La luna di zia Rina

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Giuliana racconta:

”C’era poco lavoro nella località dove sono arrivata da sposa e mio marito, appena poteva, si spostava in Liguria per la raccolta delle olive e altri lavori occasionali.

Anche il bambino ed io lo seguivamo in queste trasferte e spesso prolungavamo il nostro soggiorno. Al mare mi sentivo a mio agio, osservavo con piacere il panorama stupendo, le siepi fiorite in ogni angolo e amavo persino il vento che soffia forte in in quelle zone.

Il pensiero del rientro mi metteva ansia, la famiglia di mio marito mi considerava come una domestica mentre l’ambiente marino e la distanza mi facevano stare bene.

Un’inverno decisi di fare partecipe di quella bellezza una cara cugina che viveva in città. Anche per lei il mare era un sogno e accettò volentieri il mio invito.

La mia amata ospite si offrì di occuparsi della cucina. Si recava al mercato, acquistava primizie e pesce fresco che cucinava con maestria. Dividevamo la spesa a metà e non osai mai confessarle la mia scarsa disponibilità economica.

Al suo ritorno in città però, mi rimanevano pochi spiccioli, ma non ne feci parola con mio marito e per evitare i giudizi maligni di cognate invadenti, non anticipai il rientro a casa.

L’unica soluzione era di rivolgermi ad una zia che viveva in campagna, sapevo che sarebbe stata felice di ospitarci visto l’affetto che ci aveva sempre dimostrato.

Il bimbo felice giocava con i cuginetti, rincorreva le farfalle nei prati, raccoglieva le uova nel pollaio e amava bere alla fontana del cortile. Erano semplici gesti di vita quotidiana in campagna, per lui un’emozionante scoperta.

Era ormai primavera e i fanciulli con i loro cestini raccoglievano erbe commestibili come la valeriana e il tarassaco per le insalate, la salvia dei prati, punte di rovo, asparagi, finocchi, foglie di primule, viole e fragoline per fare gustose frittate.

La sera si riunivano sulla piazza a giocare e il mio piccolo, con il calare del buio, si incantava ad osservare il balenare delle lucciole, ad ascoltare il gracchiare delle ranocchie, ma la sua attenzione veniva rapita dal cielo stellato e dalla lucentezza della luna.

Prima di allora non era mai uscito la notte e ne rimase talmente colpito che al nostro rientro a casa non esitò a dire agli amici: ”quella è la luna di zia Rina!”

La zia intuì la mia difficoltà economica e al momento della mia partenza riempì un grande contenitore con confetture di ciliegie e frutti di bosco, castagne secche, mele e altri alimenti che aveva preparato per essere consumati nel periodo invernale.

Rientrati nell’abitazione al mare incontrai difficoltà ad alimentare il bambino che non gradiva i gusti forti delle provviste.

Utilizzai i pochi soldi rimasti per comprare latte e pane che spalmavo con abbondante marmellata cella zia.

Al rientro a casa ero felice di mostrare ai parenti il piccolo cresciuto, abbronzato e snello, ma la loro reazione fu non solo cattiva ma offensiva al punto di farmi piangere.
Ritenevano che i bambini sani dovessero essere paffuti.

Non tutti i mali vengono per nuocere: quell’affronto mal digerito mi stimolò a diventare indipendente e ad allontanarmi il più possibile da quell’ambiente.

Trovai lavoro nelle famiglie benestanti della zona che, oltre lo stipendio, mi regalavano abiti usati in ottime condizioni.

Maturai un progetto che confidai a mia suocera, unica della famiglia a stimarmi. Avrei lavorato tanto e risparmiato il più possibile per poter un giorno acquistare una casa tutta mia. Trovai la sua approvazione e non solo, da quel giorno ci offrì sempre il vitto.

Sognavo una casa vista mare con giardino e un orto dove avrei potuto piantare alberi da frutto e verdura di ogni genere e, ogni volta che mi era possibile, mi recavo in riviera alla ricerca del mio terreno ideale.

Amavo il bello, ma non avevo il senso pratico della realtà, avrei acquistato qualsiasi pezzo di terra pur di averlo, anche quello che nessuno voleva comprare.

Mi offrivano proprietà esposte ai quattro venti, vicine alla ferrovia, in zone franose, senza il passo carraio ma raggiungibili a piedi attraverso dei viottoli, mi proposero anche un terreno vicino al cimitero.

Mio marito, più saggio, non sempre veniva a vedere cosa gli proponevo.

Con o senza di lui, le mie ricerche proseguivano. Ormai, la mia, era divenuta un’ossessione. Mi spostavo a piedi o con il bus e un giorno iniziai a conversare con un’anziana signora seduta accanto a me.

