Quando ero ragazzo

quando-ero-ragazzo
Elaborazione di Lucia Giordano

di Carlo Lorenzini – Collodi

La scuola, alla quale andavo io, era una bella sala di forma bislunga, rischiarata da due finestre laterali, e con un gran finestrone nella parete di fondo, il quale rimaneva nascosto dietro una grossa tenda di colore verdone cupo.

Gli scolari seduti a terra si chiamavano Romani e quelli a sinistra avevano il soprannome giocoso di Cartaginesi.

[…] E ora Indovinate un po’ in tutta la scuola, chi fosse lo scolaro più svogliato, più irrequieto e più impertinente?

Lo scolaro più irrequieto e impertinente ero io.

Fui confinato in fondo alla panca.

– Signor maestro, che fa smettere Collodi?
– Che cosa ti fa Collodi?
– Mangia le ciliegie, e poi mi mette tutti i noccioli nelle tasche del vestito.
Allora il maestro scendeva dal seggio: mi faceva sentire il sapore acerbo delle sue mani secche e durissime, come fossero di bossolo, e mi ordinava di cambiare posto.
Dopo un’ora che avevo cambiato posto, ecco un’altra voce che gridava:
– Signor maestro che fa smettere Collodi?
– Che cosa ti fa Collodi?
– Acchiappa le mosche e poi me le fa volare dentro gli orecchi.

Allora il maestro mi faceva mutare posto da capo. Fatto sta che, a furia di far posto tutti i giorni, sulla panca dei romani non c’era più un romano che volesse accettarmi per suo vicino.

Fui mandato, per ultimo ripiego tra i cartaginesi; E mi trovai accanto al più buon figliuolo di questo mondo, un certo Silvano, grasso come un cappone sotto le feste di Natale, il quale studiava poco, questo è vero, ma dormiva moltissimo, confessando da sé stesso, che dormiva più volentieri sulle panche della scuola che sulle materasse del letto.

Un giorno Silvano venne a scuola con un paio di calzoni nuovi di tela bianca. Appena me ne accorsi, la prima idea che mi balenò alla mente fu quella di dipingergli sui calzoni un bellissimo quadretto, a tocco di penna.

Tant’ è vero, che quando l’amico, secondo il suo solito, si fu appisolato coi gomiti appoggiati al banco e con la testa fra le mani, io, senza mettere tempo in mezzo, inzuppai ben bene la penna nel calamaio, e sul gambale davanti gli disegnai un bel cavallo, col suo bravo cavaliere sopra.

E il cavallo lo feci con la bocca aperta in atto di mangiare dei grossi pesci, perché si potesse capire che questo capolavoro era stato fatto di venerdì, giorno in cui generalmente tutti mangiano di magro.

Confesso la verità: ero contento di me. Più guardavo quel mio bozzetto, più mi pareva di aver fatto una gran bella cosa. Così, però, non parve al mio amico Silvano, il quale svegliandosi, cominciò a piangere e a strillare con urli così acuti, da far credere che qualcuno gli avesse strappato una ciocca di capelli.

– Che cosa ti hanno fatto? – gridò il maestro, rizzandosi in piedi e aggiustandosi gli occhiali sul naso.
– Ih!… ih!… ih!… Quel cattivo di Collodi mi ha dipinto tutti i calzoni bianchi!… – E dicendo così alzò in aria la gamba, mostrando il disegno fatto da me con tanta pazienza e, oserei dire, con tanta bravura.
Tutti risero ma il maestro disgraziatamente non rise. Anzi, invece di ridere, scese giù dal suo banco, tutto infuriato come una folata di vento.

[…] Il giorno dopo fu per me una giornata nera, indimenticabile.
Appena entrato nella scuola, il maestro, con un cipiglio da far paura, mi disse, accennando un banco solitario in fondo la scuola.
– Prendi i tuoi libri e i tuoi quaderni e va a sederti laggiù!
Mogio mogio, come un pulcino bagnato, chinai il capo e ubbidii.

