Il Borgo

Cari amici, mi è stato segnalato che si sono verificati problemi di visualizzazione sull’ultimo articolo IL BORGO. Per questa ragione lo re-bloggo

"La casa nel bosco"

boaria

Ricevo l’invito ad un matrimonio e felice colgo l’occasione per ritornare al piccolo Borgo che porta il nome della mia famiglia e dove il mio bisnonno era sia il medico che il maestro.

Mi metto in viaggio, la strada per arrivarci fa paura, è a picco su un dirupo spaventoso. Sono solo, guido con ansia, ho l’impressione di avere le vertigini, mi sembra di non arrivare mai.
Finalmente giungo in un piano utilizzato dai boscaioli per depositare i tronchi di faggio che poi trasportano a valle aiutandosi con le funi.
Ci sono altre macchine ferme, il mio cuore si placa, il peggio è passato e saluto con impeto di felicità i vecchi amici.

Ormai rassicurato mi guardo intorno, riconosco il Pilone Votivo che da piccolo raggiungevo passeggiando con il nonno e che sul retro conserva ancora la vecchia buca delle lettere. La posta veniva portata a piedi fin quassù, a metà strada dal fondo valle al borgo…quanta strada…

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Il Borgo

boaria

Ricevo l’invito ad un matrimonio e felice colgo l’occasione per ritornare al piccolo Borgo che porta il nome della mia famiglia e dove il mio bisnonno era sia il medico che il maestro.

Mi metto in viaggio, la strada per arrivarci fa paura, è a picco su un dirupo spaventoso. Sono solo, guido con ansia, ho l’impressione di avere le vertigini, mi sembra di non arrivare mai.
Finalmente giungo in un piano utilizzato dai boscaioli per depositare i tronchi di faggio che poi trasportano a valle aiutandosi con le funi.
Ci sono altre macchine ferme, il mio cuore si placa, il peggio è passato e saluto con impeto di felicità i vecchi amici.

Ormai rassicurato mi guardo intorno, riconosco il Pilone Votivo che da piccolo raggiungevo passeggiando con il nonno e che sul retro conserva ancora la vecchia buca delle lettere. La posta veniva portata a piedi fin quassù, a metà strada dal fondo valle al borgo…quanta strada dovevano fare i nostri anziani per avere notizie dei parenti in guerra!

Riprendiamo la via tutti in fila indiana, io provo un senso di calma e di dolcezza, sto tornando a casa, non mi sembra vero, quella è la mi terra, la mia vita, mi esalto e poi mi commuovo.

La primavera è sbocciata da tempo a valle mentre qui è appena iniziata. Il paesaggio è stupendo, il sole filtra tra le chiome degli alberi, i tetti di ardesia luccicano come degli argenti preziosi, i bucaneve sono sfioriti ma le primule gialle, le violette, le margheritine e le foglioline di narcisi sono ovunque. Ne rimango affascinato.

Molte abitazioni del borgo sono ormai diroccate ma altre sono state ristrutturate mantenendone il  disegno originario. Ecco la mia casa, purtroppo non riesco ad entrare perché un enorme glicine ne intralcia il passaggio.

Le finestre prive di vetri, sembrano enormi occhi neri.
L’ambulatorio del nonno credo che con il tempo sia diventato un rifugio per i viandanti, intravedo all’interno giacigli di fortuna fatti con le foglie del granoturco e anche il tetto è malmesso.

Solo il portico ha resistito, da bambino mi sembrava così grande quel portico sporgente.

Sui davanzali dove un tempo si mettevano le briciole di pane per i passerotti, ci sono solo foglie secche e dal pollaio spalancato non proviene più il canto del gallo ma quello del cuculo nel mese di maggio, del picchio che con il suo becco scava il nido nella cavità del tronco e il verso triste della civetta.

Il grande prato dove i bambini dell’asilo raccoglievano i fiorellini e giocavano, è divenuto un fitto e buio bosco di betulle bianche e ontani grigi.

