Albergo

Un amico, a cui devo riconoscenza, mi prega di andare con lui a Caserta dove ha fatto il servizio militare e di cui ha molti ricordi. Arrivati a Caserta in tarda serata, per telefono prenotiamo l’albergo che lui frequentava da militare. Mi fido. Giunti finalmente a destinazione, scelgo per me la camera con due finestre perché fa un gran caldo. Fatico a prendere sonno; alcuni ragazzi vanno e vengono sulle scale vicino alla mia camera, ridono e scherzano come fossero all’aperto. A fatica mi addormento, poi mi sveglio per i latrati dei cani nelle stradine adiacenti, sono continui e fastidiosi. Chiudo la finestra, ma dall’altra parte sento un rumore assordante che non smette mai. Schiacciano il ghiaccio per la pescheria, chiacchierando a voce alta come fossero soli. Chiudo la seconda finestra e mi addormento. Dopo poco tempo mi manca l’aria, ho un leggero malore, mi getto sotto la doccia e mi riprendo. Scendo le scale per parlare al portiere ma è addormentato, allungato sotto il bancone della reception. Intanto i galli cominciano a cantare. Vado a bussare alla porta del mio amico che mi apre e mi sistema su una brandina. Finalmente dormo. Il mattino seguente cambiamo albergo. Visitiamo i maestosi appartamenti della Reggia con i bellissimi giardini Inglesi, le piante rare, il laghetto delle ninfee, le antiche rovine pompeiane. Sopra le cascate c’è l’oasi “La ghiandaia” con il laboratorio delle erbe, il museo della seta che un tempo era la cantina reale. Altrettanto interessanti sono le ricchezze storiche dei dintorni della città. Ringrazio il mio amico dell’opportunità che mi ha offerto di visitare indescrivibili meraviglie.

la baita

La nonna racconta: sai perché ho vinto tante coppe nelle gare di sci? Abitavo in alta montagna,  la neve spesso raggiungeva i tre metri  e andavo a scuola con gli sci. Nella baita c’era la stalla con gli animali e un grande fienile. Nei mesi estivi passavo le giornate al pascolo con immensa fatica. Avevo paura dei fruscii delle foglie mosse dal vento e dai lampi dei temporali. Attendevo con ansia che passasse qualcuno in cerca di funghi. Non parlavo con loro, mi bastava vederli. Mi nascondevo dietro gli alberi attorniati da rovi e li osservano. Mangiavo il pane nero di segale con la frittata di erbe, poche volte il formaggio perché si doveva vendere. Trovavo la frutta nel bosco: more mirtilli, lamponi, azzeruoli e qualche mela raccolta su esili piante nate da semi portati dagli uccelli. Per compagnia tenevo stretto il Corriere dei Piccoli, giornalino che leggevo e rileggevo fino ad impararlo a memoria. Facevamo un ottimo burro che portavo in cesti di vimini al negozio in paese. D’inverno scendevo e salivo con gli sci. Regalavo formaggio e burro a famiglie che mi ospitavano quando la neve scendeva improvvisa e non potevo rientrare a casa. Dormivo nella stalla sulla paglia in una specie di culla che serviva per la cova dei pulcini. La stalla riscaldata dal fiato degli animali, era luogo di incontro di molti amici che si fermavano in veglia. Se smetteva di nevicare mettevo gli sci da fondo e salivo alla baita. Questi forzati allenamenti fatti da bambina, mi sono serviti nelle competizioni internazionali che ho poi disputato. Ho vinto le tante coppe che tu vedi. Grazie nonna, mi hai insegnato tanto.

Prigione d’ oro

La villetta dell’ anziano Stefano è vicina alla mia. È abitudine scambiarci notizie nelle sere d’ estate. A volte ci facciamo confidenze. L’ altra sera mi ha detto: mi sento un cane bagnato e legato. Non ho più momenti di soddisfazione, pago di persona l’ essere stato in ospedale per una piccola operazione. Improvvisamente per la mia famiglia sono diventato un incapace, un invalido da guardare a vista. Non posso più andare nei prati dietro casa, uscire fuori del portico, andare in mezzo alla gente, usare il cellulare. La carta di credito non ti serve, provvediamo noi, gli amici in casa disturbano. Cosa è successo? Perché devono farmi sentire questo immenso vuoto? Hanno paura di essere coinvolti, di essere disturbati, non vogliono preoccupazioni di sorta. Dicono: Non stancarti, stai tranquillo, guarda la televisione, mangia quando vuoi, chiudi la finestra che ti ammali.
Sotto una veste di bontà c’è pura ipocrisia, egoismo e molto interesse. Sono un ombra, un rudere da museo, penso al passato, il presente mi dà un brivido. Se sento l’ esigenza di un amico devo parlare con me stesso. Qual è il problema di un vecchio? Non essere più giovane.

I vicini

Zia RINA, così chiamata da tutti, aveva una capra molto anziana, cieca e zoppa. Un giorno la porta al macello ma, all’ora del pascolo, se ne pente; cerca un mezzo e parte per ricomprarla. Da questo momento la coccola e la cura, senza abbandonarla mai più.
MARIUCCIA aveva molte pecore e faceva un ottimo formaggio. Era difficile comprarlo, perché lei non si lasciava vedere: metteva il formaggio su una rete e vicino un salvadanaio, il cliente si serviva da solo. Il motivo? Era molto bella, ma timidissima, quasi spaventata. Si poteva salutare solo quando, in
groppa al suo cavallo, andava a consegnare il formaggio al mercato.
MARIO allevava i piccioni viaggiatori e li vendeva, ma questi dopo qualche giorno ritornavano da lui, che li rivendeva ad altri. Gli acquirenti si
illudevano di poteri ammaestrare, ma il piccione torna sempre al nido.
TITO, suo fratello, allevava i cani da tartufo, ma coloro che li compravano non erano in grado di farsi ubbidire. TITO usava un trucco: si offriva di accompagnarli nei prati e nei boschi; il cane trovava i tartufi solo in sua presenza, così lui ne pretendeva la metà.

Il gelso

Perché tagliare i filari del gelso? In passato le loro more bianche o nere erano il dolce dei bambini e dei poveri, mentre le foglie erano il nutrimento dei bachi da seta.Le larve poste su rami secchi nel portico delle case di campagna, esigevano cure giornaliere.
Quando diventavano bozzoli giallo oro si pulivano dai filamenti grezzi e pelosi, prima di consegnarli per ottenere la seta.Chi faceva questo lavoro?
Mi raccontano gli anziani: ci riunivamo alla sera amici, vicini e ragazzi del paese, occasione di incontro di giovani.Quando era notte e non bastava più il chiaro di luna n’è il luccichio delle lucciole, si accendeva la lucerna a petrolio.Il ronzare dei calabroni e lo stridere dei maggiolini sugli alberi veniva coperto da canti e dal suono della fisarmonica.Si parlava a non finire, si offrivano dolci e bibite, la veglia e il lavoro nell’Aia potevano durare fino all’ alba. Nel mio giardino ci sono due gelsi, uno di more bianche e uno di more nere. Non li taglierò mai.