Presi confidenza e le raccontai del mio progetto. Il caso volle che l’anziana avesse dei parenti all’estero, proprietari di un terreno in vendita in una bellissima località e con un’ ottima posizione.

Grazie a quell’occasionale incontro acquistammo il nostro “prezioso” terreno.

Comprammo una casa prefabbricata di seconda mano che mio marito con i suoi amici ristrutturò e posizionò nella proprietà. Piantò fiori e alberi da frutto: limoni, ulivi, fichi, viti e peschi.

In seguito completammo l’insieme con alberi da fiore: melograno, bouganville, ginestre, mimose, gelsomini e fichi d’india.

Come dice il detto “dietro ogni difficoltà si cela un’opportunità”

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La gattina

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Nino è geloso delle sue sorelline e cerca di attirare l’attenzione della mamma con tanti capricci e continui dispetti.

La mamma si rende conto del disagio e capisce che per vincere la gelosia non bastano le sue attenzioni, forse un compagno di giochi speciale potrà farlo gioire.

Lo accompagna in un negozio di animali affinchè scelga un gattino tutto suo e Nino, di fronte a tante bestiole, senza esitazione sceglie una gattina bianca e nera incinta, tonda come una palla.

Lei si rifiuta, ma lui insiste: ”Questa gattina o nessun altro animale!”.

Al cedere della mamma, il ragazzo le butta le braccia al collo e dice: ”Allora tu vuoi bene anche a me!”.

La gattina ha una storia triste, è stata buttata in una scarpata in mezzo ad un groviglio di rovi vicino ad un piccolo lago nella località conosciuta come ”Le Rive” e per questo motivo la chiamano Riva!

Passano pochi giorni e Riva mette al mondo tanti gattini che Nino regala orgoglioso ai compagni di scuola.

Riva ama stare all’aperto, corre fra i campi, si nasconde nella macchia di felci, con musetto fiero e portamento scattante insegue le lucertole, da la caccia ai passeri e se sente il sibilo delle bisce dissotterra loro le uova.

Aspetta per ore le talpe che escano dalle tane, ma loro, tutt’altro che cieche, ma anzi dotate di occhietti neri e vispi, non si fanno prendere.

Le piccole di casa la rincorrono tutto il giorno e lei affettuosa e giocherellona, fa loro le fusa, ma anche piccoli dispetti. Si solleva quando cercano di scavalcarla facendola inciampare, si naconde sotto i cumuli di foglie e ricci rastrellati per essere bruciati, si rifugia in mezzo ai rovi delle more e le bimbe, pur di raggiungerla, si riempiono di graffi.

E’ anche successo che la sorellina più piccola, per cercare Riva, che spaventata dai fulmini si era nascosta tra due massi,  rimase con la testa incastrata. Fu salvata dal vecchio cane che con i suoi latrati attirò l’attenzione dei genitori.

Un pomeriggio, Nino rientra da scuola e la micina non c’è. La cerca ansioso, percorre di corsa i sentieri pietrosi fino al paese dove incrocia molti gatti bianchi e neri tutti eredi di Riva, ma di lei nessuna traccia.

Ritorna indietro e sente la voce della sorellina che, seduta sull’erba all’ombra del grande faggio rosso, si rivolge alla gattina accovacciata sull’albero. Questa volta si è messa in un bel guaio e non sa più scendere.

Nino prova ad arrampicarsi, poi prende una lunga scala, sale ma…si precipita subito giù:  c’è uno sciame di api appeso ad un ramo.

Non perde tempo, corre dal vicino che è apicultore. I due caricano sul motocarro l’occorrente: arnia, cassettina porta sciami, maschera, guanti e il necessario per l’affumicatura. La stradina è piena di buche, pietroni e zolle d’erba in rilievo ma loro non si accorgono dei sobbalzi perché hanno fretta di arrivare.

L’apicultore esperto, non mostra paura per l’assordante ronzio dello sciame e non si stordisce nemmeno per l’acre odore di fumo misto a miele. Cattura in poco tempo lo sciame e lo depone con cura nell’arnia, poi, con i ramponi, sale sull’albero.

Da sotto la famiglia osserva e aspetta ansiosa, persino il vecchio cane ha il muso rivolto verso l’alto. Il miagolio è disperato.

Finalmente la gattina si lascia prendere, Nino felice la coccola tra le su braccia fino a farla addormentare.

Passano gli anni, Riva invecchia, ma continua ad avventurarsi, anche sotto la neve, verso la piccola casa dove abita un’anziana signora malata che per anni l’ha viziata.

Cerca di farsi sentire saltando sul davanzale della finestra con le panocchie di grano turco appese. E’ l’unica che ha ancora le persiane aperte.

