Triste carnevale

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Maddalena racconta: ” Sono passati tanti anni dal carnevale in cui mio padre, allora ventenne, rischiò la vita a causa di uno sparo  esploso da un ragazzo ubriaco che, infastidito dagli apprezzamenti rivolti alla sua fidanzata, estrasse un’arma e iniziò a sparare sulla folla.

L’abito della ragazza corto e larghissimo, legato in vita, svolazzava come la ruota del pavone.

Le calze nere fermate sotto il ginocchio da un elastico rosso, lasciavano intravedere le gambe nude mentre ballava.

Una pallottola raggiuse mio padre,  gli lacerò l’arteria femorale e per un miracolo soppravvisse ma gli fu ampurato una gamba.

Ogni anno nel periodo del carnevale i miei genitori programmavano un viaggio per non condizionare con i ricordi la festa a noi figli.

L’episodio lo abbiamo appreso dai nonni perché nostro padre, di carattere riservato, mascherava molto bene la sua grande e continua sofferenza e per delicatezza nei nostri riguardi non ne avrebbe mai parlato.

Seppure riservato nell’intimità del suo dolore, non si lasciò mai sopraffarre dalla disabilità, continuò  a sorridere e a festeggiare con gli amici.
Il weekend si riunivano nella tavernetta e condividevano il pane di segale, la pizza e la farinata che lui preparava nel forna a legna.
Spesso in autunno li intratteneva cuocendo le caldarroste su un braciere posto all’esterno.  Al calore del fuoco e davanti ad un bicchiere di vino, gli amici si fermavano fino all’alba a suonare la fisarmonica e la chitarra, lui cantava.

La disabilità non lo limitò neppure nello sport e nella mobilità.
Dopo le giornate di lavoro si dedicava alla sua passione per la campagna, curava le piante e ne raccoglieva i frutti.
Si arrampicava con agilità ma era incosciente tanto che, a volte, la protesi rimaneva incastrata tra i rami.

In attesa che qualcuno recuperasse l’arto, scendeva a terra scivolando sul tronco a forza di braccia, poi saltellava con una sola gamba fino al primo sasso che trovava per sedersi.

Era infastidito dai continui furti nel rustico di polli e conigli e nell’orto di verdura che avvenivano nella notte quando il buio era attenuato dalla luna.

Decise di intervenire e si nascose nel pollaio. Tolse la protesi e all’arrivo del furfante gliela lanciò addosso urlando: ”Chi sei?”. Il ladro alla vista della gamba che volteggia si spaventò e scappò via.

In seguito non ci furono più furti.

Maddalena ricorda ancora che da anziano si inciampava facilmente, percepiva l’arto che non aveva. Faticava a mettersi la protesi, soffriva quando nei locali pubblici veniva trattato da disabile.

I suoi occhi non erano più luminosi e vivaci come un tempo ma velati di amarezza e malinconia.

”Ancora oggi, a distanza di tanti anni, provo un senso di sofferenza quando vado nel locale dov’è avvenuta la sparatoria. Se transito sul ponte dove a vent’anni stava per buttarsi e fu salvato da un passante, l’angoscia aumenta.

Non posso più usare il camioncino  con il cassone aperto  perché lo vedo disteso sotto la neve che scendeva abbondante e che contribuì a fermare l’emorragia.

Sono felice quando incontro l’anziano medico che conserva ancora il laccio militare del suo pronto intervento e mi fermo a scambiare qualche affettuosa parola.

La mia sofferenza scompare al cimitero quando vedo la foto allegra e sorridente, la guardo con amore, la bacio con delicatezza e poi lo prego!”.

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92 pensieri su “Triste carnevale

      1. Ho provato a correggere una prima parte legandola di più. Cosa ne pensi, è meno frammentata?

        “…L’episodio lo abbiamo appreso dai nonni perché nostro padre, di carattere riservato, mascherava molto bene la sua grande e continua sofferenza e per delicatezza nei nostri riguardi non ne avrebbe mai parlato.

        Seppure riservato nell’intimità del suo dolore, non si lasciò mai sopraffarre dalla disabilità, continuò  a sorridere e a festeggiare con gli amici.
        Il weekend si riunivano nella tavernetta e condividevano il pane di segale, la pizza e la farinata che lui preparava nel forna a legna.
        Spesso in autunno li intratteneva cuocendo le caldarroste su un braciere posto all’esterno.  Al calore del fuoco e davanti ad un bicchiere di vino, gli amici si fermavano fino all’alba a suonare la fisarmonica e la chitarra, lui cantava.

        La disabilità non lo limitò neppure nello sport e nella mobilità.
        Dopo le giornate di lavoro si dedicava alla sua passione per la campagna, curava le piante e ne raccoglieva i frutti.
        Si arrampicava con agilità ma era incosciente tanto che, a volte, la protesi rimaneva incastrata tra i rami…”

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  1. È un racconto dolce e semplice uno di quelli che le cronache nere non possono raccontare perché non c’è ombra di vendetta o di malanimo ma solo tanta voglia di superare le difficoltà della vita con tanta forza di volontà e tanto amore. Grazie di avercelo raccontato con la delicatezza che contraddistingue ogni tuo racconto.

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  2. La tragedia personale in mezzo all’allegria di tutti rende il dramma piu cocente. Bella la figura di quest’uomo che riesce ad ovviare alla sua disabilita’ e toccante il gesto dei suoi familiari che per carnevale organizzavano gite per evitare che il figlio rivivesse quella tragica notte.
    Piaciuto
    ml

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  3. bellaitaliailblog

    Farei leggere questa storia a tutte quelle persone che si arrendono alla prima difficoltà. Tuo padre è un esempio di come tutto può essere superato. Basta solo volerlo. Ciao

    Piace a 1 persona

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