La vigna del nonno

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All’esposizione del ”Vinitaly” riconosco nello stand, tra i degustatori dei miei vini pregiati, un vecchio compagno di scuola delle elementari, che si complimenta per l’alta  qualità degustata.

Ci salutiamo con affetto e ci scambiamo notizie. Tra le varie cose gli chiedo: ”Ti ricordi di me? Nella classe ero deriso perché avevo difficoltà nel leggere e scrivere e sedevo sempre nel banco dell’asino.

Tu eri educato e gentile nei miei confronti ma indifferente di fronte alle cattiverie di alcuni ragazzi che mi consideravano diverso.

Ti ricordi come mi umiliavano?

Mi tiravano i capelli fino a strapparmeli e li macchiavano d’inchiostro; a mia insaputa mi riempivano le tasche di pomodori che poi mi bagnavano i pantaloni.

Io mi vergognavo e loro ridacchiavano ancora più soddisfatti…che sofferenza!”.

Seppure con fatica, sono sempre stato promosso grazie all’aiuto di mia sorella gemella che mi aiutava nei compiti e persino a scuola guida mi scrisse le risposte dei quiz sul palmo della mano permettendomi così di passare l’esame.

Nonostante questa grande difficoltà, ero ottimista  e creativo, consideravo il problema parte della mia natura come il colore dei miei capelli, gli occhi, la statura e la simpatia che sprigionavo in chi mi voleva bene.

Col tempo avrei superato tutto…

Mi preoccupava la notte, avevo paura del buio. Sognavo di ripetere l’anno scolastico, di voler parlare ma le sillabe sembravano irraggiungibili. Le frasi correvano, le lettere si alternavano e da grandi divenivano minuscole fino a scomparire, per poi ripresentarsi in forme spaventose.

Al mio risveglio provavo una grande angoscia che svaniva quando uscivo di casa e andavo con gli amici in cortile a giocare a nascodino, biglie e bocce trovate in qualche soffitta.

Finita la scuola dell’obbligo cercai lavoro.

Si presentarono le prime barriere, la mia difficoltà di lettura e scrittura rimanevano uno scoglio da superare, una sfida da affrontare e vincere.

Per il momento mi accontentai di aiutare il piccolo circo che girava i paesi nei dintorni.

Mi vestivo da orso per fare le foto con i bambini.

Travestito da cowboy montavo un piccolo asino e accompagnavo i bimbi sui pony.

Partecipavo con gli altri circensi alla corsa nei sacchi, facevamo a gara a chi saliva per primo sull’albero della cuccagna e al tiro a segno.

Ai più piccoli facevo giochi di prestigio, suonavo la fisarmonica a fiato, recitavo e cantavo.

Il mio contributo era importante.

Il proprietario del circo era un uomo insignificante che vestiva in modo bizzarro. Aveva baffi e capelli lunghi, rossicci e trascurati, un gilet sempre aperto e scarpe da clown, occhialini rotondi con lenti molto spesse.

Esibiva i suoi animali sotto un tendone antidiluviano o su un carretto dissestato che di buono aveva solo le ruote.

Il pezzo forte dello spettacolo era il cane vestito da ciclista che andava sul triciclo e il pappagallo che ripeteva sempre la stessa frase.

In piazza suonava anche una piccola banda e, siccome avevo un buon orecchio musicale, mi invitarono ad unirmi a loro in varie occasioni.

Fui felice finché il gruppo non decise di prendere lezioni di musica, alle quali dovetti rinunciare con grande sofferenza per evitare che anche loro si accorgessero della mia difficoltà nel leggere.

In quei giorni girava voce che il laboratorio di calzature del vicino paese cercasse lavoranti.

Mi presentai, feci buona impressione e mi accolsero alla condizione che imparassi a fabbricare scarpe su misura.

Il datore di lavoro, di natura mite e affabile ma dal fare determinato, mi ispirò profonda fiducia, fu per me un vero maestro di vita.

Vestiva con una salopette macchiata di colla, di pece, con tasconi pieni di fili, chiodi, setole, tubetti di coloranti e pezzi di cuoio.

Mi mise subito all’opera.

Imparai ad usare la macchina da cucire, la taglierina e gli attrezzi del mestiere. Finalmente il lavoro mi entusiasmava, ma purtroppo in estate si riduceva drasticamente.

Decisi allora di prendere in considerazione il vecchio e trascurato podere di famiglia.

Ricordo ancora quando il nonno mi portava nella vigna dove i terrazzamenti erano ormai diroccati e l’erba del praticello era alta; dalla fontana non sgorgava più acqua e le antiche rose rampicanti avevano invaso la casetta abbandonata.

