L’eresia catara

LAMIS-catara

 

Bernardino Lamis, professore ordinario di storia delle religioni, […] quel giorno, appena rincasato, si mise al lavoro febbilmente.
Aveva davanti a sé due giorni per finir di stendere quella lezione che gli stava tanto a cuore. Voleva che fosse formidabile. […]
Quando fu alla mattina del terzo giorno, che doveva dettar lezione, Bernardino Lamis si trovò davanti, sulla scrivania, ben quindici facciate fitte fitte, invece di sei.
Si smarrì.

Bisognava dunque, assolutamente, nelle poche ore che gli restavano, ridurre a otto, a nove facciate al massimo, le quindici che aeva scritte.
Questa riduzione gli costò un così inteso sforzo intellettuale, che non avvertì nemmeno alla grandine, ai lampi, ai tuoni d’un violentissimo uragano che s’era improvvisamente rovesciato su Roma.
Si avviò sotto quell’acqua, riparando alla meglio il rotoletto di carta, la su <<formidabile>> lezione.

Giunse all’università in uno stato compassionevole: zuppo da capo a piedi.
Lasciò l’ombrello nella bacheca del portinajo; si scosse un pò la pioggia di dosso, pestando i piedi; s’asciugò la faccia e salì al loggiato.
L’aula – buia anche nei giorni sereni – pareva con quel tempo infernale una catacomba; ci si vedeva a mala pena. Non di meno, enrando, il professor Lamis, che non soleva mai alzare il capo, ebbe la consolazione d’intravedre il essa, così di sfuggita, un insolito affollamento, e ne lodò in cuor suo i due fidi scolari che evidentemente avevano sparso tra i compagni la voce del particolare impegno con cui il loro vecchio professore avrebbe svolto quella lezione che tanta e tanta fatica gli era costata e dove tanto tesoro di cognizioni era con sommo sforzo racchiuso e tanta arguzia imprigionata.
In preda a una viva emozione, posò il cappello e montò, quel giorno, insolitamente, in cattedra. Le gracili mani gli tremolavano talmente, che stentò non poco a inforcarsi le lenti sulla punta del naso. Nell’aula il silenzio era perfetto. E il professor Lamis, svoltò il rotolo di carta, prese a leggere con voce alta e vibrante, di cui egli stesso restò meravigliato. […]

Leggeva così da circa tre quarti d’ora, sempre acceso e vibrante, allorchè lo studente Ciotta, che nel venire all’Università era stato sopreso da un più forte rovescio d’acqua e s’era riparato in un portone, s’affacciò quasi impaurito all’uscio dell’aula. Essendo in ritardo, aveva sperato che il professor Lamis con quel tempo da lupi non sarebbe venuto a far lezione.
Zitto zitto, in punta di piedi, il Ciotta varcò la soglia dell’aula e volse in giro lo sguardo. Con occhi un pò abbagliati dalla luce di fuori, per quanto scarsa, intravide anche lui nell’aula numerosi stundenti, e ne rimase stupito.
Possibile? Si sforzò di guardar meglio.
Una ventina di soprabiti impermeabili, stesi qua e là a sgocciolare nella buia aula deserta, formavano quel giorno tutto l’uditorio del professor Bernardino Lamis.
Il Ciotta li guardò, sbigottito, sentì gelarsi il sangue, vedendo il professore leggere così infervorato a quei soprabiti la sua lezione, e si ritrasse quasi con paura.
Intanto, terminata l’ora, dall’aula vicina usciva rumorosamente una frotta di studenti di legge, ch’erano forse i proprietari di quei soprabiti.
Subito il Ciotta, che non poteva ancora riprender fiato dall’emozione, stese le braccia e si piantò all’uscio per impedire il passo.
– Per carità, non entrate! C’è dentro il professor Lamis.
– E che fa? – domandarono quelli, meravigliati dall’aria stravolta del Ciotta.
Questi si pose un dito su la bocca, poi disse piano, con gli occhi sbarrati:
– Parla solo!
Il Ciotta chiuse lesto lesto l’uscio dell’aula, scongiurando di nuovo:
– Zitti, per carià, zitti! Sta parlando all’eresia catara!

[…] di LUIGI PIRANDELLO

Tratto da “DIORAMA” antologia per il biennio della scuole medie superiori

Foto scaricate dal web

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