Con le zampette dà forti colpi al vetro, lo fa tremare, ma la signora costretta in un letto non si muove. Riva insiste e quando un parente le apre la finestra, sgattoiola sul suo letto.

L’ammalata non parla e non riconosce più nessuno, ma alla vicinanza della gattina sorride, la stringe a sé, a volte riesce persino a chiamarla per nome e le dice: ”Mangia, rimani qui…!”.

La gattina è la sua migliore medicina.

Riva ama andare incontro a Nino quando rientra a casa, va ad aspettarlo ad un incrocio lontano dall’abitazione,  guarda in fondo alla valle i fari delle auto nel buio, tende l’orecchio per riconoscere il rumore famigliare dell’auto. Nino si ferma, la carica e insieme tornano a casa.

Una sera di fitta nebbia la gattina non è all’incrocio. L’ansia invade il ragazzo che spera in ritardo, ma purtoppo è successo qualcosa di triste: la trova distesa poco distante sotto un tralcio di vite coperta dalla nebbiolina fredda e umida.

Nino la ricorderà ogni volta che  incontrerà gatti bianchi e neri e sempre quando attraversa il loro incrocio.

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Triste carnevale

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Maddalena racconta: ” Sono passati tanti anni dal carnevale in cui mio padre, allora ventenne, rischiò la vita a causa di uno sparo  esploso da un ragazzo ubriaco che, infastidito dagli apprezzamenti rivolti alla sua fidanzata, estrasse un’arma e iniziò a sparare sulla folla.

L’abito della ragazza corto e larghissimo, legato in vita, svolazzava come la ruota del pavone.

Le calze nere fermate sotto il ginocchio da un elastico rosso, lasciavano intravedere le gambe nude mentre ballava.

Una pallottola raggiuse mio padre,  gli lacerò l’arteria femorale e per un miracolo soppravvisse ma gli fu ampurato una gamba.

Ogni anno nel periodo del carnevale i miei genitori programmavano un viaggio per non condizionare con i ricordi la festa a noi figli.

L’episodio lo abbiamo appreso dai nonni perché nostro padre, di carattere riservato, mascherava molto bene la sua grande e continua sofferenza e per delicatezza nei nostri riguardi non ne avrebbe mai parlato.

Seppure riservato nell’intimità del suo dolore, non si lasciò mai sopraffarre dalla disabilità, continuò  a sorridere e a festeggiare con gli amici.
Il weekend si riunivano nella tavernetta e condividevano il pane di segale, la pizza e la farinata che lui preparava nel forna a legna.
Spesso in autunno li intratteneva cuocendo le caldarroste su un braciere posto all’esterno.  Al calore del fuoco e davanti ad un bicchiere di vino, gli amici si fermavano fino all’alba a suonare la fisarmonica e la chitarra, lui cantava.

La disabilità non lo limitò neppure nello sport e nella mobilità.
Dopo le giornate di lavoro si dedicava alla sua passione per la campagna, curava le piante e ne raccoglieva i frutti.
Si arrampicava con agilità ma era incosciente tanto che, a volte, la protesi rimaneva incastrata tra i rami.

In attesa che qualcuno recuperasse l’arto, scendeva a terra scivolando sul tronco a forza di braccia, poi saltellava con una sola gamba fino al primo sasso che trovava per sedersi.

Era infastidito dai continui furti nel rustico di polli e conigli e nell’orto di verdura che avvenivano nella notte quando il buio era attenuato dalla luna.

Decise di intervenire e si nascose nel pollaio. Tolse la protesi e all’arrivo del furfante gliela lanciò addosso urlando: ”Chi sei?”. Il ladro alla vista della gamba che volteggia si spaventò e scappò via.

In seguito non ci furono più furti.

Maddalena ricorda ancora che da anziano si inciampava facilmente, percepiva l’arto che non aveva. Faticava a mettersi la protesi, soffriva quando nei locali pubblici veniva trattato da disabile.

I suoi occhi non erano più luminosi e vivaci come un tempo ma velati di amarezza e malinconia.

”Ancora oggi, a distanza di tanti anni, provo un senso di sofferenza quando vado nel locale dov’è avvenuta la sparatoria. Se transito sul ponte dove a vent’anni stava per buttarsi e fu salvato da un passante, l’angoscia aumenta.

Non posso più usare il camioncino  con il cassone aperto  perché lo vedo disteso sotto la neve che scendeva abbondante e che contribuì a fermare l’emorragia.

Sono felice quando incontro l’anziano medico che conserva ancora il laccio militare del suo pronto intervento e mi fermo a scambiare qualche affettuosa parola.

