La luna e i falò

Di Cesare Pavese


vedi  Capitolo XIX

[…]  E avrei voluto ritrovarmi nel cortile della Mora, quel pomeriggio d’agosto che tutti erano andati in festa a Canelli, anche Cirino, anche i vicini, e a me, che avevo soltanto degli zoccoli, avevano detto: -non vuoi mica andarci scalzo. Resta a fare la guardia-. Era il prim’anno della Mora e non osavo rivoltarmi. Ma da un pezzo si aspettava quella festa: Canelli era sempre stata famosa, dovevano far l’albero della cuccagna e la corsa nei sacchi; poi la partita al pallone.

Erano andati anche i padroni e le figlie, e la bambina con l’Emilia,sulla carrozza grande; la casa era chiusa. Ero solo, col cane e con i manzi. Stetti un pezzo dietro la griglia del giardino, a guardare chi passava sulla strada. Tutti andavano a Canelli. Invidiai anche i mendicanti e gli storpi. Poi mi misi a tirar sassi contro La colombaia, per rompere le terrecotte, e li sentivo cadere e rimbalzare sul cemento del terrazzo. Per fare un dispetto a qualcuno presi la roncola e scappai nei beni,<<così,-pensavo,-non faccio la guardia. Bruciasse la casa, venissero i ladri.>> Nei beni non sentivo più il chiacchiericcio dei passanti e questo mi dava ancor più rabbia e paura, avevo voglia di piangere. Mi misi in caccia di cavallette e gli strappavo le gambe, rompendole alla giuntura. <<- Peggio per voi, gli dicevo,-dovevate andare a Canelli>>. E gridavo bestemmie, tutte quelle che sapevo.

Se avessi osato, avrei fatto in giardino un massacro di fiori.

Un carrozzino si fermò al cancello. -C’è nessuno? – Sentii chiamare. Erano due ufficiali di Nizza che avevo già visto una volta sul terrazzo con loro. Stetti nascosto dietro il portico, zitto. -C’è nessuno? signorine!- gridavano.- Signorina Irene!- Il cane si mise a abbaiare, io zitto.

Dopo un po’ se ne andarono, e adesso avevo una soddisfazione. Entrai in casa per mangiarmi un pezzo di pane. La cantina era chiusa. Ma sul ripiano dell’armadio in mezzo alle cipolle c’era una bottiglia buona e la presi e andai a bermela tutta, dietro le dalie. Adesso mi girava la testa e ronzava come fosse piena di mosche. Tornai nella stanza, ruppi per terra la bottiglia davanti all’armadio, come se fosse stato il gatto, e ci versai un po’ d’acquetta per fare il vino. Puoi me ne andai sul fienile.

Stetti  ubriaco fino a sera, e da ubriaco abbeverai i manzi, gli cambiai strame e buttai il fieno. La gente cominciava a ripassare sulla strada, da dietro la griglia chiesi che cosa c’era attaccato al palo della cuccagna, se la corsa era stata proprio nei sacchi, chi aveva vinto. Si fermarono a parlare volentieri, nessuno aveva mai parlato tanto con me. Adesso mi sembrava di essere un altro, mi dispiaceva addirittura di non aver parlato a quei due ufficiali, di non avergli chiesto che cosa volevano dalle nostre ragazze, e se credevano davvero che fossero come quelle di Canelli.

Quando la mora tornò a popolarsi, io ne sapevo abbastanza sulla festa che potevo parlarne con Cirino, con l’Emilia, con tutti, come ci fossi stato. A cena ci fu ancora da bere. La carrozza grande tornò a notte tardissimo, ch’ io dormivo da un pezzo e sognavo di arrampicarmi sulla schiena liscia di Silvia come fosse il palo della cuccagna, e sentii Cirino che si alzava per andare al cancello, e parlare, sbattere porte e il cavallo sbuffare. Mi girai sul saccone e pensai com’era bello che adesso ci fossimo tutti.L’ indomani ci saremmo svegliati, saremmo usciti in cortile, e avrei ancora parlato e sentito parlare della festa.

Autore  Cesare Pavese
Da capitolo XIX da La luna e i falò

 

22 pensieri riguardo “La luna e i falò

  1. Pavese era capace di regalare affreschi meravigliosi di altrettanti meravigliosi luoghi di cui è ricca la nostra terra. Non solo, era anche capace di raccontare come qui di vita semplice tratteggiando scorci e ambienti in maniera perfetta. Grazie per questo pezzo. Un abbraccio.Isabella

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