La leggenda dello sfortunato

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[…]

C’era miseria nei campi in quella pianura fredda del nord.
Giacomo con le sue gambe sformate e le braccia magre, correva e lavorava senza posa.
L’inverno riduce la terra a una morte silenziosa.
L’estate brucia il foraggio.
Le piogge d’autunno fanno imputridire le sementi.
Malgrado ciò continuava a lavorare come un ragno diligente nella primavera ingannatrice, nelle scarse messi di luglio, fino alla comparsa dei corvi sulla neve.
Quell’anno, nel cuore dell’estate, che era molto calda, il raccolto sembrava addormentato e rassegnato a donarsi all’uomo, ma una nube color cuoio, quando fu sopra il campo di Giacomo, incominciò a brontolare nel cielo, con l’accompagnamento di un vento formidabile: come chicchi gelati, ne sprizzò la grandine a sciami saltellanti, e sminuzzò la segale, frustò la terra, annientò la vita.
Dopo l’uragano, quando il cielo si rifece luminoso, la pianura era un campo di battaglia devastato.
Giacomo entrò in casa, “donna mia” disse, “tu d’ora in poi mescolerai crusca alla farina. Io scaverò più solchi l’anno prossimo”.
La moglie rispose: “tu non sei che un povero imbecille” tuttavia obbedì.
Mescolò crusca alla farina e l’anno passò.
La primavera fu clemente e il gelo non bruciò i cereali, la grandine risparmiò il raccolto e la moglie dell’uomo sfortunato aveva ripreso la sua serenità, ma improvvisamente le acque del fiume invasero le terre, trascinando alla deriva i covoni delle messi.
“Ecco la fine” esclamò la moglie, “siamo dannati!”
“Bisogna sottomettersi o donna! Metti doppia quantità di crusca nella farina e io lavorerò il doppio, giorno e notte”.
Giacomo senza concedersi riposo, durante tutta la stagione favorevole, preparò la sua terra per le sementi. Vendette l’ultima pecora per avere del grano: davanti alla stalla vuota la moglie pianse a lungo.
La primavera passò senza gelate, venne l’estate e la grandine non cadde, le acque del fiume non danneggiarono i raccolti e l’uomo sfortunato poté finalmente raccogliere nel granaio il suo prezioso grano, raccomandando alla moglie di stare attenta al fuoco per evitare un incendio.
“Giacomo, io ora incomincio a impastare pane bianco, senza mescolarvi crusca. Da oggi la nostra sarà l’esistenza di persone felici”. Ma Giacomo la interruppe: “donna mia, bisogna pensare a quelli che vivono tra gli affanni. Mescola ancora un po’ di crusca alla farina: la mucca del vicino è morta questa notte”.
La donna sospirò ma cucinò come al solito pane nero e ne serbò una parte per il vicino.
Ma il mattino successivo, quando prese e tagliò uno dei grossi pani, oh miracolo, il pane era così bianco, che una colomba lo scambiò per uno dei suoi piccoli smarritisi, e cominciò a volteggiare intorno al tavolo!
Allora quei poveri si convinsero di non essere abbandonati: dall’alto il cielo li contemplava sorridendo.

[…] Gabriel Mauriere

Tratto da “IMAGINI” antologia per la scuola media – ed. Grazzini

* foto scaricata dal web di techeconomy.it

Dal Preside

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[…]

