Periodo di raccolta:
Le foglie a giugno/luglio, mentre i frutti ad agosto/settembre.

Parti utilizzabili:
Sia foglie che frutti.

Proprietà:
Diuretiche, antiossidanti, vasodilatatrici, antinfiammatorie, antireumatiche, antigottose, astringenti, antisettiche, ipoglicemizzanti.

Sostanze attive:
Glucidi, acido citrico, acido tartarico, acido malico, acido ascorbico, pectine, antociani, tannini, mirtillina, vitamine B, C e P, sali minerali (calcio, fosforo, ferro, sodio e potassio).

Usi:
Succhi, sciroppi, vini, liquori, confetture, guarnizioni di torte, gelati, estratti, infusi di foglie.

Altri usi:
Farmaceutico, cosmetico, omeopatico.

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La mia ricetta:

ORZO PERLATO CON MIRTILLI

Ingredienti per 4 persone:
1 cipolla

2 cucchiai olio evo
250 g orzo perlato
Vino bianco q.b.
1 l brodo vegetale
40 g burro

80 g mirtilli neri
125 g yogurt greco
1 cucchiaino miele
1 pizzico zenzero grattugiato

Sale q.b.
Formaggio grattugiato q.b.

Procedimento:
Sbucciate la cipolla, lavatela e tritatela fine, poi mettetela in un tegame con l’olio e fatela stufare a fuoco basso finché sarà diventata tenera e trasparente. Unite l’orzo e fatelo tostare, poi sfumate con il vino bianco e lasciatelo evaporare a fiamma viva. Aggiungete il brodo un po’ alla volta e lasciate cuocere, mescolando di tanto in tanto. Quando l’orzo è pronto mantecate con il burro. Unite la purea di mirtilli che avrete nel frattempo preparato mescolando lo yogurt greco, un cucchiaino di miele, un pizzico di zenzero e i mirtilli lavati. Salate il tutto, mescolate di nuovo e servite con una spolverata di formaggio grattugiato.

La luna e i falò

Di Cesare Pavese


vedi  Capitolo XIX

[…]  E avrei voluto ritrovarmi nel cortile della Mora, quel pomeriggio d’agosto che tutti erano andati in festa a Canelli, anche Cirino, anche i vicini, e a me, che avevo soltanto degli zoccoli, avevano detto: -non vuoi mica andarci scalzo. Resta a fare la guardia-. Era il prim’anno della Mora e non osavo rivoltarmi. Ma da un pezzo si aspettava quella festa: Canelli era sempre stata famosa, dovevano far l’albero della cuccagna e la corsa nei sacchi; poi la partita al pallone.

Erano andati anche i padroni e le figlie, e la bambina con l’Emilia,sulla carrozza grande; la casa era chiusa. Ero solo, col cane e con i manzi. Stetti un pezzo dietro la griglia del giardino, a guardare chi passava sulla strada. Tutti andavano a Canelli. Invidiai anche i mendicanti e gli storpi. Poi mi misi a tirar sassi contro La colombaia, per rompere le terrecotte, e li sentivo cadere e rimbalzare sul cemento del terrazzo. Per fare un dispetto a qualcuno presi la roncola e scappai nei beni,<<così,-pensavo,-non faccio la guardia. Bruciasse la casa, venissero i ladri.>> Nei beni non sentivo più il chiacchiericcio dei passanti e questo mi dava ancor più rabbia e paura, avevo voglia di piangere. Mi misi in caccia di cavallette e gli strappavo le gambe, rompendole alla giuntura. <<- Peggio per voi, gli dicevo,-dovevate andare a Canelli>>. E gridavo bestemmie, tutte quelle che sapevo.

Se avessi osato, avrei fatto in giardino un massacro di fiori.

Un carrozzino si fermò al cancello. -C’è nessuno? – Sentii chiamare. Erano due ufficiali di Nizza che avevo già visto una volta sul terrazzo con loro. Stetti nascosto dietro il portico, zitto. -C’è nessuno? signorine!- gridavano.- Signorina Irene!- Il cane si mise a abbaiare, io zitto.