La mia sofferenza scompare al cimitero quando vedo la foto allegra e sorridente, la guardo con amore, la bacio con delicatezza e poi lo prego!”.

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Magliaia

Francesca ragazza semplice, simpatica, occhi vivaci, capelli intrecciati fermati intorno alla testa con le forcine.

Viveva ancora in famiglia con il fratello e la moglie. La cognata, donna irascibile, autoritaria, faccia triangolare, occhialini sulla punta del naso, capelli tagliati a scodella con ciuffo diritto come fili di ferro, non sopportava la presenza di Francesca in casa, anche se indispensabile, perché limitava la privacy della famiglia.

Il lavoro era pesante perché, oltre a rompersi la schiena in campagna, doveva prendere ogni giorno l’acqua dal pozzo situato in mezzo ai cespugli di rovo per la famiglia e gli animali. Legava un secchio alla catena che scendeva e saliva tramite una vecchia manovella arrugginita, pesante come il piombo.

Un giorno la ragazza non riuscì a procurare acqua a sufficienza così ci fu il pretesto, da parte della cognata, di allontanarla da casa e di adibirle a dimora un locale dove un tempo allevavano i conigli.

Vi collocarono una vecchia stufa ma il locale era privo di camino quindi il fumo usciva dalla piccola finestra. Come letto aveva un pagliericcio di foglie secche di granoturco, l’appendiabiti era un fil di ferro. Aveva anche un tavolo traballante, una sedia sgangherata e un lumino a petrolio che illuminava molto meno della luna.

Francesca angosciata accettò.

Un giorno, al controllo sanitario degli animali, il veterinario Gianni notò la mancanza della ragazza, intuì però la sua presenza nel locale dalla cui finestra usciva il fumo, spinse la porta, la salutò ma non disse altro.

Decise di liberarla al più presto da quell’ambiente che conosceva bene.

Le trovò un lavoro presso una magliaia. Francesca, felice dell’opportunità di imparare un bel mestiere, accettò con tutto l’entusiasmo possibile.

Sapeva lavorare a maglia con i ferri, lo faceva spesso quando si recava al pascolo d’estate e nelle lunghe sere invernali.

La magliaia evitava di insegnarle il mestiere per non crearsi una possibile concorrente, le faceva spostare unicamente in qua e in là il carrello perché la macchina non era automatica.

Nonostante tutto, per imparare, Francesca imprimeva nella mente tutti i passaggi compiuti dalla sua padrona e di sfuggita sfogliava le riviste specializzate.

Un giorno si presentò l’occasione di ultimare un lavoro lasciato in sospeso dalla signora, ma il lavoro non riuscì: una manica era lunga e l’altra era corta.

Si scusò ma questa le disse di non tornare mai più al lavoro.

Sorpresa e delusa si sentì sempre più sola.

Non dormì tutta la notte, non voleva arrendersi. Al mattino seguente prese il treno e andò in città per cercare lavoro nei vari laboratori ma non lo trovò.

Decise di cercare lavoro nei mercatini locali, per giorni solo delusioni.

Finalmente una signora le suggerì di fare ai ferri articoli per neonato che lei avrebbe esposto nella sua bancarella.

Ringraziò, nulla avrebbe potuto renderla più felice di quella proposta.

Passò subito dall’edicola per sfogliare giornali di maglieria e filati per farsi venire buone idee. Si procurò lana di tutti i colori.

Confezionava completini per neonati: tutine, scarpette, cuffiette e muffole, tutto in tinta pastello tono su tono con ricami originali.

Il successo fu quasi immediato.

Dopo i primi guadagni si comprò una macchina e con il tempo cercò delle collaboratrici perché i suoi lavori erano molto richiesti.

I negozi di città pretendevano l’esclusiva e lei ne era orgogliosa.

Ampliò il laboratorio e il suo nome divenne un marchio di successo e bellezza.

Gianni non l’aveva mai persa di vista, di sera facevano lunghe passeggiate, si confidavano, andavano insieme a teatro e a cena fuori.

Lui interessante e stimato, lei ogni giorno più seducente e affascinante, quasi, senza accorgersi, diventarono inseparabili per tutta la vita!

Attività

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Il papà racconta alla figlia Maria com’è nata la sua attività più di settanta anni fa:

“Dopo una giornata di neve e una serata passata in compagnia di amici, tornavo a casa. Il percorso era difficoltoso perché come luce avevo solo una piccola pila tascabile.

Sulla strada era scesa una slavina, passando vicino a un garage, noto che non c’è più la porta e la neve aveva invaso tutto il locale. Sento un debole lamento provenire dall’interno. Mi precipito a casa per prendere una pala, metto una nuova batteria alla pila e torno indietro con il cuore in gola.

