Zia RINA, così chiamata da tutti, aveva una capra molto anziana, cieca e zoppa. Un giorno la porta al macello ma, all’ora del pascolo, se ne pente; cerca un mezzo e parte per ricomprarla. Da questo momento la coccola e la cura, senza abbandonarla mai più.
MARIUCCIA aveva molte pecore e faceva un ottimo formaggio. Era difficile comprarlo, perché lei non si lasciava vedere: metteva il formaggio su una rete e vicino un salvadanaio, il cliente si serviva da solo. Il motivo? Era molto bella, ma timidissima, quasi spaventata. Si poteva salutare solo quando, in
groppa al suo cavallo, andava a consegnare il formaggio al mercato.
MARIO allevava i piccioni viaggiatori e li vendeva, ma questi dopo qualche giorno ritornavano da lui, che li rivendeva ad altri. Gli acquirenti si
illudevano di poteri ammaestrare, ma il piccione torna sempre al nido.
TITO, suo fratello, allevava i cani da tartufo, ma coloro che li compravano non erano in grado di farsi ubbidire. TITO usava un trucco: si offriva di accompagnarli nei prati e nei boschi; il cane trovava i tartufi solo in sua presenza, così lui ne pretendeva la metà.
Autore: Ghiandaia blog
Il gelso
Perché tagliare i filari del gelso? In passato le loro more bianche o nere erano il dolce dei bambini e dei poveri, mentre le foglie erano il nutrimento dei bachi da seta.Le larve poste su rami secchi nel portico delle case di campagna, esigevano cure giornaliere.
Quando diventavano bozzoli giallo oro si pulivano dai filamenti grezzi e pelosi, prima di consegnarli per ottenere la seta.Chi faceva questo lavoro?
Mi raccontano gli anziani: ci riunivamo alla sera amici, vicini e ragazzi del paese, occasione di incontro di giovani.Quando era notte e non bastava più il chiaro di luna n’è il luccichio delle lucciole, si accendeva la lucerna a petrolio.Il ronzare dei calabroni e lo stridere dei maggiolini sugli alberi veniva coperto da canti e dal suono della fisarmonica.Si parlava a non finire, si offrivano dolci e bibite, la veglia e il lavoro nell’Aia potevano durare fino all’ alba. Nel mio giardino ci sono due gelsi, uno di more bianche e uno di more nere. Non li taglierò mai.
Soffitta
Mia cugina mi racconta: sai perché rivedo le mie compagne di collegio? Voglio scoprire chi mi ha procurato un castigo tanti anni fa. Una di loro ha buttato parte del pranzo sotto il tavolo. La responsabile del refettorio vuole la confessione, o tutte senza cena. È tardi è passata un’ ora, due, tre, silenzio; e cosa faccio? Dico: sono stata io, ma non era vero, tutte finalmente cenano; io in castigo nella bassa e buia soffitta. Non sono triste perché là avevo nascosto una scatola con delle mele, noci, castagne, risparmiate a tavola per averle a Natale. Quel tesoro mi avrebbe fatto sentire meno sola quando tutte avrebbero ricevuto doni e io no. Do un bacio alla scatola e dimentico la cena.
Parcheggio
Siamo a Firenze per il Pitti uomo. Andiamo in albergo. Nel tragitto mi concentro sulle bellezze del luogo. Per orientarmi ho piena fiducia nel mio collaboratore, che afferma di memorizzare ogni dettaglio con facilità. Osservo Piazza della Signoria, gli Uffizi, Ponte Vecchio, il David di Michelangelo, mi incanto davanti alle vetrine degli orafi. Un ragazzo si avvicina, cerca di sfilarmi la borsa, io più veloce di lui afferrò la sua. Il giorno successivo dico all’amico: “prendi i bagagli che carichiamo la macchina” Dov’è è la macchina? Dov’è è il parcheggio? Cerca su, giù, di qua e di là. Mi rivolgo all’operatore ecologico “ci aiuti per favore”. L’ autostrada è di là, orientativi. Un signore con tanto di cartella afferma: il carro attrezzi l’avrà portata via. Passa una signora in bicicletta, “la prego, ci aiuti a ritrovare almeno il parcheggio”. Gentilmente ci risponde : io vado a passo d’uomo”,seguitemi. Cammina, cammina, fiato corto, gambe stanche e delusa dell’amico, alzo gli occhi, mi guardo attorno e vedo un particolare che avevo notato prima di parcheggiare.” Grazie signora, ci siamo!” Perché Persone come me si fidano degli altri pensando che siano più bravi e più validi di noi?