“Adesso come si rimedia?” domandò a se stesso Giuliano.
Molte altre volte in quell’anno aveva marinato la scuola e questa volta il Preside non si era accontentato di una delle indulgenti giustificazioni della mamma.
Aveva detto:
“Esigo la presenza di tuo padre”. Ma chi si sentiva di dire a papà…
Giuliano pensa e ripensa. Vuol riuscire ad essere riammesso a scuola per non essere escluso dagli esami. Ma come fare? Ed ecco che alzando gli occhi, scorge avanzare per la via lentamente una carrozza tirata da un cavallo. A cassetta sedeva un maestoso personaggio.
Era un uomo di mezza età, questo cocchiere; fornito di due grandi baffi grigiastri.
Aveva un aspetto pieno di dignità.
“Eureka!” gridò in greco Giuliano.
Gli era balenata per la testa un’idea meravigliosa.
Si avvicinò al cocchiere e gli domandò:
“Ti vuoi guadagnare cento lire?”
“Dove vuole che la porti?”
“Tu non mi devi portare in nessun sito, sono io che devo portarti. Ma prima vieni a casa mia”.
Quando furono a casa, Giuliano andò a pescare un vecchio abito nero, molto dignitoso, una grande cravatta, un paio di guanti neri e istruì il cocchiere.
Questi in principio parve esitare, ma pensò che le cento lire non erano disprezzabili e accettò.
Gli spiegò cosa doveva dire; anzi non fare e non dire, ma soltanto ascoltare e accennare sempre gravemente di si.
“Adesso hai capito?”
“Non c’è bisogno di una parola di più” rispose l’uomo.
Giuliano ordinò l’automobile e andando gli disse: “Tu adesso sei il mio papà. Oh, ma ricordati che devi fare le parti del papà sul serio!”.
L’uomo si mise la mano sul petto.
Nell’anticamera del Signor Preside, il grande cocchiere chiuso nel suo vestito nero, faceva un aspetto impressionante.
Giuliano chiamò il vecchio bidello, detto Pieveloce, perché portava su e giù registri e circolari:
“Di al Preside che sono qui con mio padre”.
“Si accomodi, Signor Commendatore” disse il Preside, allargando le braccia e indicando il divano. “E tu”, disse a Giuliano “rimani li in piedi”.
“Lei non può credere, Signor Commendatore, quanto io sia spiacente… ma il mio dovere…”
“Veda…Veramente… Permetta…”
“Mio figliolo caro, che cosa ti si domanda? Tu sano, ricco, intelligente. Ti si domanda di fare un poco il tuo dovere, venire qualche ora a scuola. Pensa a quanti figli di povera gente sarebbero felici di questa lieve fatica che io e tuo padre ti domandiamo”.
Allora l’uomo che fino a quel momento aveva ascoltato senza fare motto, immobile, si levò. Parve volesse parlare e il Signor Preside si apprestava pazientemente ad ascoltare le giustificazioni che ogni buon padre ha in serbo per i propri figli. Invece il Signor Preside  non udì proprio nulla; ma vide il braccio di quel grande abito nero distendersi:
Giuliano sventuratamente era alla portata di quel braccio. Si udì un gran colpo.
Percosso sulla guancia da un enorme ceffone, il giovane sarebbe caduto, se nella parete non avesse trovato sostegno.
Seguì una scena di vero spavento.
“Signore, Signore” diceva il Preside cercando di ammansire quel terribile padre.
“Io non domandavo tanto, mi bastava che lei fosse persuaso”…
“Adesso è persuaso anche lui” disse con voce cavernosa l’uomo in nero indicando Giuliano. E uscirono di lì.
“Lei mi perdonerà signorino, ma alle parole di quel buon uomo mi sono ricordato dei giovani come lei, che alla notte, dopo mezzanotte, conduco a casa dai ritrovi notturni”.
“Mi perdoni il braccio si è mosso senza la mia volontà…le cento lire per favore”.
E Giuliano fu ancora riammesso alla scuola.

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[…] Alfredo Panzini da “Rose di tutti i mesi” ed. Mondadori

Tratto da “Spera di Sole” antologia per la Scuola media

– foto Agriturismo Rosmari Vallino
– foto it.123rf.com

Per favore, regalatemi un ricordo

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[…]
Per favore.
Parlatemi di vostra madre. Vi ascolto.
Di certo la ricordate e di lei ricordate tante cose.
Lasciate stare le cose curiose.
Parlatemi soltanto delle cose più semplici, quelle che fa ogni madre, come rimboccarvi le lenzuola, per esempio, e darvi l’ultimo bacio della sera.
Parlatemi di quando vi rimproverava, severa, per un vostro capriccio.
Di quando vi riempiva le orecchie e gli occhi di sapone.
Di certo ricordate un mucchio di cose.
Ricordate la sua voce dolce, morbida, calda, qualche volta tramante per una paura, un timore di vedervi cadere, farvi male. O di sapervi soffrire.
Magari per un semplice raffreddore.
Parlatemi di vostra madre quando vi accompagnava a scuola e vi teneva per mano, o vi insegnava a reggere la penna.
Uno scapaccione ogni tanto.
Una tirata d’orecchie.
Quando vi vestiva. Certo vi ricordate ancora. Vi abbottonava la giacca, vi copriva la gola.
E poi: “Non bere, non correre, non prender freddo, non sudare”.
Di quante cose potete parlare.
Io vi ascolto.
Cominciate dal principio, frugate in fondo alla vostra memoria, cercate i giorni più lontani, quando i ricordi sono confusi, ma ritrovate nitide e precise, perfette nei loro contorni, le cose più care, quelle che non potete dimenticare.
L’immagine di vostra madre, il suo sguardo, il suo sorriso, le sue lacrime, i suoi timori, le sue speranze, le sue gioie.
Parlatemi delle cose che tutte le mamme fanno, e che riempiono il cuore di affetto.
Regalatemi un vostro ricordo. Non più di un ricordo per uno.
Chi un bacio, chi una carezza, chi uno schiaffo, chi una tirata d’ orecchie.
Un sorriso, una lacrima, un rimprovero, una lode.
Un ricordo per uno, voi che ne avete tanti, non vi accorgete nemmeno.
Io non ne ho nessuno.
Regalatemi un vostro piccolo ricordo da mettere davanti all’immagine di mia madre, come un piccolo mazzo di fiori.
Io ho tutto dimenticato il giorno in cui sono nato.