Scavo un tunnel nella neve tanto compatta da sembrare un muro di pietra. Sudo anche se fa freddo e parlo senza tregua per incoraggiare quel lamento che diventa sempre più debole. Ad un certo punto sento qualcosa di morbido, è vivo e si muove. Tolgo la neve con le mani ormai sanguinanti, all’improvviso faccio un salto all’indietro perché un cagnolino salta fuori scodinzolando lentamente.

Quasi mi sento male dall’emozione. Il cane si è salvato grazie agli attrezzi appoggiati al muro che gli hanno permesso di respirare.

Lo prendo in braccio, lo copro con la mia giacca e corro il più velocemente possibile verso casa.

In quel momento non penso ai suoi padroncini che saranno in ansia per lui da ore. Lo metto con cautela sul divano, lo copro con il piumone del mio letto, non mangia e non beve, il pelo color nocciola è ancora dritto per lo spavento e gli occhi sono spenti e disorientati.

Solo al mattino torna ad essere il simpatico di sempre, molto conosciuto e amato da tutti.

La notizia fece il giro del paese e i turisti apprezzarono il mio gesto e spontaneamente mi offrirono opportunità di lavoro con buone mance.

Andavo e venivo dalla stazione ferroviaria agli alberghi a portare i bagagli.

Portavo il lavoro alla sarta per  addattare il loro abbigliamento e gli facevo la spesa.

Facevo ripartire le poche macchine bloccate dal gelo, mettevo e toglievo le catene.

Usavo sci costruiti da me che piacevano e li offrivo in uso volentieri. Così decisi di farne altri per accontentare le tante richieste ed è in questo modo che iniziò la mia attività di noleggio sci che esiste ancora oggi.

Sposai la sarta del paese per le nostre affinità.

Trovai molti collaboratori stagionali che, per esigenze personali, si fermavano da noi a pranzare.

Il pasto diventava un problema perché, all’ora di pranzo, arrivavano dal treno e dai pullman molti sciatori che chiedevano assistenza.

Per questa mansione decisi di assumere nuove persone e si presentarono due ragazze mai uscite di casa. Non sapendo quale assumere decisi di tenerle tutte e due a giorni alterni. Si sistemarono  così in paese.

Salvina abitava in alta montagna, talmente in alto che in inverno, se moriva qualcuno, si appendevano le bare con dentro il defunto al balcone, in attesa che il sole, sciogliendo in parte la slavina, permettesse di aprire un passaggio per raggiungere con la slitta il cimitero del villaggio.

Silvestra arrivava dalle Langhe e si vantava di conoscere le famiglie descritte nei racconti di Cesare Pavese.

I collaboratori si accontentavano del menù delle due ragazze.

Il giorno di Silvestra si sapeva che il menù era scarso e poco gustoso perché di un pollo faceva otto o dieci porzioni, insalata cotta di cicoria  e il budino  aveva la consistenza del caffè latte, ma il giorno di Salvina il menù era abbondante e gustoso, consisteva in gnocchi di patate al pomodoro, polenta ai funghi, tagliatelle fatte a mano, condite con un ottimo sugo di frattaglie e per finire, torta di mele.

Negli anni si rimediò alla mensa grazie alle nuove trattorie aperte nella zona e le due ragazze, divenute inseparabili, si offrirono per aiutare un nostro carissimo amico in grande difficoltà e si trasferirono in quella casa, per accudire i tre bambini in età scolare.

Li videro crescere, allontanarsi per studiare e formare nuove famiglie.

Sono felici adesso di sentirsi chiamare nonne quando i ragazzi, ormai adulti, tornano in paese a trovarle con i nipotini acquisiti.

L’attività ancora oggi continua, migliorata con la vendita on line e con il grande negozio specializzato…grazie anche al tuo contributo cara Maria!”.

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In alto mio padre all’inizio della sua attività come produttore e noleggiatore di sci.