Mi sedeva sopra un sacco di iuta, mi dava un’ abbondante e buona merenda e se ne andava nel bosco per funghi, lasicandomi in compagnia del nostro cagnolino Edi.

Il nonno, appassionato cercatore di funghi, in quelle occasioni sembrava ringiovanire. Conosceva tutti i luoghi in cui nascevano gli ovuli e i porcini.

Nel salutarmi prima di inoltrarsi nel bosco mi rassicurava dicendo che sarebbe tornato presto, ma l’attesa era lunga…non arrivava mai.

Lo aspettavo cantando e il cane, volendo imitarmi, faceva sforzi per emettere suoni, ma i fringuelli, i pettirossi, i merli e le allodole cantavano sicuramente meglio di noi.

Al suo ritorno mi offriva sempre dei frutti di bosco che aveva raccolto apposta per me, riposti in un cestino ricavato da foglie di castagno cucite con fili d’erba. Nell’altra mano teneva una coroncina costruita con la stessa tecnica, vhe delicatamente mi poneva sul capo facendomi sentire il suo piccolo principe. Era bellissimo

Al contrario, quando non era stagione di funghi il nonno era demotivato e se ne stava seduto su uno sgabello di legno, con gli occhi spenti che guardavano lontano e i gomiti appoggiati alle ginocchia.

Un’ estate i clienti del calzaturificio non tornarono, diminuirono anche le scarpe da risuolare e decisi così di dedicarmi definitivamente alla vigna.

Eliminai tutti i rovi, potai tutti i filari, legai i pampini per difenderli dal vento, zappai la terra franosa delle fasce e ripristinai i muri a secco.

Tagliai i tralci selvatici per innestarli con vitigni pregiati, conservai le varietà antiche con riguardo.

Curai le rose poste all’inizio dei filari perché segnalavano in anticipo l’arrivo dell’ Oidio, una malattia chiamata anche Mal Bianco che, se non prevenuta, avrebbe contaminato la vigna.

Nel grottino il torchio e le botti erano ancora in buono stato e in un angolo ben riposto trovai un abecedario.

Fu una folgorazione, quel libro mi avrebbe accompagnato per tutta la vita, dovevo ritornare bambino e…leggere, leggere tanto.

I primi furono racconti molto semplici, ma poco a poco mi appassionai e cominciai a frequentare assiduamente la biblioteca, dove mi entusiasmai con testi sempre più impegnativi.

Con fermezza e perseveranza ripresi le scuole superiori fino ad arrivare ai corsi di scienze agrarie.

Grazie alla vecchia vigna e al sillabario del nonno è nata questa attività di cui sono veramente orgoglioso!

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*foto scaricate dal web.

 

 

 

 

 

67 Replies to “La vigna del nonno”

    1. Sembra il racconto del nostro paese di campagna che invece col tempo moderno è finito nella più squallida solitudine. La campagna in maggior parte tappezzata da freddi pannelli fotovoltaici, o da coltivazioni intense che non sanno più di allegra e spensierata gente che anche se stanca, sapeva come assaporare la vita e i doni della terra frutto del suo lavoro.

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      1. Si….certo….la vita è più comoda….però quante cose insieme bisogna seguire perdendo la testa! Nemmeno il riposo è quello di una volta. Sono molto, molto malinconica e attaccata ai ricordi che mi sembra ancora di sentirne le sensazioni fino a starne male! Non so se sarebbe meglio dimenticare e andare avanti ad occhi e mente chiusi!

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  1. In queste righe ho sentito battere un cuore semplice, umile da vero contadino, che sa immergere le mani con rispetto nel grembo della sacra Madre, aiutandoLa a far fiorire assieme rose e vitigni . Ci vorrebbero più Contadine e Contadini e molto meno finanzieri e politici senza scrupoli e amore.

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  2. Il raccolto è molto tenera ea appassionante Però per fortuna ad oggi presa in tempo è seguita Dai primi passi la dislessia non è più un problema la mia nipotina lo era ma con l’aiuto degli insegnanti e maggiori attenzioni quest’anno ha preso la maturità scientifica addirittura!!!

    Shera

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  3. Un racconto emotivamente forte, dove l’uomo è posto davanti alla vita e le sue difficoltà. Un racconto che insegna quanto la tenacia, unita all’umiltà e alla voglia di vivere crea forze inattaccabili. Complimenti, un racconto d’amore e forza.

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  4. Se la dislessia è riconosciuta in tempo, i risultati sono ottimi, sono un’insegnante e mi sono capitati casi che si sono risolti positivamente. Tutto sta nell’aiutare il bambino/a, con molta pazienza e tanto incoraggiamento.
    Adesso poi, è molto utile l’uso della tecnologia.

    Racconto entusiasmante, complimenti.

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