Il Borgo

boaria

Ricevo l’invito ad un matrimonio e felice colgo l’occasione per ritornare al piccolo Borgo che porta il nome della mia famiglia e dove il mio bisnonno era sia il medico che il maestro.

Mi metto in viaggio, la strada per arrivarci fa paura, è a picco su un dirupo spaventoso. Sono solo, guido con ansia, ho l’impressione di avere le vertigini, mi sembra di non arrivare mai.
Finalmente giungo in un piano utilizzato dai boscaioli per depositare i tronchi di faggio che poi trasportano a valle aiutandosi con le funi.
Ci sono altre macchine ferme, il mio cuore si placa, il peggio è passato e saluto con impeto di felicità i vecchi amici.

Ormai rassicurato mi guardo intorno, riconosco il Pilone Votivo che da piccolo raggiungevo passeggiando con il nonno e che sul retro conserva ancora la vecchia buca delle lettere. La posta veniva portata a piedi fin quassù, a metà strada dal fondo valle al borgo…quanta strada dovevano fare i nostri anziani per avere notizie dei parenti in guerra!

Riprendiamo la via tutti in fila indiana, io provo un senso di calma e di dolcezza, sto tornando a casa, non mi sembra vero, quella è la mi terra, la mia vita, mi esalto e poi mi commuovo.

La primavera è sbocciata da tempo a valle mentre qui è appena iniziata. Il paesaggio è stupendo, il sole filtra tra le chiome degli alberi, i tetti di ardesia luccicano come degli argenti preziosi, i bucaneve sono sfioriti ma le primule gialle, le violette, le margheritine e le foglioline di narcisi sono ovunque. Ne rimango affascinato.

Molte abitazioni del borgo sono ormai diroccate ma altre sono state ristrutturate mantenendone il  disegno originario. Ecco la mia casa, purtroppo non riesco ad entrare perché un enorme glicine ne intralcia il passaggio.

Le finestre prive di vetri, sembrano enormi occhi neri.
L’ambulatorio del nonno credo che con il tempo sia diventato un rifugio per i viandanti, intravedo all’interno giacigli di fortuna fatti con le foglie del granoturco e anche il tetto è malmesso.

Solo il portico ha resistito, da bambino mi sembrava così grande quel portico sporgente.

Sui davanzali dove un tempo si mettevano le briciole di pane per i passerotti, ci sono solo foglie secche e dal pollaio spalancato non proviene più il canto del gallo ma quello del cuculo nel mese di maggio, del picchio che con il suo becco scava il nido nella cavità del tronco e il verso triste della civetta.

Il grande prato dove i bambini dell’asilo raccoglievano i fiorellini e giocavano, è divenuto un fitto e buio bosco di betulle bianche e ontani grigi.

Con entusiasmo scopro che c’è ancora la porta del refettorio, la mia mente è piena di ricordi e di racconti, sento il profumo dei semplici pasti serviti ai bambini della scuola e a tutti coloro che avevano finito le provviste dell’inverno.

Il menù prevedeva una minestra di cavoli che si mantenevano sotto la neve, patate tenute al buio in cantina e verdure conservate sotto la sabbia, il tutto condito con lardo di maiale allevato in famiglia e pane di segale. La uova venivano ricoperte di acqua e calce e duravano per molti mesi, il caffè d’orzo tostato in casa.

Proseguo il mio cammino nel silenzio delle case ormai vuote. C’è ancora una vecchia scala priva di pioli appoggiata al muro che veniva usata per salire alle colombaie e sui balconi i secchi che le donne portavano sulle spalle legate ad un bastone per bilanciarne il peso. L’acqua si prendeva alla sorgente in fondo al borgo.

Un giardino incolto conserva viva una rosa antica color malva, una pianta di lavanda, un susino curvo e un grosso nespolo.

Una lumaca in mezzo all’erba umida di rugiada mi trasporta ai giorni passati qui con il nonno assorto dai suoi racconti sulla battitura del grano saraceno, sulla grande macina del vecchio mulino ad acqua e sugli eventi che segnavano il calendario della borgata: la fiera di San Giorgio in primavera e la fiera di San Martino in autunno.
Per l’occasione gli uomini anziani caricavano sui muli i loro prodotti da vendere o da barattare in cambio di sale, scarpe, tessuti e si fermavano nelle trattorie della zona a mangiare le trippe, a bere un bicchiere di buon vino e a scambiare due parole.

Mentre continuo la passeggiata sento in cuor mio l’esigenza di fare qualcosa per la piccola chiesetta di pietre verdi della Val Roya, ormai inagibile. Al suo interno si conservano candele con decori religiosi, statue e affreschi che farò restaurare.

Mentre sono assorto sul da farsi, sento un miagolio giungere dal retro, vado a vedere e una gatta scappa a gran velocità abbandonando li i suoi bei micetti dai corpicini gracili ma dagli occhi vivaci.

Li accarezzo e si fanno coccolare, in un attimo me ne innamoro e decido di portarli con me, non voglio che diventino cibo per le volpi.

Arrivederci vecchio caro ”Borgo” aspettami, perché ritornerò presto!

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*le foto sono state scaricate dal web.

 

 

 

 

 

41 pensieri su “Il Borgo

  1. Un tuffo nei ricordi, la condivisione della sensazione di trovarsi a casa e la tenerezza di rivivere certi luoghi con le loro abitudini. Hai fatto venire voglia anche a me di tornare nella vecchia casa dei nonni, fuori cittá.

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  2. l’uso della prima persona al maschile è un’ottima scelta: rende le parole più distanti da te passando dal diario al racconto ma allo stesso tempo quelle stesse parole si fanno più vere e vicine al lettore.
    molto piaciuto questo ritorno al luogo natio, sospeso tra reale e immaginazione.
    ml

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  3. Quando il legame con le nostre radici è molto forte ecco uscirne un racconto che rende bene come si viveva una volta : con semplicità. Cogliendo di ogni attimo la parte migliore vivendo con la natura quasi in simbiosi, luoghi permettendo. Molto bello leggerti sempre. Grazie e buona giornata. Isabella

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