Con entusiasmo scopro che c’è ancora la porta del refettorio, la mia mente è piena di ricordi e di racconti, sento il profumo dei semplici pasti serviti ai bambini della scuola e a tutti coloro che avevano finito le provviste dell’inverno.

Il menù prevedeva una minestra di cavoli che si mantenevano sotto la neve, patate tenute al buio in cantina e verdure conservate sotto la sabbia, il tutto condito con lardo di maiale allevato in famiglia e pane di segale. La uova venivano ricoperte di acqua e calce e duravano per molti mesi, il caffè d’orzo tostato in casa.

Proseguo il mio cammino nel silenzio delle case ormai vuote. C’è ancora una vecchia scala priva di pioli appoggiata al muro che veniva usata per salire alle colombaie e sui balconi i secchi che le donne portavano sulle spalle legate ad un bastone per bilanciarne il peso. L’acqua si prendeva alla sorgente in fondo al borgo.

Un giardino incolto conserva viva una rosa antica color malva, una pianta di lavanda, un susino curvo e un grosso nespolo.

Una lumaca in mezzo all’erba umida di rugiada mi trasporta ai giorni passati qui con il nonno assorto dai suoi racconti sulla battitura del grano saraceno, sulla grande macina del vecchio mulino ad acqua e sugli eventi che segnavano il calendario della borgata: la fiera di San Giorgio in primavera e la fiera di San Martino in autunno.
Per l’occasione gli uomini anziani caricavano sui muli i loro prodotti da vendere o da barattare in cambio di sale, scarpe, tessuti e si fermavano nelle trattorie della zona a mangiare le trippe, a bere un bicchiere di buon vino e a scambiare due parole.

Mentre continuo la passeggiata sento in cuor mio l’esigenza di fare qualcosa per la piccola chiesetta di pietre verdi della Val Roya, ormai inagibile. Al suo interno si conservano candele con decori religiosi, statue e affreschi che farò restaurare.

Mentre sono assorto sul da farsi, sento un miagolio giungere dal retro, vado a vedere e una gatta scappa a gran velocità abbandonando li i suoi bei micetti dai corpicini gracili ma dagli occhi vivaci.

Li accarezzo e si fanno coccolare, in un attimo me ne innamoro e decido di portarli con me, non voglio che diventino cibo per le volpi.

Arrivederci vecchio caro ”Borgo” aspettami, perché ritornerò presto!

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*le foto sono state scaricate dal web.

 

 

 

 

 

La luna di zia Rina

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Giuliana racconta:

”C’era poco lavoro nella località dove sono arrivata da sposa e mio marito, appena poteva, si spostava in Liguria per la raccolta delle olive e altri lavori occasionali.

Anche il bambino ed io lo seguivamo in queste trasferte e spesso prolungavamo il nostro soggiorno. Al mare mi sentivo a mio agio, osservavo con piacere il panorama stupendo, le siepi fiorite in ogni angolo e amavo persino il vento che soffia forte in in quelle zone.

Il pensiero del rientro mi metteva ansia, la famiglia di mio marito mi considerava come una domestica mentre l’ambiente marino e la distanza mi facevano stare bene.

Un’inverno decisi di fare partecipe di quella bellezza una cara cugina che viveva in città. Anche per lei il mare era un sogno e accettò volentieri il mio invito.

La mia amata ospite si offrì di occuparsi della cucina. Si recava al mercato, acquistava primizie e pesce fresco che cucinava con maestria. Dividevamo la spesa a metà e non osai mai confessarle la mia scarsa disponibilità economica.

Al suo ritorno in città però, mi rimanevano pochi spiccioli, ma non ne feci parola con mio marito e per evitare i giudizi maligni di cognate invadenti, non anticipai il rientro a casa.

L’unica soluzione era di rivolgermi ad una zia che viveva in campagna, sapevo che sarebbe stata felice di ospitarci visto l’affetto che ci aveva sempre dimostrato.