Lo Scultore

Rita racconta: “Dino il mio vicino è un uomo solo e non più giovane, che alla morte dell’anziana madre ha improvvisamente smesso di dedicarsi alla sua arte di scultore.
Per reagire alla sofferenza ha iniziato a condurre una vita stravagante.
Si è fatto togliere il contatore della luce, ha sigillato quello dell’acqua, ha smesso di usare la bombola del gas.
Ha costruito un focolare nel centro del cortile e per alimentare il fuoco raccoglie la legna che trova lungo la strada, le cassette abbandonate a fine mercato e i giornali nei cassonetti che accumula nel cortile ormai colmo.
Non smette di andare al fiume a raccogliere pietre utili per il suo lavoro di scultore che non esercita più. Il cumulo di pietre gli ha ostruito le finestre e la luce in casa è poca.
Indossa sempre abiti sgualciti di colore rosso che lava nel torrente vicino, la barba è lunga e bianca.”
Rita racconta ancora: “se mi permetto di entrare in casa con qualche pretesto, non so dove posare i piedi. Dorme in cucina su un vecchio divano, sotto il tavolo si intravede una radio impolverata, il fornello del gas, macinini, casseruole, piatti, bicchieri e gli attrezzi da scultore.
Mangia pane, frutta e verdura sui gradini di casa. Vive alla luce e al caldo del sole.
In passato era molto stimato e aveva tanti amici. Lavorava le pietre del fiume e pezzi di marmo che recuperava dal vicino marmista con cui costruiva lapidi per il cimitero e sculture molto richieste per lussuosi giardini.
L’ultimo lavoro come scultore fu il nome della mamma ‘Angela’ inciso a terra al posto della lapide.
L’unico vero amico è l’autista di Tir, che che da anni passava nel fine settimana a mangiare il suo buon minestrone. Quando si è ritirato dal lavoro ha iniziato a prendersi cura di Dino e per lui ora è iniziata una vita migliore.
Lo porta al bar, dal macellaio a prendere qualche fetta di lardo, lo invita a casa a guardare la televisione e a cucinare in compagnia. Il cane dal pelo bianco che accompagnava l’autista nei suoi viaggi, ora accompagna Dino.
Non è raro in inverno incontrare lungo la strada del paese un omino dalla barba bianca, dai capelli abbondanti e bianchissimi, tutto vestito di rosso che procede fiero con accanto un cagnolino con il cappottino rosso.
Non lo chiamavano più ‘lo scultore’ e per grandi e bambini ora è Babbo Natale.
Non lo dimenticheremo mai.

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Immagini da web

 

Suora

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Perché ti volevi fare suora? Chiede Maria all’anziana zia.
Ti racconto: “Nella casa del bosco, dove tu ogni estate vai in compagnia dei tuoi amici per cercare i funghi, passeggiare in cerca di prugnoli, giuggiole, sorbi e nespole, noi ci vivevamo tutto l’anno.
Ci portavano in paese solo in primavera quando, ancora nascosti dalla neve sbucavano i bucaneve, le primule e appariva la prima erba sotto le pietre.
Il nostro mondo era la Chiesa e la piazza. Compiuta la maggiore età, che allora era 21 anni, decisi di uscire di casa per una vita diversa.
Dove andare priva di mezzi? Conoscevo le suore che in paese erano molto stimate. Dietro loro consiglio decisi di entrare nella loro congregazione che consiste in 3 comunità: suore presenti nei paesi,suore di clausura, suore missionarie. Decisi per le missionarie, perché corrispondeva al mio istinto di avventura. Leggevo e rileggevo le loro riviste con racconti e belle fotografie. Sognavo quelle terre dove, vestita di bianco, avrei potuto fare tante cose per migliorare la vita di chi aveva bisogno.
Mi accettarono nella congregazione, ma avrei dovuto frequentare un collegio esterno per migliorare la mia istruzione, a spese loro perché la mia famiglia non aveva le possibilità.
In collegio la visione della mia vita cambiò.
C’erano tante ragazze vivaci, intelligenti, sportive e innamorate. Feci subito amicizia ed entro un anno la mia vocazione vacillò.
Mi innamorai di un ragazzo e decisi di lasciare la congregazione. Facile a dirsi ma difficile da realizzare in un ambiente ostile.
Parlai con la madre Economa che con fare spezzante mi disse: “prima provvedi alle spese degli studi in collegio e poi ne riparleremo”, cosa che sapeva per me impossibile.
Mi presentai alla Madre Maestra che per non perdere un buon elemento utile per il futuro della comunità, mi trattò con dolcezza per convincermi a rimanere. Al mio rifiuto cambiò strategia: divenne perfida e cattiva, al punto che presa dall’angoscia, non riuscii più a parlare.
Piansi parecchi giorni, poi decisi di parlare con la Madre Generale che sapevo buona, generosa, quasi una santa. Non me lo permisero.
Mi rivolsi alla Suora con la quale condividevo del tempo quando lei suonava il vecchio organo in Chiesa e per farlo funzionare io spingevo il mantice.
Mi disse che la Madre Generale usava fare la meditazione nella Cappella privata.
Mi nascosi e al suo passaggio, con trepidazione, mi presentai. Come prevedevo mi sorrise e con fare caritatevole mi ascoltò. Parlammo a lungo, ascoltò le mie motivazioni, mi capì e mi disse che potevo uscire dalla congregazione senza autorizzazioni perché non avevo ancora preso i voti che sono un impegno solenne.
Mi assicurò che la sua famiglia benestante avrebbe provveduto al pagamento del collegio. Mi presentò per lavorare in asilo nido dove potevo essere ospitata giorno e notte e avrei percepito uno stipendio.
Le mamme dei piccoli ospiti mi vollero subito bene e mi accolsero nelle loro case.
La mia vera nuova vita cominciò così.
Ricordo con tenerezza il mio primo stipendio, la prima maglietta a righe con gonna a portafoglio.”
Cara nipotina, sai perché ti chiami MARIA? Era il nome della Madre Generale che morì pochi giorni prima della tua nascita e i tuoi genitori mi fecero questo regalo perché sapevano che ci tenevano tanto.