[…] Carlo Manzoni da “Annabella” anno XXIII, n. 20

Tratto da “IMMAGINI” antologia per la scuola media – ed. Grazzini

*foto scaricata dal web

La nonna

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[…]
In questa terra di pace Cristina era tornata per morirci. Ma pareva che il Signore non la volesse.
Non che nella casa dei nipoti fosse maltrattata: era soltanto dimenticata.
I bambini e i polli le stavano d’intorno fin ch’erano piccini. Fatti adulti le scappavano via e dimenticavano di volerle bene.
A tavola era suo il cantuccio più lontano del padrone. La sera andava a letto senza candela, se tossiva i nipoti battevano i pugni contro la parete perché smettesse.
Tornando dal levar le uova dal pollaio le donne le guardavano la bocca e dicevano:
Sono tutte qui? –
La chiamavano la vecchia.
Mondava il radicchio davanti alla porta; accomodava la biancheria lisa e le calze di tutti.
Non ci vedeva nel nero e non le compravano gli occhiali.
Le sue labbra erano sempre mosse da un alito di preghiera discreta. Le donne di casa le dicevano:
– Voi parlate sempre da sola. Chissà cosa dite. Smettetela vecchia! –
E gli uomini: – Quella si che ha la pelle dura. –
Di anni ne aveva tanti quanto bastavano a farci desiderare la morte.
Un giorno non trovò più la sua coroncina di madreperla e fu come se avesse perduto la chiave d’una casa segreta.
Pianse tutto il pomeriggio e la notte. E da allora contò le avemarie e i pater passando da una mano all’altra dei chicchi di grano.
Così trascorse il tempo.
Un giorno che la morte passò da quei paraggi si portò via la Cristina.
Di grano le trovarono piena la tasca del grembiule e Antonio, il padrone, per quanto avaro glielo lasciò. Pensò che se fosse campata un giorno di più glielo avrebbe mangiato di pane.
Da allora sono passate tre stagioni, la terra si rifà quella che era.
Un giorno passa davanti al cimitero la Gigia che ha l’asma; e mentre prende fiato si siede e dice il rosario. E vede…oh cosa vede mai!
La fossa della Cristina sembra un campo di grano. E che grano! Spighe grosse, turgide, d’un oro che fa lume.
A mieterle c’è da colmare un sacco da quintale.
Or ecco un giovane bianco che viene su dalla strada. Ha due occhi che non si possono guardare, e le mani trasparenti. Porta sulla spalla una falce di luce fredda. Spalanca il cancello e va a mietere il grano della Cristina.
Allora la Gigia si china e bacia sulla terra le orme dell’angelo.

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[…] Renzo Pezzani da ”I racconti del coprifuoco” ed. S.E.I.

