Lo straccivendolo

A Berto fu amputato un braccio così non poté più esercitare il suo lavoro di idraulico.
Vedovo con due bambini in età scolare decise di affidarli in sua assenza al vicino che, con una famiglia numerosa e l’attività di ramaio sotto casa, poteva custodirli.

Come compenso Berto con la sua bicicletta, girava le cascine della zona per procurargli del lavoro.
Il ramaio ristagnava padelle, casseruole, paioli per la polenta e brocche usurati ed era un maestro nel realizzare oggetti di arredamento con la ribattitura e lucidatura del rame.

A poco a poco oltre al rame Berto iniziò a comprare scarti che rivendeva al rigattiere del paese con miseri guadagni. Il rigattiere trattava di tutto, anche le gavette dei militari, porte, cancelli e portavasi in ferro battuto.
Berto si procurò un carretto che fissava alla biciletta e accompagnato dal fedele cane Fufi, girava di cascina in cascina senza mai allontanarsi troppo.

I contadini gli riservavano ferro, vetri, badili rotti, forche, chiodi storti e falci non più utilizzabili.

Comprava cuoio da scarpe già risuolate più volte, stoffe da pantaloni e camicie rattoppate e calze rammendate, carta da libri rosicchiati dai topi.

L’acquisto più interessante erano i capelli che le donne raccoglievano ogni mattina dal pettine e li riponevano in sacchetti di tela. I capelli così raccolti servivano a fare delle parrucche per le Signore benestanti dell’epoca.

Le cose in buono stato Berto non le rivendeva al rigattiere ma le conservava per i suoi figli e le depositava in un capanno nel prato davanti casa, dove circolavano le galline, le pecore e le capre del ramaio.

Purtroppo a volte tornava a casa con il carrettino vuoto. Prima di riprendere i figli si fermava a coccolare il gatto di casa e raccontava loro le sue delusioni. Il gatto si avvicinava, gli faceva le fusa, si strofinava alle sue gambe, miagolava dolcemente e lui si sentiva meglio.

Un giorno nel suo campo i militari fecero un accampamento con tante tende e una cucina da campo con calderoni enormi.

Da quel momento non mancarono più pasti abbondanti per le due famiglie: maccheroni rossi conditi con ottima conserva, minestroni con il lardo che galleggiava e gli avanzi delle gallette che i bambini raccoglievano per i conigli e le galline. Alcuni soldati pensando alle loro famiglie si privavano del dolce e lo portavano ai bambini. Il ramaio offriva loro un bicchiere di vino e qualche sigaro.

Un giorno si sentì Fufi abbaiare e latrare disperatamente, voleva richiamare l’attenzione dei passanti che trovarono Berto, lo straccivendolo, a terra vicino al carrettino.

Lo portarono in ospedale ma non tornò più a casa.

Il povero Fufi finì in un canile, era tanto triste che si lasciò morire di fame. Non poteva più vivere senza il suo padrone e la vita in campagna.

I figli crescendo divennero rigattieri, costruirono un enorme capannone nel prato e con il tempo diventarono antiquari di successo.

straccivendolo.jpgFoto dal web:  http://www.icponte.gov.it/ipertesti/ambiente_alpino/pstrasce.htm

Mestieri

Pino era la persona più semplice del paese e a scuola aveva difficoltà in tutte le materie.
Aveva però una dote importante: la Curiosità. Si interessava a tutti i lavori manuali, guardava, imparava e aiutava sia l’impagliatore di sedie, che l’arrotino, il sellaio, l’ombrellaio e altri artigiani di passaggio nelle fiere di paese.
Per la sua disponibilità aveva tanti amici che lo invitavano alla loro tavola: polenta gialla, pane nero di segale, uova, latte, castagne, mele e noci.
Pino nei giorni di festa preparava gnocchi di patate con salsiccia e un buon bicchiere di vino. La sua attività principale era la raccolta e la seccatura delle castagne. La seccatura ancora oggi avviene negli essiccatoi, antiche casette in pietra con il tetto paglia e una griglia su cui, passando da una scala esterna si pongono le castagne appena raccolte. A terra viene acceso un fuoco con legna e grossi ceppi che, bruciando lentamente, producono il fumo per farle seccare e caratterizza il profumo e il gusto della castagna bianca, detta GARESSINA.
Pino sposò una materassaia. La si poteva scorgere nel cortile con il suo grembiule di iuta, seduta a cardare la lana per confezionare trapunte, cuscini e materassi.  Faceva anche la  lavandaia per i turisti e in particolare lavava le grosse e pesanti lenzuola di tela di canapa. Le metteva insaponate in una tinozza di legno, vi adagiava con cura dell’ottima cenere pregiata su tutta la superficie, con un mestolone prendeva da una caldaia di rame l’acqua bollente e la rovesciava sulla cenere che filtrando sbiancava il bucato.
Insieme decisero di prendere in affido un orfano del paese e gli insegnarono tutti i mestieri e i segreti delle erbe medicinali. Il ragazzo si laureò e in ricordo dei suoi genitori adottivi, aprì in valle una scuola per l’insegnamento degli antichi mestieri.

Immagini tratte
http://www.parks.it/parco.beigua/dettaglio.php?id=13798  http://www.vallinrete.org/attachments/article/106/La_Castagna_Garessina.pdf