Dopo un po’ se ne andarono, e adesso avevo una soddisfazione. Entrai in casa per mangiarmi un pezzo di pane. La cantina era chiusa. Ma sul ripiano dell’armadio in mezzo alle cipolle c’era una bottiglia buona e la presi e andai a bermela tutta, dietro le dalie. Adesso mi girava la testa e ronzava come fosse piena di mosche. Tornai nella stanza, ruppi per terra la bottiglia davanti all’armadio, come se fosse stato il gatto, e ci versai un po’ d’acquetta per fare il vino. Puoi me ne andai sul fienile.

Stetti  ubriaco fino a sera, e da ubriaco abbeverai i manzi, gli cambiai strame e buttai il fieno. La gente cominciava a ripassare sulla strada, da dietro la griglia chiesi che cosa c’era attaccato al palo della cuccagna, se la corsa era stata proprio nei sacchi, chi aveva vinto. Si fermarono a parlare volentieri, nessuno aveva mai parlato tanto con me. Adesso mi sembrava di essere un altro, mi dispiaceva addirittura di non aver parlato a quei due ufficiali, di non avergli chiesto che cosa volevano dalle nostre ragazze, e se credevano davvero che fossero come quelle di Canelli.

Quando la mora tornò a popolarsi, io ne sapevo abbastanza sulla festa che potevo parlarne con Cirino, con l’Emilia, con tutti, come ci fossi stato. A cena ci fu ancora da bere. La carrozza grande tornò a notte tardissimo, ch’ io dormivo da un pezzo e sognavo di arrampicarmi sulla schiena liscia di Silvia come fosse il palo della cuccagna, e sentii Cirino che si alzava per andare al cancello, e parlare, sbattere porte e il cavallo sbuffare. Mi girai sul saccone e pensai com’era bello che adesso ci fossimo tutti.L’ indomani ci saremmo svegliati, saremmo usciti in cortile, e avrei ancora parlato e sentito parlare della festa.

Autore  Cesare Pavese
Da capitolo XIX da La luna e i falò

 

Battaglia di Don Chisciotte contro le pecore

Di Miguel De Cervantes

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Immagine dal web 

Andavano viaggiando Don Chisciotte e il suo scudiero, intrattenendosi in vari discorsi, quando Don Chisciotte vide che sulla strada da loro battuta veniva un grande e folto polverio; laonde, volto a Sancio, gli disse: -Quest’è il giorno, o Sancio, in cui s’ha da conoscere a quel bene  mi serba la sorte; il giorno è questo in cui più che in ogni altro ha da risplendere il valore del braccio,  in cui ho da operare meraviglie degne di essere registrate nel libro della fama per secoli tutti avvenire. Vedi tu, o Sancio, quel polverio che cola’ si solleva? Sappi che dentro vi è chiuso un esercito poderosissimo, composto di varie nazioni e di gente innumerabile venuta da diverse parti.

– Se questo è vero, saranno due eserciti- replicò Sancio:- perché anche dalla parte opposta sollevasi un polverio.

Voltasi Don Chisciotte a guardare, vide ch’era vero, e rallegrandosi oltre misura pensò che fossero due eserciti che venissero ad incontrarsi e abbattersi in mezzo a quella spaziosa pianura.  […]

Il polverio da lui visto proveniva da due branchi di pecore e di montoni che venivano a quella volta, da due parti; ma per la fitta polvere non era possibile ravvisare che cosa facessero veramente. Con tanta fermezza sostenea Don Chisciotte ch’erano eserciti, che lo credette anche Sancio, e gli disse:  – Signore, e che facciamo noi? […]

Farai l’obbligo tuo, Sancio-disse Don Chisciotte, -perché in simili battaglie non occorre di essere armato cavaliere.

– Questo va bene- replicò Sancio,- ma dove nasconderemo intanto questo mio asino, per recuperarlo dopo la battaglia? Perché non credo che nessuno finora usasse mai di mettersi a combattere con sifatta cavalcatura.