Biciclette
Nel mese di giugno da noi si usa fare delle escursioni in mountain bike lungo la via del sale. Gli anziani commentano: ai nostri tempi la bicicletta era un vero divertimento. Erano bici sgangherate, mancavano i freni, i manubri e le selle le costruivamo noi con un po’ di abilità. Caricavamo un bambino nel cesto sul manubrio e uno sulla sella a turno, per un giro del paese. I bimbi cantavano felici; sembrava una recita. Le donne usavano bici da uomo e i loro lunghi e ampi vestiti si incastravano nei raggi delle ruote. Noi con sorriso malizioso fungevano di aiutarle. Le signore andavano a lavare i panni nel grande lavatoio, che era un punto di incontro, quasi un salotto. Sparlavano degli assenti, figli pigri, ragazze vanitose, pettegolezzi su pettegolezzi. Noi cercavamo di infastidire. Con la bici salivamo e scendevano di continuo la collinetta sovrastante il lavatoio. Un giorno ci buttiamo giù in velocità, una di loro se ne accorge, tutte si spostano di scatto, e noi finiamo con le bici dentro il lavatoio. La doccia è per tutti, ma noi non ridiamo più.
Campana
Le campane suonano, c’ è pericolo! Gli uomini del borgo corrono, c’ è fuoco nell’orfanotrofio. Spengono l’ incendio sul tetto, e in piazza commentano: c’ era troppa fuliggine nel camino, non era pulito da tempo. Una bambina dell’ orfanotrofio piange e trema di paura, ha buttato nella grande stufa uno straccio imbevuto di molta cera. In preda al terrore va a nascondersi nel buio scantinato dove c’è il carbone. Cosa vede? Il fuoco è là sotto, il carbone è rosso, brucia. La bimba urla, corre, scavalca il recinto dell’ orfanotrofio, avverte il paese, suonano di nuovo le campane, accorrono i vigili del fuoco. La bambina trema meno, perché sa che con la sua veloce corsa ha evitato un grande disastroso incendio, anche se lo aveva provocato lei.
Viaggio
Il nonno della mia amica desidera rivedere, dopo 35 anni, la sorella in Sicilia, a Piazza Armerina. Partiamo dalla Liguria con la mia macchina, un’ avventura! Nel tragitto ci forano le gomme, il nonno non si sorprende. Osserviamo il vulcano con le pietre grigie e nere. Alla miniera di zolfo ci dice che da bambino, al posto di andare a scuola, caricava lo zolfo sui carri tirati dai cavalli. A Piazza Armerina ci fa vedere le meraviglie dei mosaici. La sorella anziana è nel letto perché fa freddo, non può comperare la legna per scaldarsi. Si abbracciano a non finire, non parlano, sono commossi. Prima del ritorno il nonno prende dalla sua ex casa molte talee ( pale) di fico d’ India (senza spine ) per fare una siepe intorno alla mia casa. Questo è il suo modo di dirmi grazie!
Miele
Avventura di un apiario per un vasetto di miele. Il portico in legno copre l’ alveare multicolore. Il motocarro che trasporta le arnie in cerca di buona fioritura, è stanco, vecchio, lento; è tamponato, due arnie si aprono, le api escono dai favi e invadono la strada. C’ è chi cerca un affumicatore, chi una maschera, chi urla per le punture. Prima che arrivino i soccorsi il motocarro riparte lentamente. Le api ( con la regina) non rientrate nelle arnie formano uno sciame che vola su un albero. Chi prende questo sciame lo curerà con tanta passione e sarà stimolato a procurarne altri, uno, due, tre, dieci ….poi miele, tanto miele, di acacia, ciliegio, lavanda, castagno, rododendro, ecc. Il vecchio motocarro ha finito il suo compito, ma qualcuno, grazie a lui, ha iniziato una nuova attività.
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Il noce
18 anni, prima macchina, prima gita. Mamma voglio con me la nonna, dove la porto? Dove ha dei ricordi. Raggiungiamo la scarpata del fiume Stura dove c’ è un lungo filare di noci. Guarda quel magnifico albero con una grande cavità provocata dal fulmine; quella nicchia nel tronco è stata il mio rifugio in tempo di guerra, quando le mitragliatrici colpivano tutto, case, macchine, carretti, biciclette, cespugli, i colpi duravano all’ infinito. Va, piccola mia nel prato, raccogli dei bei fiori , e mettili nel mio ex rifugio, ora casa degli insetti. Ci fermiamo qui a lungo, osserviamo, è tanto vecchio il grande noce.