Le api sciamano

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[…]
Ero disceso nel giardino quando mi accorsi d’un rumore insolito, come se l’aria tremasse: un rumore che mi pareva venisse dalla parte degli alveari: mi avvicino e vedo tutte le api fuori, curiose e lucenti e tante tante che oscuravano il sole.
Attraverso correndo il cortile e mi metto a chiamare con quanta voce avevo in petto.
Lo zio comparve nel vano d’una finestra.
– Che diavolo c’è? Casca il mondo? –
– Zio le api fuggono. –
Fu come se avessi pronunciato una parola magica.
Lo zio si precipitò giù dalle scale, attraversò come un fulmine il cortile, si spinse sotto il tettuccio degli alveari con un coraggio che ammirai rimanendo a sufficiente distanza.
Maledettissima!… – esclamò.
E tornò verso casa chiamando a gran voce la Tecla e la Luisa, che portassero questo, che preparassero quell’altro io gli tenni dietro, smanioso d’aiutarlo in qualche cosa; ma fui spazzato via nel modo più umiliante; né altro mi restò che assistere come un semplice spettatore.
Nulla di simile avevo mai veduto, benché a guardare quel visibilio, mi venissero in mente scintille che erompono dai falò…e certi giochi del vento d’autunno quando risucchia in alto le foglie secche. Ma quelle cosucce di oro scuro rigavano il cielo con un’ira che faceva piuttosto pensare ai chicchi della gragnuola; e ne veniva giù un rimbombo come l’organo della nostra chiesa a sentirlo da lontano.
La Tecla e la Luisa arrivarono correndo come pazze, l’una con un secchio e l’altra con un coperchio di rame; e giù colpi disperati: la Luisa con una chiave, la Tecla col mattarello della polenta… tam, tam. tam, tam… si piantano nel bel mezzo del giardino, entrano senza riguardo nel seminato, calpestano agli e prezzemoli, con la faccia fiera in su, verso la nugola rabbiosa.
Ed ecco lo zio. Carico come un asino, con il sudore che gli vien giù a ruscelli. Depone l’arnia, appoggia a un cespuglio la scala che ha in spalla; si toglie dall’altra spalla una pertica con legato in cima un grosso batuffolo di cenci, si mette anche lui a rimirare in su, estatico, il paradiso che s’apre tra le nuvole.
La sua estasi passa presto; corre in fondo al giardino; cerca non so che cosa tra i rami delle piante: va, torna, sembra un’anima dannata. – Piantatela! – grida alle donne – ormai siamo rovinati. –
Difatti la nuvola d’oro era svanita.
– Siamo rovinati! – ripeteva lo zio in tono sempre più convinto. E cominciò a prendersela con le donne; e che a lappar su miele ci stavano, e come! ma, dar un’occhiata agli alveari guai!…
Io avevo, per prudenza, preso il largo; lo zio, dunque, essendo salito con la scala a spiare nel fondo del vicino, gettò un grido di giubilo: – Ci sono! – e discese d’un salto.
– E adesso, Luisa, vai dalla signora Carlotta e le dici che il mio sciame si è posato sul suo pero e la preghi con bella grazia e la supplichi di lasciarci andar nel suo chiuso. –
– Vai corri. –
La Luisa partì come un razzo, e io e il Fido dietro.
– Signora Carlotta!… Signora Carlotta!… – Il Fido aggiunse i suoi latrati. Ma la signora Carlotta, zitta.
Ad un tratto vidi guizzare  da un finestrino una testa grigia e ritrarsi.
Lo zio non dimostrò nessuna meraviglia. – Ah! – disse. – La vecchia non vuole aprire? E noi entriamo lo stesso. –
Lo zio attendeva a salire sul pero, con tanta circospezione, con tanti arresti, che io mi sentivo morir dall’impazienza.
Ecco apparire dalla finestra, dirimpetto al pero, la signora Carlotta. Che grinta!
– Giù di lì! – si mette a urlare – giù dal mio pero! ladrone. –
Lo zio con voce strozzata, ma cortese: – O Signora Carlotta…mi scusi, sa…impossibile fare a meno… –
Fu come buttar olio sul fuoco. – Fuori dal mio fondo!…ladrone. –
Lo zio intanto era venuto giù dall’albero e, avendo dato fuoco ai cenci in cima alla pertica, attendeva che col fumo le api si decidessero a entrare nell’arnia. E si lasciava insultare con grande pazienza.
Ma fu l’affare di un momento. Lo zio ritrasse la pertica e disse alle donne:
– Animo, suonate un po’. –
La Luisa se ne stava lì incantata e non obbedì. Ma la Tecla fece coi suoi strumenti un baccano tale che, di quanto diceva la vecchia, neppure una parola si capiva più. E le api sparpagliate si riattaccavano, l’una dopo l’altra al grappolo.
Quando la nera bocca dell’arnia l’ebbe tutto assorbito, lo zio rimontò sull’albero, tagliò la cordicella e tornò giù, che mi parve un miracolo.
Uscimmo come eravamo entrati e le parolacce della vecchia diventarono una specie di abbaiare lontano, senza più significato.

[…] Francesco Chiesa

Tratto  da ”IMMAGINI” antologia per la scuola media – ed. Grazzini

Tre Fuga Maggio 007

*foto n°1:  scaricata dal web
*foto n°2: foto di famiglia

 

20 pensieri su “Le api sciamano

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