–  Rifletti saviamente – soggiunse Don Chisciotte, -e quello che puoi fare si è di abbandonarlo alla sorte; si smarrisca o no, nulla importa, perché dopo la vittoria avremo tanti cavalli al nostro comando, che anche ronzinante corre pericolo ch’ io non lo cambi con qualc’ altro. […]

– Quel cavaliere che vedi la con l’ armi gialle, che porta nello scudo tre corone d’argento in campo azzurro, è il temuto Micocolembo, granduca di Chirozia; l’altro, che ha le membra gigantesche e che sta alla mano dritta, è l’ardito Brandabarbarano di Boliche, signore delle tre Arabie, che viene armato di una pelle di serpente e tiene per iscudo una porta, che, a quanto si dice, e una di quelle del tempio fatto precipitare da Sansone allorché morendo si vendicò dei nemici.[…]

Sancio Panza era attonito e sbalordito, né apriva mai bocca; solo voltavaosi di  quando in quando, per vedere se comparivano i cavalieri e i giganti nominati dal suo padrone. E non vedendo nessuno, si volse a lui e gli disse: – Maledetto quell’uomo, quel gigante, quel cavaliere che di quanti vossignoria ha nominati io vegga apparire; qua vi sarà forse qualche incantesimo…

– Che dici tu?- rispose don Chisciotte: -non odi il  nitrir de cavalli, lo squillar delle trombe, il batter dei tamburi?

– Io non sento altro – rispose Sancio, – se non un gran belare di pecore e di montoni. – E ciò era vero, perché già si erano molto avvicinate le mandre.

– La tèma –  disse Don Chisciotte – t’ingombra per modo, che tu né odi né vedi a dovere; e, in verità, uno degli effetti della paura è quello di sconvolgere i sentimenti e di mostrare le cose diverse affatto da quello che sono. Ora, se sei così dappoco, ritirati e lasciami solo, che io solo basto a rendere vittoriosa la parte da me protetta e assistita.

– E detto questo spronò Ronzinante e con la lancia in resta discese dalla collina come un fulmine.

Sancio gridava:  – Torni addietro la signoria vostra, signor Don Chisciotte, chè giuro a Dio ch’ella va ad investire tante pecore e tanti montoni; torni addietro! Per la vita di mio padre, che pazzia fa ella mai? Guardi bene che v’ha non gigante né cavaliere né gatto né arme né scudi divisi né palle azzurre né indemoniate… Ma che fa ella mai? Ah poveretto me!

Non per questo Don Chisciotte mutava proposito, anzi andava gridando: –  Olà cavalieri tutti che militate sotto gli stendardi del prode imperatore Pentapolino dal braccio ignudo, seguitemi quanti siete, e vedrete com’io presto saprò vendicarlo del suo nemico Alifanfarone di Taprobana. – Pronunciate appena queste parole, si cacciò in mezzo allo squadrone delle pecore e cominciò a investirle  con tanto furore e con tanta animosità, come se veramente fosse andato ad affrontare un mortale nemico. I pastori e i guardiani della mandra gridavano e replicavano e non facesse: ma poiché videro inutile il loro schiamazzo, diedero di piglio ai sassi e cominciarono a salutarlo con pietre grosse come un pugno. Don Chisciotte, non curandosi punto delle sassate, correva qua e colà dicendo: –  Ove sei, superbo Alifanfarone? Vieni a misurarti meco, ché sono un solo cavaliere e bramo da solo a solo provar le tue forze e toglierti la vita in pena delle offese che mediti contro al valoroso Pentapolino Garamante!