Tratto da ”IMMAGINI” antologia per la scuola media – ed. Grazzini

° foto dal web

°°+

Il voto del gatto

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[…]
Un certo gatto, golosissimo, non seppe un giorno resistere alla voglia di mangiarsi un usignolo, che il padrone aveva assai caro per la sua voce melodiosa.
Aprì la gabbia e fece un solo boccone del povero cantore.
Subito dopo fu preso da una paura maledetta e giurò agli Dei che, se fosse riuscito a evitare il terribile giudizio che lo minacciava, non avrebbe mai mangiato carne d’uccello, in vita sua.
Un poco la fortuna e molto la sua faccia tosta lo salvarono; nessuno sospettò di lui; non gli toccò neppure la più piccola minaccia: e da gatto di cuore esso cominciò la sua astinenza.
Ahi, come dura! Ma perseverava.
Volle però il caso che un giorno gli capitasse tra le unghie un pipistrello: fiera tentazione!
– No – disse il gatto – ho promesso.
Il pipistrello ha le ali e può essere considerato un uccello. Non lo mangio -.
E lo lasciò andare.
Ma lo stolto pipistrello, dopo un breve volo, tornò a cadere tra le grinfie del gatto.
– Ah! – esclamò il bravo micio – tu sei pipistrello, mezzo topo e mezzo uccello.
Come uccello prima ti ho salvato; ma ora, come topo, ti mangio -.
E lo ingoiò, soddisfacendo così la sua coscienza e la sua gola.

[…] Luigi Fiacchi

Tratto da ”Spera di Sole” antologia per la scuola media

*foto dal web A tutto sui gatti.it

 

La madre

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[…]
Dalla fattoria lontana molte miglia il figliuolo è venuto a piedi, a trovare sua madre.
Nell’atrio ha chiesto notizie di lei al medico e ha bevuto le poche, le solite parole con un largo viso faticosamente attento, spiando a tratti, d’intorno, ogni porta, se la vedeva apparire.
Dopo un lungo attendere in parlatorio, il cappello fra le gambe, la madre è comparsa, trascinata per un braccio da una suora.
Mamma! o mamma! –
Non ha detto altro, non poteva dir altro.
Le sue grosse mani gonfie hanno afferrato quelle bianche della vecchia, alta, pallida, assente.
I due volti sono rimasti di fronte, senza toccarsi: quello di lui arso dal sole, quello di lei sbiancato e senz’anima.
Soltanto le mani hanno continuato un loro oscuro, tormentoso linguaggio.
Pareva che la vecchia avesse serbato nel tratto qualche traccia di vita perché le sue dita scarne cercavano, tentavano qualcosa, come quelle dei ciechi.
Ma gli occhi erano via.
Mamma, o mamma, non mi riconosci? –
La vecchia ride, con un filo di voce:
– ” Chi?”
– Nanni, il tuo figliolo. Mi vedi?
– E già…
Un lampo di gioia illumina la povera faccia abbronzata. Le mani si staccano da quelle della vecchia e fruga nelle tasche del grosso abito nero da festa impolverato.
– Prendi mamma. –
Ne ha tolto un piccolo cartoccio: due paste, due sole paste, ma fini.
Una è di marzapane tutta inzuccherata, l’altra è di cioccolata con qualche piccolo candito.
E’ inutile sa – insinua dolcemente la suora. – Non vuole mangiare da due mesi; bisogna imboccarla. –
– O perché, mamma, non mangi –
chiede la rude voce strozzata.
– Ti fa male digiunare… Prendi questi due gingilli, sono buoni, sai li ho presi in città.
Su mangiali! –
La vecchia ha lasciato cadere le mani in grembo e guarda il soffitto.
Quando sente il contatto soffice del marzapane, stringe la pasta, leggermente, ma non la spezza.
Perché non mi porti via? – chiede con voce eguale al figliolo, senza guardarlo.
Ti porterò, non dubitare, quando sarai guarita, quando il medico avrà pronte le carte. –
– Mangia, ora, mangia. –
La vecchia rompe adagio adagio la pasta e rimane con i due frammenti nelle mani.
Ne accosta uno alle labbra asciutte e bianche: lo zucchero le piace; è tenera e dolce: comincia a masticare.
Il figliolo la guarda senza fiato.
Dopo il primo boccone il secondo, dopo il secondo il terzo.
La vecchia mastica lentissimamente volgendosi alla finestra del cortile donde giunge un molle suono d’armonium.
E il figlio in quell’onda si smemora, perduto in quel viso perduto.

