Un mestiere anche per me

camion
[…]

Quella sera, finita la cena, intimai alla Pasionaria:
– La borsa!
La Pasionaria mi guardò, poi guardò verso Margherita:
– Il babbo vuole la borsa dell’acqua calda. Dov’è?
– Non ho chiesto la borsa dell’acqua calda! Voglio la tua borsa di scuola.
La Pasionaria parve molto stupita.
– La mia borsa? – borbottò – E cosa ti serve?
– Voglio vedere quello che fai a scuola.
– Però se ognuno si occuperebbe degli affari suoi, sarebbe meglio!…
Ebbi la borsa e incominciai a sfogliare i quaderni. Mi interessai particolarmente di quello del comporre, e, proprio in questo, trovai qualcosa che mi preoccupò vivamente:
Tema: <<Parla dei tuoi genitori. Descrivi la loro vita, il loro carattere, il loro lavoro>>.
Svolgimento: I miei genitori sono brava gente.
“Mia mamma è l’angelo del focolare e cucina sul liquigas le vivande saporite che rallegrano il nostro desco, ma io preferisco il salame, il culatello e le patate lesse.
Mio babbo è il sostegno della famiglia ed è molto laborioso perché è sempre in giro per la casa a piantare i chiodi per i quadri, stringere la vite del rubinetto dell’acqua, regolare il bruciatore della nafta per i termosifoni, oppure sorvegliare i muratori o il falegname.
Mio babbo ogni tanto lava l’automobile e poi l’asciuga con lo strofinaccio di pelle.
Mio babbo è anche capace di scrivere a macchina, in nero oppure in rosso.
Come carattere i miei genitori sono nervosi ma buoni e abbastanza simpatici e, anche se delle volte mi fanno inquietare, io li perdono sempre>>.
Lessi il componimento, poi mi rivolsi alla Pasionaria:
– Dunque tutto il lavoro di tuo padre consiste nell’appendere quadri, nel ricaricare l’orologio e andare in automobile a Milano. E i quattrini che servono a me e a voi per vivere, dove li prendo?
La Pasionaria si strinse nelle spalle:
Me non mi occupo degli affari degli altri.
– Non sai che io, oltre a riparare il rubinetto del lavandino e l’interruttore della luce, scrivo per i giornali e faccio dei libri?
– Si capisce che lo so, – rispose la Passionaria. – Ma quello lì non è un mestiere come il falegname, il medico, il meccanico o l’avvocato.
– E cos’è allora? – gridai.
– Tutti sono capaci di scrivere delle cose.
Mi indignai:
– Dunque tuo padre è semplicemente un disgraziato senza mestiere!
– Si dice mestiere quando uno fa qualcosa di cui c’è bisogno. Quando uno ha bisogno di un vestito chiama il sarto, quando uno ha bisogno di una medicina chiama il dottore, quando uno ha bisogno di fare una tavola chiama il falegname. Quelli sono mestieri. Nessuno chiama mai lo scrittore perché ha bisogno di una storia da piangere o da ridere.
Però, se un bambino ha le scarpe rotte e non c’è il calzolaio che gliele accomoda, deve camminare a piedi nudi, oppure se un uomo deve andare in tribunale e non c’è l’avvocato finisce in prigione.
– Ecco – intervenne Margherita. – I fatti mi danno ragione un’altra volta ancora. Quante volte ti ho detto: “Finisci gli esami, Giovannino: prenditi la tua laurea. Procurati un mestiere: nessuno ti impedirà poi di continuare a scrivere, ma sarai un uomo a posto, non un disgraziato senza arte né parte. Non ti lagnare se oggi i tuoi figli ti dicono che non hai un mestiere – .
– Se il babbo volesse potrebbe dare gli esami e prenderla Adesso la laurea!
– Troppo tardi! – disse Margherita – Dovrebbe ricominciare tutto da capo: non si ricorda più niente.
– Se non può prendere il diploma, potrebbe sempre fare un altro mestiere. Per esempio, aprire una bottega. Per fare il bottegaio non ci vuole il diploma!
Margherita rise:
– Darsi al commercio lui, un uomo che ha passato la sua vita sbagliando tutti i suoi affari, firmando i contratti più disgraziati, guadagnando dieci dove chiunque, al posto suo, avrebbe guadagnato cento!
– Potrebbe fare il rappresentante.
– E’ un sentimentale. nessuna forma di commercio è fatta per lui, – affermò Margherita.
– Potrebbe fare il camionista! – esclamò la Pasionaria. – Ha la patente e sa guidare.
Margherita scosse il capo:
– Mestiere duro! Ormai è vecchio; ha i nervi logori, l’occhio stanco.
La Pasionaria mi guardò sinceramente dispiaciuta.
– E allora – si rammaricò, – non può fare proprio più niente, poveretto?
– Niente di niente. Può soltanto continuare a tirare avanti alla giornata come ha fatto fino a oggi. Squinternato e incosciente come il primo giorno che l’ho conosciuto.
La Pasionaria si ribellò:
– Se era squinternato e incosciente perché l’hai sposato?
Margherita allargò le braccia:
– Forse perché io ero più incosciente di lui.
La Pasionaria rimase molto colpita dalla rivelazione materna. Troncò il discorso e si appartò per rimettere in ordine la sua borsa.
Vidi che, prima di riporre il quaderno del comporre, vi scrisse qualcosa, e quando tutti se ne furono andati a letto e io rimasi solo, cavai fuori il quaderno e trovai che lo svolgimento del tema sui genitori era stato aggiornato:
<<Mio babbo scrive i giornali, ma il suo mestiere è il camionista.
Anche mia mamma è capace di guidare il camion e, quando mio babbo deve fare i viaggi lunghi, mia mamma guida lei mentre suo marito si riposa nella cuccetta della gabina. Il nostro camion è un Fiat a nafta, ultimo modello. E’ molto bello e sul frontespizio della cabina c’è scritto in grande ” Dio ci salvi”>>.
La Pasionaria aveva spazzato via tutti gli impedimenti e mi aveva promosso ad autorità camionista. E, avuto riguardo dei miei acciacchi e per rendermi meno gravoso il lavoro, m’aveva messo al fianco, come secondo autista, Margherita.
Avevo un mestiere anch’io.
Spensi la luce e raggiunsi il secondo autista che dormiva nella cuccetta della cabina del nostro camion.