Capitò in questa certa mandorla liscia liscia di fiume, che gli seppellì due costole nel corpo. Si tenne egli per morto o almeno ferito pericolosamente, ma sovvenendosi del suo liquore trasse di sùbito il suo orciolo e lo pose alla bocca, mandando giù il bàlsamo nello stomaco. Ne aveva appena ingoiato quanto gli pareva necessario quand’eccoci un’altra grossa mandorla, la quale gli colpì la mano e il vasetto sì drittamente, che questo andò in mille pezzi e gli uscirono netti di bocca tre o quattro denti mascellari, e gli furono malamente pèste due dita della mano. Tanto furono gagliardi il primo e il secondo colpo, che il povero cavaliere dovè stramazzare giù dal cavallo. Accostaronsi allora i pastori, e credendolo spacciato, raccolsero in fretta la loro mandra, e caricate le bestie morte che erano più di sette, si diedero a fuggire senza cercar altro.

Sancio era stato guardando dall’ altura le pazzie del suo padrone, e pel dispetto strappavasi i peli della barba e malediceva l’ora e il momento in cui la trista sua sorte glielo aveva fatto conoscere. Ma poiché lo vide caduto in terra e ch’ erano fuggiti i pastori, scese dal pendio e se ne corse a lui che quantunque non fosse affatto fuori di sè, trovavasi però ad assai tristo partito.

– Non glielo diss’io, signor Don Chisciotte – cominciò poi, – che tornasse addietro, e che quelli che andava ad investire non erano eserciti, ma branchi di montoni? […]

Dammi la mano e tasta col dito, e guarda bene quanti denti e quanti mascellari mi mancano da questa banda dritta della guancia superiore, che qua sento di dolermi.

Vi pose Sancio le dita e dopo aver tastato disse: – Quanti mascellari solea tener da questa banda vossignoria? – Quattro – rispose Don Chisciotte, – ad eccezione del dente occhiale, tutti interi e sani.
– Badi bene la signoria Vostra a quello che dice – rispose Sancio.

– Dico quattro, se pur non erano cinque. […]

  In questa parte inferiore – disse Sancio – vossignoria non ha più che due mascellari e mezzo, e nella superiore, né mezzo né uno; chè essa è tutta rasa come la palma della mano.

– Meschino me! –  disse Don Chisciotte, sentendo le tristi nuove che davagli – il suo scudiere. – Avrei voluto piuttosto che mi avessero spezzato un braccio, purché non fosse  stato quello con cui adopero la spada; perché ti dico il vero, Sancio mio, che la bocca senza mascellari è come un mulino senza macina, e in  maggior conto devesi tenere un dente che un diamante.  Ah! siamo soggetti a tutto, noi che professiamo  il faticoso ordine della cavalleria! Sbrìgati, sbrìgati, amico, incomincia la strada, ed io ti seguirò a tuo piacere.

Autore Miguel De Cervantes
Da antologia Diorama di cultura e umanità

Agosto 1950

di Cesare Pavese

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Immagine: Casa natale

16 agosto

Cara, forse tu sei davvero la migliore – quella vera. Ma non ho più il tempo di dirtelo, di fartelo sapere – e poi, se anche potessi, resta la prova, la prova, il fallimento.

Vedo oggi chiaramente che dai 28 a  oggi ho sempre vissuto sotto quest’ ombra – qualcuno direbbe un complesso. E dica pure: è qualcosa di molto più più semplice.

Anche tu sei la primavera, un elegante, incredibilmente dolce e flessibile primavera, dolce, fresca, sfuggente – corrotta e buona  – « un fiore della dolcissima valle del Po », direbbe chi so io.

Eppure, anche tu sei soltanto un pretesto. La colpa, dopo che mia, è soltanto
dell’ « inquieta angosciosa, che sorride da sola ».

Perché morire? Non sono mai stato vivo come ora, mai così adolescente.

Nulla si assomma al resto, al passato. Ricominciamo sempre.

Chiodo schiaccia chiodo. Ma quattro chiodi fanno una croce.

La mia parte pubblica l’ho fatta –  ciò che potevo. Ho lavorato, ho dato poesia gli uomini, ho condiviso le pene di molti.

17 agosto

I suicidi sono omicidi timidi. Masochismo invece che sadismo.

Il piacere di farmi la barba dopo 2 mesi di carcere – di farmela da me, davanti a uno specchio, in una stanza d’albergo, e fuori era il mare.
È la prima volta che faccio il consuntivo di un anno non ancora finito.
Nel mio mestiere dunque sono re.