[…] Corrado Tumiati

Tratto da ”IMMAGINI” antologia per la scuola media – ed. Grazzini

*foto dal web ”iniune Sarda.it”

 

Le api sciamano

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[…]
Ero disceso nel giardino quando mi accorsi d’un rumore insolito, come se l’aria tremasse: un rumore che mi pareva venisse dalla parte degli alveari: mi avvicino e vedo tutte le api fuori, curiose e lucenti e tante tante che oscuravano il sole.
Attraverso correndo il cortile e mi metto a chiamare con quanta voce avevo in petto.
Lo zio comparve nel vano d’una finestra.
– Che diavolo c’è? Casca il mondo? –
– Zio le api fuggono. –
Fu come se avessi pronunciato una parola magica.
Lo zio si precipitò giù dalle scale, attraversò come un fulmine il cortile, si spinse sotto il tettuccio degli alveari con un coraggio che ammirai rimanendo a sufficiente distanza.
Maledettissima!… – esclamò.
E tornò verso casa chiamando a gran voce la Tecla e la Luisa, che portassero questo, che preparassero quell’altro io gli tenni dietro, smanioso d’aiutarlo in qualche cosa; ma fui spazzato via nel modo più umiliante; né altro mi restò che assistere come un semplice spettatore.
Nulla di simile avevo mai veduto, benché a guardare quel visibilio, mi venissero in mente scintille che erompono dai falò…e certi giochi del vento d’autunno quando risucchia in alto le foglie secche. Ma quelle cosucce di oro scuro rigavano il cielo con un’ira che faceva piuttosto pensare ai chicchi della gragnuola; e ne veniva giù un rimbombo come l’organo della nostra chiesa a sentirlo da lontano.
La Tecla e la Luisa arrivarono correndo come pazze, l’una con un secchio e l’altra con un coperchio di rame; e giù colpi disperati: la Luisa con una chiave, la Tecla col mattarello della polenta… tam, tam. tam, tam… si piantano nel bel mezzo del giardino, entrano senza riguardo nel seminato, calpestano agli e prezzemoli, con la faccia fiera in su, verso la nugola rabbiosa.
Ed ecco lo zio. Carico come un asino, con il sudore che gli vien giù a ruscelli. Depone l’arnia, appoggia a un cespuglio la scala che ha in spalla; si toglie dall’altra spalla una pertica con legato in cima un grosso batuffolo di cenci, si mette anche lui a rimirare in su, estatico, il paradiso che s’apre tra le nuvole.
La sua estasi passa presto; corre in fondo al giardino; cerca non so che cosa tra i rami delle piante: va, torna, sembra un’anima dannata. – Piantatela! – grida alle donne – ormai siamo rovinati. –
Difatti la nuvola d’oro era svanita.
– Siamo rovinati! – ripeteva lo zio in tono sempre più convinto. E cominciò a prendersela con le donne; e che a lappar su miele ci stavano, e come! ma, dar un’occhiata agli alveari guai!…
Io avevo, per prudenza, preso il largo; lo zio, dunque, essendo salito con la scala a spiare nel fondo del vicino, gettò un grido di giubilo: – Ci sono! – e discese d’un salto.
– E adesso, Luisa, vai dalla signora Carlotta e le dici che il mio sciame si è posato sul suo pero e la preghi con bella grazia e la supplichi di lasciarci andar nel suo chiuso. –
– Vai corri. –
La Luisa partì come un razzo, e io e il Fido dietro.
– Signora Carlotta!… Signora Carlotta!… – Il Fido aggiunse i suoi latrati. Ma la signora Carlotta, zitta.
Ad un tratto vidi guizzare  da un finestrino una testa grigia e ritrarsi.
Lo zio non dimostrò nessuna meraviglia. – Ah! – disse. – La vecchia non vuole aprire? E noi entriamo lo stesso. –
Lo zio attendeva a salire sul pero, con tanta circospezione, con tanti arresti, che io mi sentivo morir dall’impazienza.
Ecco apparire dalla finestra, dirimpetto al pero, la signora Carlotta. Che grinta!
– Giù di lì! – si mette a urlare – giù dal mio pero! ladrone. –
Lo zio con voce strozzata, ma cortese: – O Signora Carlotta…mi scusi, sa…impossibile fare a meno… –
Fu come buttar olio sul fuoco. – Fuori dal mio fondo!…ladrone. –
Lo zio intanto era venuto giù dall’albero e, avendo dato fuoco ai cenci in cima alla pertica, attendeva che col fumo le api si decidessero a entrare nell’arnia. E si lasciava insultare con grande pazienza.
Ma fu l’affare di un momento. Lo zio ritrasse la pertica e disse alle donne:
– Animo, suonate un po’. –
La Luisa se ne stava lì incantata e non obbedì. Ma la Tecla fece coi suoi strumenti un baccano tale che, di quanto diceva la vecchia, neppure una parola si capiva più. E le api sparpagliate si riattaccavano, l’una dopo l’altra al grappolo.
Quando la nera bocca dell’arnia l’ebbe tutto assorbito, lo zio rimontò sull’albero, tagliò la cordicella e tornò giù, che mi parve un miracolo.
Uscimmo come eravamo entrati e le parolacce della vecchia diventarono una specie di abbaiare lontano, senza più significato.

