E quando piange

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[…]
L’altro giorno Calandrino consigliava a una povera donna di mettere il figliuolo in collegio.
– Tu… non puoi tenerne di conto.
 E’ vero.
Più che cresce e più s’avvezza male.
– E’ vero.
– Non ti piglia aria abbastanza, sta sempre fra i muri; se anche lo volessi menar fuori, sui prati, non ti riesce; il marciapiede ti s’attacca alle scarpe.
– E’ vero.
– Ti costerà poco, e quei pochi si trovano. Dopo tu ritorni a lavorare: lavorare e patire, credi, è la vita meglio.
– Lo so.
– Te lo tengono bene, lo istruiscono, non lo picchiano.
– Lo so. –
Intanto gli occhi le si gonfiavano e li teneva bassi verso il bambino. Il bambino la stringeva per la mano e ascoltava. Lei rialzò il capo e domandò con la voce rotta:
– E quando piange? –

[…] Fernando Agnoletti

Tratto da ”IMMAGINI”, antologia per la scuola media – ed. Grazzini

* foto dal web ”Media Teca Italia”

 

La mia casa di allora

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[…]

Che casa piccina, ma che casa amorosa!
E dentro codesta casupolina una famiglia numerosa e felice.
Per stare in quella casa, bisognava volersi bene.

Di quegli anditini stretti ne approfittavo per abbracciare la mamma.
Anche il babbo che no era smanceroso si lasciava coccolare dalle mie sorelle.
Quando anche ora tra fratelli si ricorda quella casa, ci torna la dolcezza di quello stare uniti in una casa tanto meschina.

Ma più che altro le mie sorelle ridono: – Ti ricordi dei nostri ricevimenti? Ma come ci si poteva stare? Ti ricordi il vento in camera tua? e ti ricordi di quando pioveva e si dovevano mettere le catinelle sul letto? –

Ma se per le mie sorelle e per mio fratello sono questi ricordi che fanno cara quella casa, per me c’è qualcosa di più.
Da quella casa io partii per la guerra; in quella casa la mamma mi rifece piangendo e ripiangendo la cassetta e il babbo tornò sera per sera rabbrividendo per le scale delle notizie che avrebbe trovato.

In quelle stanzucce passai gli ultimi istanti, ora qui, ora là, ad aspettare lo scocco dell’ora, e poi gli addii pel budello delle scale, e poi la porta che sbatteva sgangheratamente senza chiudersi, e la mamma con la testa contro gli stipiti lassù sotto il tetto, e le sorelle dietro di lei.
Quando tornavo, dopo Pistoia, il cuore mi saliva in gola. Era quasi sempre di mattina, dopo aver viaggiato tutta la notte.
La campagna gelida di Toscana, coi muri secchi, con le strade bianche; poi finalmente Firenze e piazza San Marco.
La piazza era deserta, la chiesa aveva aperto da poco, le panchine del giardinetto erano fresche.

Mi sarei avventato al campanello, avrei urlato, ma mi condannavo invece a questo tormento di gioia: mi mettevo a una panchina di fronte alla casa e aspettavo.
Si apriva qualche finestra ma non di casa mia, e io fermo per due secoli, con le vene turgide, col cuore che riempiva di tonfi tutta la piazza.
Poi finalmente: – ”Sono io!” – Sfondavo la porta di strada, mi avvinghiavo alle scale: che tramenio.
Mi pareva di aver tutta la casa fra le braccia.
[…] Piero Bargellini

Tratto da ”IMMAGINI”, antologia per la scuola media – ‘ed. Grazzini

* foto dal web  ”Idea luce di Filippi”’