L’artista

L’amicizia con un vicino di casa, che era un grande artista, ci riservò molte sorprese.
Arrivato dall’estero con una famiglia numerosa, senza lavoro e con la sola possibilità di vendere i quadri che dipingeva.
All’inizio nessuno comprò i suoi quadri, ma li accettavano come scambio merce. Li accettò il commestibile, il negozio di sport, il rilegatore in cambio di cornici e infine anche il proprietario del locale da adibire a esposizione.
In poco tempo nelle case ci furono parecchi suoi quadri di montagne innevate.
I figli vestivano sempre uguale, pantaloni di fustagno alla zuava, scarponi e calzettoni da montagna, camicie a quadri di tessuto pesante.
Quest’abbigliamento serviva d’ estate con molto caldo e d’ inverno con freddo e gelo.
La sua filosofia serviva ad educare i figli a non essere conformisti. I ragazzi di ieri, oggi hanno importanti posizioni in società.
I ragazzi non la pensavano come lui, specialmente se i loro compagni di scuola ridevano di loro.
Amava l’aria aperta, cercò un terreno incolto e ne fece un orto e un frutteto. I ragazzi di caricavano sulle spalle grossi sassi per fare il muro di contenimento, voleva abituarli alla fatica e al lavoro. Per arrivarci c’era una strada sterrata con curve irregolari e ai lati scarpate di rovi con vipere; c’erano tante buche perchè vi passavano i margari con gli animali per la transumanza.
Per lui questa campagna era un santuario a cielo aperto, una fonte di ispirazione per i suoi quadri che vendeva nelle varie esposizioni e sagre del paese.
Si avvicinavano gli sportivi, alpinisti, rocciatori, sciatori e in poco tempo anche in città si parlava del PITTORE DELLA NEVE.
Non accettò mai di fare contratto con u galleristi perchè non amava impegni.
La nostra famiglia gli deve tanto, ci insegnava la sua lingua e ci accompagnava all’estero per i nostri impegni di lavoro evitandoci di sentirci inadeguati.
In inverno ci portava a sciare con i suoi figli e in estate, tutti in fila indiana, facevamo lunghe escursioni.
Lasciò un testamento difficile da eseguire. Pretese che le sue ceneri fossero sparse dalla famiglia al completo e da noi amici, su una montagna molto alta nelle Alpi marittime.
Morì in pieno inverno, tutta la sua famiglia e noi salimmo con le pelli di foca e ciaspole, nella zona indicata.
Si trattò di un’escursione faticosissima e per evitare zone solite alle slavine, ci accompagnò una guida esperta.
Sua moglie non resse alla sua mancanza e in poco tempo si lasciò morire.
Quando in casa nostra o di amici osservo i suoi quadri appesi alle pareti e noto la piccola figura in mezzo alla neve, ricordo cosa mi disse: “tu sarai sempre viva, fintanto che ci saranno i miei quadri perchè quella piccola figura sei tu”.

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Jean-Georges Inca
https://www.artiane.com/peinture-paysage-montagne/

 