In 10 anni ho fatto tutto. Se penso alle esitazioni di allora.

Nella mia vita sono più disperato è perduto di allora. Che cosa ho messo assieme? Niente. Ho ignorato per qualche anno le mie tare, ho vissuto come se non esistessero. Sono stato stoico. Era eroismo? No, non ho fatto fatica. E poi, al primo assalto dell’ « inquieta angosciosa » sono ricaduto nella sabbia mobile. Da marzo mi ci dibatto. Non importano i nomi. Sono altro che nomi di fortuna, nomi casuali – se non quelli, altri? Resta che ora so qual è il mio più alto trionfo – e a questo trionfo manca la carne, manca il sangue, manca la vita.

Non ho più nulla da desiderare su questa Terra, tranne quella cosa che 15 anni di fallimenti ormai escludono.
Questo il consuntivo dell’anno non finito, che non finirò.

Ti stupisci che gli altri che passino accanto e non sappiano, quando tu passi accanto a tanti e non sai, non t’ interessa, Qual è la loro pena, il loro cancro segreto?

18 agosto

La cosa più segretamente temuta accade sempre.
Scrivo: o Tu, abbi pietà. E poi?

Basta un po’ di coraggio.

Più il dolore è determinato e preciso, più l’istinto della vita si dibatte, e cade l’idea del suicidio.

Sembrava facile a pensarci. Eppure donnette l’hanno fatto. Ci vuole umiltà, non orgoglio.

Tutto questo fa schifo.
Non parole. Un gesto. Non scriverò più.

 

Autore  Cesare Pavese
Da Il mestiere di vivere
Editore Giulio Einaudi Torino Nuovi Coralli59

Gavroche

Di Victor Hugo

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Immagine dal web

Una sera in cui una di tali brezze soffiava così aspramente da dare l’impressione che  fosse tornato gennaio, ed i borghesi avevano rimesso il mantello, il piccolo Gavroche sempre allegramente intirizzito sotto i suoi stracci, stava in piedi e come in estasi davanti alla bottega di un parrucchiere.
[…]
Mentre Gavroche esaminava la vetrina di saponi, due fanciulli di statura diversa, abbastanza ben vestiti e ancora più piccoli di lui, che dimostravano l’uno 7 e l’altro 5 anni, girarono timidamente la maniglia della porta e entrarono nella bottega chiedendo non si sa che cosa, la carità forse, con un mormorio piagnucoloso che rassomigliava  piuttosto ad un gemito che ad una preghiera. Parlavano tutt’e due insieme, e le loro parole erano inintelligibili perché i singhiozzi troncavano la voce del più piccolo, e il freddo faceva battere i denti del maggiore. Il barbiere si voltò con un viso da arrabbiato e, senza lasciare il rasoio, spingendo il maggiore con la mano sinistra e il più piccolo col ginocchio, li ributtò tutt’e due nella strada e chiuse la porta dicendo:

– Venir qui a raffreddare la gente per niente!

I due fanciulli si rimisero in cammino piangendo. Intanto, il tempo si era fatto nuvoloso e cominciava a piovere. Il piccolo Gavroche corse dietro ai fanciulli, e disse loro:

– Che cosa avete dunque marmocchi?
– Non sappiamo dove andare a dormire, -rispose il  più grande.
– E questo è tutto? – disse Gavroche. – Che gran cosa! e per questo si piange? Che sciocchini!

E assumendo attraverso la sua superiorità un po’ canzonatoria, un accento d’autorità intenerita e di dolce protezione, disse:  – mocciosi venite con me.
–  Si, Signore – fece il più grande.
E i due fanciulli lo seguirono, come avrebbero seguito un arcivescovo. Avevano cessato di piangere.
Gavroche li condusse per la via Sant’Antonio in direzione della Bastiglia, e camminando, gettò un’occhiata indignata all’indietro alla bottega del barbiere.