Il bimbo felice giocava con i cuginetti, rincorreva le farfalle nei prati, raccoglieva le uova nel pollaio e amava bere alla fontana del cortile. Erano semplici gesti di vita quotidiana in campagna, per lui un’emozionante scoperta.

Era ormai primavera e i fanciulli con i loro cestini raccoglievano erbe commestibili come la valeriana e il tarassaco per le insalate, la salvia dei prati, punte di rovo, asparagi, finocchi, foglie di primule, viole e fragoline per fare gustose frittate.

La sera si riunivano sulla piazza a giocare e il mio piccolo, con il calare del buio, si incantava ad osservare il balenare delle lucciole, ad ascoltare il gracchiare delle ranocchie, ma la sua attenzione veniva rapita dal cielo stellato e dalla lucentezza della luna.

Prima di allora non era mai uscito la notte e ne rimase talmente colpito che al nostro rientro a casa non esitò a dire agli amici: ”quella è la luna di zia Rina!”

La zia intuì la mia difficoltà economica e al momento della mia partenza riempì un grande contenitore con confetture di ciliegie e frutti di bosco, castagne secche, mele e altri alimenti che aveva preparato per essere consumati nel periodo invernale.

Rientrati nell’abitazione al mare incontrai difficoltà ad alimentare il bambino che non gradiva i gusti forti delle provviste.

Utilizzai i pochi soldi rimasti per comprare latte e pane che spalmavo con abbondante marmellata cella zia.

Al rientro a casa ero felice di mostrare ai parenti il piccolo cresciuto, abbronzato e snello, ma la loro reazione fu non solo cattiva ma offensiva al punto di farmi piangere.
Ritenevano che i bambini sani dovessero essere paffuti.

Non tutti i mali vengono per nuocere: quell’affronto mal digerito mi stimolò a diventare indipendente e ad allontanarmi il più possibile da quell’ambiente.

Trovai lavoro nelle famiglie benestanti della zona che, oltre lo stipendio, mi regalavano abiti usati in ottime condizioni.

Maturai un progetto che confidai a mia suocera, unica della famiglia a stimarmi. Avrei lavorato tanto e risparmiato il più possibile per poter un giorno acquistare una casa tutta mia. Trovai la sua approvazione e non solo, da quel giorno ci offrì sempre il vitto.

Sognavo una casa vista mare con giardino e un orto dove avrei potuto piantare alberi da frutto e verdura di ogni genere e, ogni volta che mi era possibile, mi recavo in riviera alla ricerca del mio terreno ideale.

Amavo il bello, ma non avevo il senso pratico della realtà, avrei acquistato qualsiasi pezzo di terra pur di averlo, anche quello che nessuno voleva comprare.

Mi offrivano proprietà esposte ai quattro venti, vicine alla ferrovia, in zone franose, senza il passo carraio ma raggiungibili a piedi attraverso dei viottoli, mi proposero anche un terreno vicino al cimitero.

Mio marito, più saggio, non sempre veniva a vedere cosa gli proponevo.

Con o senza di lui, le mie ricerche proseguivano. Ormai, la mia, era divenuta un’ossessione. Mi spostavo a piedi o con il bus e un giorno iniziai a conversare con un’anziana signora seduta accanto a me.

Presi confidenza e le raccontai del mio progetto. Il caso volle che l’anziana avesse dei parenti all’estero, proprietari di un terreno in vendita in una bellissima località e con un’ ottima posizione.

Grazie a quell’occasionale incontro acquistammo il nostro “prezioso” terreno.

Comprammo una casa prefabbricata di seconda mano che mio marito con i suoi amici ristrutturò e posizionò nella proprietà. Piantò fiori e alberi da frutto: limoni, ulivi, fichi, viti e peschi.

In seguito completammo l’insieme con alberi da fiore: melograno, bouganville, ginestre, mimose, gelsomini e fichi d’india.

Come dice il detto “dietro ogni difficoltà si cela un’opportunità”

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