[…] Francesco Chiesa

Tratto  da ”IMMAGINI” antologia per la scuola media – ed. Grazzini

Tre Fuga Maggio 007

*foto n°1:  scaricata dal web
*foto n°2: foto di famiglia

 

La conquista della 5° c

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[…]
Avevo vent’anni quando, tenendo nella tasca del petto la lettera di nomina a maestro provvisorio, e sopra la tasca la mano, forte forte, tanta era la paura di perderla, chiesi del Direttore.
Il cuore mi faceva sbalzi enormi.
– Chi sei? – mi domandò la segretaria.
– So…Sono il nuovo maestro… – dissi, e le feci vedere la lettera.
Il Direttore mi vide, si mise le mani nei capelli.
– Ma che fanno – gridò – al Provveditorato? Mi mandano un ragazzino quando ho bisogno di un uomo con grinta, baffi e barba da Mangiafoco, capace di mettere finalmente a posto quei quaranta diavoli scatenati! Questo appena lo vedono se lo mangiano!…
Poi, battendomi una mano sulla spalla:
– Avete vent’anni? – disse. – Ma ne dimostrate sedici. Questo mi preoccupa molto.
Che Iddio ce la mandi buona! – Esclamò il Direttore.
Mi guardò in faccia, con fiducia:
– Se aveste almeno i baffi… – mormorò.
Alzò gli occhi al cielo: – Venite è qui che dovete entrare – disse il Direttore fermandosi davanti alla porta della classe V c dalla quale sarebbe poco dire che veniva chiasso.
– Credo che costruiscano barricate – disse il Direttore.
Mi strinse forte il braccio e se ne andò.
Aprii quella porta ed entrai.
Improvvisamente, silenzio.
Ne approfittai per richiudere la porta e salire sulla cattedra. Quaranta ragazzi mi fissavano minacciosamente. Era il silenzio che precede la battaglia.
Strinsi i pugni, feci forza a me stesso per per non dire niente; una parola sola avrebbe rotto l’incanto, e io dovevo aspettare, non precipitare gli avvenimenti.
I ragazzi mi fissavano, io li fissavo a mia volta come il domatore fissa i leoni, e immediatamente compresi che il capo, quel Guerreschi, di cui mi aveva parlato il Direttore, era il ragazzo di prima fila che palleggiava da una mano all’altra un’arancia e mi guardava la fronte.
Il momento era venuto.
Guerreschi mandò un grido, lanciò il frutto, io scansai appena il capo, l’arancia si infranse contro la parete.
Ma non era finita.
Inferocito, Guerreschi si drizzò in piedi e mi puntò contro la sua fionda di elastico rosso. Era il segnale: quasi contemporaneamente gli altri trentanove si drizzarono in piedi, puntando a loro volta le fionde, ma di elastico comune non rosso, perché quello era il colore del capo.
Si udì d’improvviso, ingigantito dal silenzio, un ronzio: un moscone era entrato nella classe, e quel moscone fu la mia salvezza.
Io capii la lotta che si combatteva in quei cuori: il maestro o l’insetto?
Improvvisamente dissi: – Guerreschi ti sentiresti capace, con un colpo di fionda, di abbattere quel moscone?
– E’ il mio mestiere – rispose con un sorriso.
Le fionde si abbassarono e tutti gli occhi furono per Guerreschi, che prese di mira il moscone, lo seguì, la pallina di carta fece: den! contro una lampadina, e il moscone tranquillo continuò a ronzare.
– A me la fionda – dissi.
Masticai a lungo un pezzo di carta, ne feci una palla, e con la fionda di Guerreschi, presi, a mia volta, di mira il moscone.
Indugiai a lungo prima di tirare. Poi con la mano ferma, lasciai andare l’elastico: il ronzio cessò di colpo e il moscone cadde morto ai miei piedi.
– La fionda di Guerreschi – dissi, tornando immediatamente sulla cattedra e mostrando l’elastico rosso, – è qui, nelle mie mani. Ora aspetto le altre – .
Si levò un mormorio, ma più d’ammirazione che d’ostilità: e uno ad uno, a capo chino, i ragazzi sfilarono davanti alla cattedra, sulla quale, in breve, quaranta fionde si trovarono ammonticchiate.
Calmo calmo, come se nulla fosse avvenuto dissi:
– Cominciamo con i verbi – .
E il Direttore? Temendo forse, dall’insolito silenzio, ch’io fossi stato fatto prigioniero dai quaranta demoni, entrò, a un certo punto in classe, e fu un miracolo se riuscì a soffocare un grido di meraviglia.
Più tardi, domandò come avessi fatto, ma si dovette contentare di una risposta vaga:
– Sono entrato nelle loro simpatie, Signor direttore! – .