–  Non ha cuore quel taglia pidocchi, – brontol​ò.
[…]
– E così, monelli, abbiamo mangiato?

Signore, – rispose il più grandicello, – non abbiamo mangiato da questa mattina.

–  Siete dunque senza padre e senza madre?
[…]
–  Calmiamoci marmocchi.

Ecco di che mangiare tutti e tre. E trasse da una delle sue tasche un soldo. Senza lasciare ai due piccini il tempo di restare a bocca aperta, li spinse entrambi davanti a se nella Bottega del fornaio, e mise il soldo sul banco, gridando:

–  Garzone, cinque centesimi di pane!

Il fornaio, che era il padrone in persona prese un pane e il coltello.

– In tre pezzi, garzone!  – riprese Gavroche, aggiungendo con dignità: –  Siamo in tre .–  Pane bianco, garzone! Ho degli invitati.

V’era un pezzo più piccolo degli altri, lo prese per se.

–  Rientriamo nella strada – disse Gavroche.
E ripresero la direzione della Bastiglia.
[…]
C’era un elefante di 40 piedi d’altezza costruito in legno e in muratura che portava sul dorso la sua torre rassomigliante ad una casa…

–  Marmocchi, non abbiate paura.

Poi entro`per un’apertura dello steccato nel recinto dell’elefante e aiuto i piccini a scavalcare la breccia. I due ragazzi, alquanto spaventati, seguivano Gavroche senza dire parola e si affidarono a quella piccola provvidenza in cenci che aveva dato loro il pane e promesso un ricovero.
[…]
Gavroche indicò la scala ed il buco ai suoi ospiti, e disse loro: – salite e entrate.
I due piccini si guardarono atterriti.
–  Avete paura monelli? – esclamò Gavroche. E soggiunse: – ora vedrete, afferrò il piede rugoso dell’elefante, e, in un batter d’occhio, senza degnarsi di ricorrere alla scala giunse al crepaccio. Come una biscia che penetri in una fenditura, vi si sprofondò e, un momento dopo, i due fratelli videro la sua testa pallida apparire vagamente, come una forma biancastra e sbiadita, sull’orlo del buco pieno di tenebre.

Ebbene -gridò – salite dunque bambocci! Vedrete  come si sta bene qua dentro! Sali, tu! -disse al più grande. – Io ti stendo la mano. I piccini si spinsero l’un l’altro con la spalla; il birichino faceva loro paura e li rassicurava ad un tempo; e poi pioveva forte.
[…]
–  Bambocci siete in casa mia.
Gavroche era infatti a casa sua. Cominciamo -disse – col dire al portinaio che non siamo in casa. E immergendosi nell’oscurità con sicurezza, come chi conosce il proprio appartamento, prese una tavola ed otturò-il buco.
[…]
I due ragazzi osservavano con rispetto timoroso e stupefatto quel essere intrepido e immaginoso, vagabondo come essi, isolato com’essi, meschino com’essi, che aveva qualche cosa di miserabile e di onnipotente, sembrava loro soprannaturale, e aveva una fisionomia composta di tutte le smorfie d’un vecchio saltimbanco, unite al più ingenuo ed al più incantevole sorriso.
[…]
–  Russate! E spense il lucignolo.
[…]
– Signore!
– Eh? – Fece Gavroche che aveva appena chiuso gli occhi?
– Che cos’è questo rumore? Sono i topi rispose Gavroche  e  rimise la testa sulla stuoia.
Le ore della notte passarono. L’ombra copriva l’immensa piazza della Bastiglia, un vento invernale, misto a pioggia, soffiava a folate, e le pattuglie che frugavano le porte, i viali, i  recinti, gli angoli oscuri, in cerca di vagabondi e notturni, passavano silenziosamente davanti all’elefante. Il  mostro, in piedi immobile, gli occhi aperti nelle tenebre sembrava meditare come soddisfatto della sua buona azione, e teneva al riparo dal cielo e dagli uomini i tre poveri fanciulli addormentati.

Autore Victor Hugo
Da i Miserabili
Editore Rizzoli Milano