[…] Giovanni Guareschi

Tratto  da “”IMMAGINI” antologia per la scuola media – ed. Grazzini

° foto scaricata dal web di truc-ors.ipg

 

Un salvataggio

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[…]
Piro, parte dal rifugio per un’escursione con due stranieri e rimane assente per tre o quattro giorni.
Al suo ritorno silenzio e facce lunghe, avvilite.
Il cane non compare a fargli festa, aveva seguito per un buon tratto di strada certi operai, poi s’era disperso.
Lo credono caduto in un crepaccio, avendo riscontrato nelle ricerche le sue impronte: ventre, zampe, muso su una sporgenza di neve dura a cui deve essersi tenuto con le unghie…chissà quante ore prima di scivolare giù, vinto dallo sfinimento.
“Che si fa?” Piro ha uno scatto: “Morto o vivo andiamo a vedere!”.
Non é ancora sera: sul ghiaccio la luce dura a lungo. Arrivano al punto indicato.
Piro si sporge: sul gradino di neve riconosce le impronte: rivive il supplizio della bestia impotente a risalire, condannata a cadere nel crepaccio.
Non vi è dubbio è laggiù. Lo chiama, senza speranza, due o tre volte.
Miracolo. Dal fondo di sessanta/settanta metri, la bestia risponde.
Il gemito sordo, strozzato non risuona che una volta sola. Ma basta per provare che è vivo e che si è in tempo per salvarlo.
Piro prende  corda e lanterna, si fa legare dai compagni, raccomanda d’assicurar bene la corda al paletto…scende.
A due terzi della discesa, scorge dal basso due occhi fuor dell’orbite, che s’avvertono verso di lui.
“Si eccomi  ti vengo a prendere”. Il Cane non può ulular la sua gioia, non ha più voce.
E se fosse che dopo tanto pericolo e tanto terrore fosse divenuto rabbioso, demente? Se lo addentasse?
Piro scaccia il triste pensiero. Si cala sempre più giù: Le zampe del cane gli afferrano improvvisamente le spalle, lo attanagliano, gli tolgono il respiro.
Sente sul petto il martellare spasmodico dell’altro petto, e una povera lingua arsa che tenta di leccargli il viso.
Rapido avvolge la corda al corpo della bestia che capisce, lo lascia fare, gli si abbandona.
Grida ai compagni che è pronta e che la tirino su. Così vien fatto. Ma i crepacci no hanno pareti lisce e un movimento falso del carico vivo in salita ha smosso un blocco di neve che rovina addosso all’uomo, spegnendogli la lampada.
Piro si adopera, nel buio fitto a ritrovar la corda calata per lui dai compagni. Non la trova e forse rimasta attaccata ad una sporgenza, non perde il sangue freddo, si arrampica alla cieca, come può.
Gran fortuna che egli ponga a caso la mano sul capo della corda penzolante da un rialzo, è trattenuta la.
Annodarsela a vita come ha fatto con il cane, dar d’avviso, risalire con un salto agile, superar l’ultimo tratto che lo separa dall’aria aperta, dal terreno sicuro: gli sembra un sogno.
Il cane è abbandonato al suolo, quasi senza vita, gli occhi chiusi.
Piro se lo carica sulle braccia, lo porta al rifugio.
Alcuni giorni dopo rimesso appena, alla vista di Piro la povera bestia si scuote, ricorda, striscia fino a lui, gli lecca i piedi e le mani, guaendo, tremando in tutto il corpo per dirgli: “Lo so che mi hai salvato, ti ringrazio!”.
Così sempre, ad ogni ritorno di Piro al rifugio e per il tempo che vi rimane diventa la sua ombra.
Così farà fin quando vivrà.

cane caduto

[…] dal racconto “Un Salvataggio”  di ADA NEGRI (da “Erba sul sagrato” ed. Mondadori)

Tratto da “Immagini” antologia per la Scuola Media – ed. Grazzini

*foto scaricate dal Web