[…] Giovanni Mosca

Tratto da “IMMAGINI”, antologia per la scuola media – ed. Grazzini

* foto dal web Mirella Malusa  “La misteriosa” conchiglia di copinterest.com

E quando piange

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[…]
L’altro giorno Calandrino consigliava a una povera donna di mettere il figliuolo in collegio.
– Tu… non puoi tenerne di conto.
 E’ vero.
Più che cresce e più s’avvezza male.
– E’ vero.
– Non ti piglia aria abbastanza, sta sempre fra i muri; se anche lo volessi menar fuori, sui prati, non ti riesce; il marciapiede ti s’attacca alle scarpe.
– E’ vero.
– Ti costerà poco, e quei pochi si trovano. Dopo tu ritorni a lavorare: lavorare e patire, credi, è la vita meglio.
– Lo so.
– Te lo tengono bene, lo istruiscono, non lo picchiano.
– Lo so. –
Intanto gli occhi le si gonfiavano e li teneva bassi verso il bambino. Il bambino la stringeva per la mano e ascoltava. Lei rialzò il capo e domandò con la voce rotta:
– E quando piange? –

[…] Fernando Agnoletti

Tratto da ”IMMAGINI”, antologia per la scuola media – ed. Grazzini

* foto dal web ”Media Teca Italia”

 

La mia casa di allora

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[…]

Che casa piccina, ma che casa amorosa!
E dentro codesta casupolina una famiglia numerosa e felice.
Per stare in quella casa, bisognava volersi bene.

Di quegli anditini stretti ne approfittavo per abbracciare la mamma.
Anche il babbo che no era smanceroso si lasciava coccolare dalle mie sorelle.
Quando anche ora tra fratelli si ricorda quella casa, ci torna la dolcezza di quello stare uniti in una casa tanto meschina.

Ma più che altro le mie sorelle ridono: – Ti ricordi dei nostri ricevimenti? Ma come ci si poteva stare? Ti ricordi il vento in camera tua? e ti ricordi di quando pioveva e si dovevano mettere le catinelle sul letto? –

Ma se per le mie sorelle e per mio fratello sono questi ricordi che fanno cara quella casa, per me c’è qualcosa di più.
Da quella casa io partii per la guerra; in quella casa la mamma mi rifece piangendo e ripiangendo la cassetta e il babbo tornò sera per sera rabbrividendo per le scale delle notizie che avrebbe trovato.

In quelle stanzucce passai gli ultimi istanti, ora qui, ora là, ad aspettare lo scocco dell’ora, e poi gli addii pel budello delle scale, e poi la porta che sbatteva sgangheratamente senza chiudersi, e la mamma con la testa contro gli stipiti lassù sotto il tetto, e le sorelle dietro di lei.
Quando tornavo, dopo Pistoia, il cuore mi saliva in gola. Era quasi sempre di mattina, dopo aver viaggiato tutta la notte.
La campagna gelida di Toscana, coi muri secchi, con le strade bianche; poi finalmente Firenze e piazza San Marco.
La piazza era deserta, la chiesa aveva aperto da poco, le panchine del giardinetto erano fresche.

Mi sarei avventato al campanello, avrei urlato, ma mi condannavo invece a questo tormento di gioia: mi mettevo a una panchina di fronte alla casa e aspettavo.
Si apriva qualche finestra ma non di casa mia, e io fermo per due secoli, con le vene turgide, col cuore che riempiva di tonfi tutta la piazza.
Poi finalmente: – ”Sono io!” – Sfondavo la porta di strada, mi avvinghiavo alle scale: che tramenio.
Mi pareva di aver tutta la casa fra le braccia.
[…] Piero Bargellini

Tratto da ”IMMAGINI”, antologia per la scuola media – ‘ed. Grazzini

* foto dal web  ”Idea luce di Filippi”’