Suocero

Silvio da anni è segretamente innamorato di Sara, ma non riesce mai a dichiararsi. In seguito ad una discussione in famiglia decide di scriverle una lettera: “Mi vuoi sposare?”
Passano le ore e in casa ritorna la calma. Silvio pentito va in posta a chiedere il ritiro della lettera, ma non gliela consegnano più. Sara riceve la singolare proposta di matrimonio che accetta felice.
Dopo il matrimonio si offre di accompagnare il suocere nelle passeggiate, ma non sa che è ammalato. Un pomeriggio, dopo una grande nevicata, il suocero vuole uscire; Sara si rifiuta e se ne va. Il suocero la cerca, la prega in ginocchio, insiste piange come un bambino, vuole passeggiare nella neve, lei si commuove, cede e partono.
Quando sono in mezzo alla neve non riesce più a trattenerlo, la neve arriva sopra il ginocchio, si spaventa, chiede aiuto, ma nessuno la sente. E’ impossibile tornare indietro.
Lui vede in lontananza la casa di quando era bambino, gliela indica e a gran voce e concitato chiama i genitori che non ci sono più da anni. Entra nella casa aperta abitata da due sordomuti. Si siede al tavolo e mangia il loro povero cibo. Sara si scusa ma i due sorridono e la rassicurano con i gesti; lo fanno sedere vicino al camino per asciugare gli abiti. Il suocero non smette di parlare mentre si scalda.
Silvio non vedendoli tornare si preoccupa, l’ansia aumenta. Chiama il cane Bisù e gli fa annusare una maglia del papà, poi prende la vecchia slitta e partono. Il paesaggio invernale è un deserto bianco con cumuli di neve davanti alle porte e sui davanzali delle finestre a causa del vento. Silvio non ha la minima idea sulla direzione da prendere. Il cane Bisù trova la traccia, corre, scivola, cade e si rialza e velocissimo va verso una casa diroccata semi coperta dalla neve. Prende una pigna sotto un larice per portarla all’anziano. Con le zampe gratta con forza la vecchia porta, ma non lo sentono.  Salta sulla finestra, posa la pigna e riprende la corsa in senso inverso. Abbaia e scodinzola felice. Silvio che stressato cammina a fatica, capisce che i suoi sono al sicuro. Bussa e spinge la porta cadente, entra, saluta i padroni di casa e con un abbraccio li ringrazia. Il suocero nel tragitto di ritorno, seduto sulla slitta, ride e canta le vecchie canzoni. Sembra ringiovanito.casetta27

 

Lo straccivendolo

A Berto fu amputato un braccio così non poté più esercitare il suo lavoro di idraulico.
Vedovo con due bambini in età scolare decise di affidarli in sua assenza al vicino che, con una famiglia numerosa e l’attività di ramaio sotto casa, poteva custodirli.

Come compenso Berto con la sua bicicletta, girava le cascine della zona per procurargli del lavoro.
Il ramaio ristagnava padelle, casseruole, paioli per la polenta e brocche usurati ed era un maestro nel realizzare oggetti di arredamento con la ribattitura e lucidatura del rame.

A poco a poco oltre al rame Berto iniziò a comprare scarti che rivendeva al rigattiere del paese con miseri guadagni. Il rigattiere trattava di tutto, anche le gavette dei militari, porte, cancelli e portavasi in ferro battuto.
Berto si procurò un carretto che fissava alla biciletta e accompagnato dal fedele cane Fufi, girava di cascina in cascina senza mai allontanarsi troppo.

I contadini gli riservavano ferro, vetri, badili rotti, forche, chiodi storti e falci non più utilizzabili.

Comprava cuoio da scarpe già risuolate più volte, stoffe da pantaloni e camicie rattoppate e calze rammendate, carta da libri rosicchiati dai topi.

L’acquisto più interessante erano i capelli che le donne raccoglievano ogni mattina dal pettine e li riponevano in sacchetti di tela. I capelli così raccolti servivano a fare delle parrucche per le Signore benestanti dell’epoca.

Le cose in buono stato Berto non le rivendeva al rigattiere ma le conservava per i suoi figli e le depositava in un capanno nel prato davanti casa, dove circolavano le galline, le pecore e le capre del ramaio.

Purtroppo a volte tornava a casa con il carrettino vuoto. Prima di riprendere i figli si fermava a coccolare il gatto di casa e raccontava loro le sue delusioni. Il gatto si avvicinava, gli faceva le fusa, si strofinava alle sue gambe, miagolava dolcemente e lui si sentiva meglio.

Un giorno nel suo campo i militari fecero un accampamento con tante tende e una cucina da campo con calderoni enormi.

Da quel momento non mancarono più pasti abbondanti per le due famiglie: maccheroni rossi conditi con ottima conserva, minestroni con il lardo che galleggiava e gli avanzi delle gallette che i bambini raccoglievano per i conigli e le galline. Alcuni soldati pensando alle loro famiglie si privavano del dolce e lo portavano ai bambini. Il ramaio offriva loro un bicchiere di vino e qualche sigaro.

Un giorno si sentì Fufi abbaiare e latrare disperatamente, voleva richiamare l’attenzione dei passanti che trovarono Berto, lo straccivendolo, a terra vicino al carrettino.

Lo portarono in ospedale ma non tornò più a casa.

Il povero Fufi finì in un canile, era tanto triste che si lasciò morire di fame. Non poteva più vivere senza il suo padrone e la vita in campagna.

I figli crescendo divennero rigattieri, costruirono un enorme capannone nel prato e con il tempo diventarono antiquari di successo.

straccivendolo.jpgFoto dal web:  http://www.icponte.gov.it/ipertesti/ambiente_alpino/pstrasce.htm