Per favore, regalatemi un ricordo

depositphotos_79970782-stock-photo-child-holding-please-sign

[…]
Per favore.
Parlatemi di vostra madre. Vi ascolto.
Di certo la ricordate e di lei ricordate tante cose.
Lasciate stare le cose curiose.
Parlatemi soltanto delle cose più semplici, quelle che fa ogni madre, come rimboccarvi le lenzuola, per esempio, e darvi l’ultimo bacio della sera.
Parlatemi di quando vi rimproverava, severa, per un vostro capriccio.
Di quando vi riempiva le orecchie e gli occhi di sapone.
Di certo ricordate un mucchio di cose.
Ricordate la sua voce dolce, morbida, calda, qualche volta tramante per una paura, un timore di vedervi cadere, farvi male. O di sapervi soffrire.
Magari per un semplice raffreddore.
Parlatemi di vostra madre quando vi accompagnava a scuola e vi teneva per mano, o vi insegnava a reggere la penna.
Uno scapaccione ogni tanto.
Una tirata d’orecchie.
Quando vi vestiva. Certo vi ricordate ancora. Vi abbottonava la giacca, vi copriva la gola.
E poi: “Non bere, non correre, non prender freddo, non sudare”.
Di quante cose potete parlare.
Io vi ascolto.
Cominciate dal principio, frugate in fondo alla vostra memoria, cercate i giorni più lontani, quando i ricordi sono confusi, ma ritrovate nitide e precise, perfette nei loro contorni, le cose più care, quelle che non potete dimenticare.
L’immagine di vostra madre, il suo sguardo, il suo sorriso, le sue lacrime, i suoi timori, le sue speranze, le sue gioie.
Parlatemi delle cose che tutte le mamme fanno, e che riempiono il cuore di affetto.
Regalatemi un vostro ricordo. Non più di un ricordo per uno.
Chi un bacio, chi una carezza, chi uno schiaffo, chi una tirata d’ orecchie.
Un sorriso, una lacrima, un rimprovero, una lode.
Un ricordo per uno, voi che ne avete tanti, non vi accorgete nemmeno.
Io non ne ho nessuno.
Regalatemi un vostro piccolo ricordo da mettere davanti all’immagine di mia madre, come un piccolo mazzo di fiori.
Io ho tutto dimenticato il giorno in cui sono nato.

[…] Carlo Manzoni da “Annabella” anno XXIII, n. 20

Tratto da “IMMAGINI” antologia per la scuola media – ed. Grazzini

*foto scaricata dal web

La nonna

2008082909-1

[…]
In questa terra di pace Cristina era tornata per morirci. Ma pareva che il Signore non la volesse.
Non che nella casa dei nipoti fosse maltrattata: era soltanto dimenticata.
I bambini e i polli le stavano d’intorno fin ch’erano piccini. Fatti adulti le scappavano via e dimenticavano di volerle bene.
A tavola era suo il cantuccio più lontano del padrone. La sera andava a letto senza candela, se tossiva i nipoti battevano i pugni contro la parete perché smettesse.
Tornando dal levar le uova dal pollaio le donne le guardavano la bocca e dicevano:
Sono tutte qui? –
La chiamavano la vecchia.
Mondava il radicchio davanti alla porta; accomodava la biancheria lisa e le calze di tutti.
Non ci vedeva nel nero e non le compravano gli occhiali.
Le sue labbra erano sempre mosse da un alito di preghiera discreta. Le donne di casa le dicevano:
– Voi parlate sempre da sola. Chissà cosa dite. Smettetela vecchia! –
E gli uomini: – Quella si che ha la pelle dura. –
Di anni ne aveva tanti quanto bastavano a farci desiderare la morte.
Un giorno non trovò più la sua coroncina di madreperla e fu come se avesse perduto la chiave d’una casa segreta.
Pianse tutto il pomeriggio e la notte. E da allora contò le avemarie e i pater passando da una mano all’altra dei chicchi di grano.
Così trascorse il tempo.
Un giorno che la morte passò da quei paraggi si portò via la Cristina.
Di grano le trovarono piena la tasca del grembiule e Antonio, il padrone, per quanto avaro glielo lasciò. Pensò che se fosse campata un giorno di più glielo avrebbe mangiato di pane.
Da allora sono passate tre stagioni, la terra si rifà quella che era.
Un giorno passa davanti al cimitero la Gigia che ha l’asma; e mentre prende fiato si siede e dice il rosario. E vede…oh cosa vede mai!
La fossa della Cristina sembra un campo di grano. E che grano! Spighe grosse, turgide, d’un oro che fa lume.
A mieterle c’è da colmare un sacco da quintale.
Or ecco un giovane bianco che viene su dalla strada. Ha due occhi che non si possono guardare, e le mani trasparenti. Porta sulla spalla una falce di luce fredda. Spalanca il cancello e va a mietere il grano della Cristina.
Allora la Gigia si china e bacia sulla terra le orme dell’angelo.

SONY DSC

[…] Renzo Pezzani da ”I racconti del coprifuoco” ed. S.E.I.

Tratto da ”IMMAGINI” antologia per la scuola media – ed. Grazzini

° foto dal web

°°+