[…] Dietro le mie le mie spalle, come sapete, rimaneva un gran finestrone sempre chiuso e sempre coperto da una tenda di grossissima tela di colore verdone cupo. In un momento di grande noia e mentre cercavo qualche passatempo per divagarmi, ecco che mi venne fatto di accorgermi che in quella tenda e precisamente all’altezza del mio capo, c’era un piccolissimo bucolino. Appena visto quel bucolino,il mio primo pensiero fu quello di allargarlo fino al punto da poterci passar dentro con la testa. Alla fine quando il bucolino diventò una buca , feci subito segno ai miei compagni di scuola di stare attenti, perché avrebbero visto un magnifico spettacolo .

Cominciai a lavorare col capo. La buca era grande, ma il mio capo era più grande, non ci voleva entrare: io però pigiai tanto e poi tanto, che finalmente il capo c’entrò.

Figuratevi la risata sonora che scoppiò in tutta la scuola, quando la mia testa fu vista campeggiare in mezzo a quella tenda verdona, come se qualcuno ce l’avesse attaccata con quattro spilli. Ma il maestro al solito non volle ridere: e invece, muovendosi dal suo banco, venne verso di me in atto minaccioso. Io, come è naturale, mi provai subito a levare il capo della tenda: ma il capo, che c’era entrato sforzatamente non voleva più uscire.
La mia paura in quel punto fu tale e tanta che cominciai a piangere come un bambino. Allora il maestro si voltò agli scolari, e in tono canzonatorio disse loro:
– Lo vedete là, il vostro amico Collodi, tanto buono, tanto garbato con i suoi compagni di scuola? Non vedete, poverino, come piange? Muovetevi dunque a compassione di lui: alzatevi dalle vostre panche e andate ad rasciugargli le lacrime!

Vi lascio immaginare se quelle birbe se lo fecero dire due volte! Ridendo e schiamazzando, si schierarono in fila a uso processione: e passando a due per due dinanzi a me, mi strofinarono tutti i loro fazzoletto sul viso! E pensare che tra quei fazzoletti da naso, ve n’erano parecchi che non avevano mai visto in faccia la lavandaia né la stiratora. Meno male che, a quell’età, tutti nasi son fratelli tra loro!

La lezione fu acerba ma salutare.

 

di Carlo Lorenzini – Collodi
Tratto da antologia “IMMAGINI” per la scuola media.

 

45 pensieri riguardo “Quando ero ragazzo

  1. Che pessima la distinzione tra “romani” e “cartaginesi” e, scusino, ma lo so che fu una lezione salutare, all’inferno però, ed i “romani” probabilmente furono truffati per entrarvi in quella “scuola” di morte, buonasera, buon lavoro! ❤ … ❤

    Comunque grazie per la segnalazione in onestá di coscienza creativa! ❤ … ❤

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  2. Bonjour Mon Amie, Ami
    Ce jour un petit bonheur passe chez toi

    Un petit bonheur c’est dès le réveil
    de pouvoir se lever et de pouvoir marcher
    C’est d’entendre le chant mélodieux des oiseaux
    qui expriment leur joie pour ce jour nouveau
    C’est de voir le soleil pointer à l’horizon
    dont les chauds rayons feront bientôt éclore les bourgeons
    Un petit bonheur c’est le rire d’un enfant
    qui nous transmet sa joie d’être là
    Un petit bonheur oui un petit bonheur
    C’est d’avoir un ami avec qui partager
    les joies et les soucis quelquefois rencontrés
    C’est aussi d’admirer un joli paysage
    et savoir apprécier le rythme des saisons
    Tous ces petits bonheurs qui croisent notre chemin
    il faut les attraper, savoir en profiter
    car en leur compagnie la vie est si jolie !
    un petit bonheur un petit bonheur pour toi pour toujours
    Amitié , belle journée ou soirée
    Bisous Bernard

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