Dal Preside

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[…]

“Adesso come si rimedia?” domandò a se stesso Giuliano.
Molte altre volte in quell’anno aveva marinato la scuola e questa volta il Preside non si era accontentato di una delle indulgenti giustificazioni della mamma.
Aveva detto:
“Esigo la presenza di tuo padre”. Ma chi si sentiva di dire a papà…
Giuliano pensa e ripensa. Vuol riuscire ad essere riammesso a scuola per non essere escluso dagli esami. Ma come fare? Ed ecco che alzando gli occhi, scorge avanzare per la via lentamente una carrozza tirata da un cavallo. A cassetta sedeva un maestoso personaggio.
Era un uomo di mezza età, questo cocchiere; fornito di due grandi baffi grigiastri.
Aveva un aspetto pieno di dignità.
“Eureka!” gridò in greco Giuliano.
Gli era balenata per la testa un’idea meravigliosa.
Si avvicinò al cocchiere e gli domandò:
“Ti vuoi guadagnare cento lire?”
“Dove vuole che la porti?”
“Tu non mi devi portare in nessun sito, sono io che devo portarti. Ma prima vieni a casa mia”.
Quando furono a casa, Giuliano andò a pescare un vecchio abito nero, molto dignitoso, una grande cravatta, un paio di guanti neri e istruì il cocchiere.
Questi in principio parve esitare, ma pensò che le cento lire non erano disprezzabili e accettò.
Gli spiegò cosa doveva dire; anzi non fare e non dire, ma soltanto ascoltare e accennare sempre gravemente di si.
“Adesso hai capito?”
“Non c’è bisogno di una parola di più” rispose l’uomo.
Giuliano ordinò l’automobile e andando gli disse: “Tu adesso sei il mio papà. Oh, ma ricordati che devi fare le parti del papà sul serio!”.
L’uomo si mise la mano sul petto.
Nell’anticamera del Signor Preside, il grande cocchiere chiuso nel suo vestito nero, faceva un aspetto impressionante.
Giuliano chiamò il vecchio bidello, detto Pieveloce, perché portava su e giù registri e circolari:
“Di al Preside che sono qui con mio padre”.
“Si accomodi, Signor Commendatore” disse il Preside, allargando le braccia e indicando il divano. “E tu”, disse a Giuliano “rimani li in piedi”.
“Lei non può credere, Signor Commendatore, quanto io sia spiacente… ma il mio dovere…”
“Veda…Veramente… Permetta…”
“Mio figliolo caro, che cosa ti si domanda? Tu sano, ricco, intelligente. Ti si domanda di fare un poco il tuo dovere, venire qualche ora a scuola. Pensa a quanti figli di povera gente sarebbero felici di questa lieve fatica che io e tuo padre ti domandiamo”.
Allora l’uomo che fino a quel momento aveva ascoltato senza fare motto, immobile, si levò. Parve volesse parlare e il Signor Preside si apprestava pazientemente ad ascoltare le giustificazioni che ogni buon padre ha in serbo per i propri figli. Invece il Signor Preside  non udì proprio nulla; ma vide il braccio di quel grande abito nero distendersi:
Giuliano sventuratamente era alla portata di quel braccio. Si udì un gran colpo.
Percosso sulla guancia da un enorme ceffone, il giovane sarebbe caduto, se nella parete non avesse trovato sostegno.
Seguì una scena di vero spavento.
“Signore, Signore” diceva il Preside cercando di ammansire quel terribile padre.
“Io non domandavo tanto, mi bastava che lei fosse persuaso”…
“Adesso è persuaso anche lui” disse con voce cavernosa l’uomo in nero indicando Giuliano. E uscirono di lì.
“Lei mi perdonerà signorino, ma alle parole di quel buon uomo mi sono ricordato dei giovani come lei, che alla notte, dopo mezzanotte, conduco a casa dai ritrovi notturni”.
“Mi perdoni il braccio si è mosso senza la mia volontà…le cento lire per favore”.
E Giuliano fu ancora riammesso alla scuola.

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[…] Alfredo Panzini da “Rose di tutti i mesi” ed. Mondadori

Tratto da “Spera di Sole” antologia per la Scuola media

– foto Agriturismo Rosmari Vallino
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